domenica 8 novembre 2009

Frase dal Gosho - 8 novembre

"Puo` accadere che uno miri alla terra e manchi il bersaglio, che qualcuno riesca a legare i cieli, che le maree cessino di fluire e rifluire o che il sole sorga a ovest, ma non accadra` mai che la preghiera di un devoto del Sutra del Loto rimanga senza risposta"


Da "Risposta alla madre del signore di Ueno" (gli scritti di Nichiren Daihonin, vol. 9, pag. 282)

Giorno per giorno - 8 novembre

Nella Raccolta degli Insegnamenti Orali, Nichiren Daishoni afferma, riferendosi al conseguimento della Buddità: « “Ottenere” significa “aprire” ». Raggiungere la Buddità significa aprire la propria vita al suo massimo potenziale, rivelando la nostra innata Buddità. Questo è lo scopo del Buddismo.

sabato 7 novembre 2009

Frase dal Gosho - 7 novembre

"Il grande demone assume la forma di un monaco venerabile o prende possesso del padre, della madre o del fratello di una persona per nuocere alla sua prossima vita. Qualunque cosa possano dire e per quanto abilmente cerchino di indurti ad abbandonare il Sutra del Loto, non devi assolutamente acconsentire"


Da "Incoraggiamento a un malato" (gli scritti di Nichiren Daishoni, vol. 8, pag. 228)

Giorno per giorno - 7 novembre

Per tutta la vita, Shakyamuni ha incoraggiato le persone con la sua voce forte e chiara. Un testo buddista descrive come egli accogliesse con calore chiunque incontrasse, esprimendo una grande gioia. Egli mostrava affetto e gentilezza in tutte le sue relazioni. Salutava con cortesia e rispetto. Shakyamuni iniziava per primo la conversazione al fine di mettere gli altri a proprio agio e farli parlare. Furono proprio l’eloquenza e la sincerità di Shakyamuni a far sì che il Buddismo fosse accettato tra la popolazione del suo tempo.

venerdì 6 novembre 2009

Ascoltare

Il Budda è una persona che con cuore puro ascolta la voce dello spirito sublime dentro di lui e, guidato da essa, sfida ogni difficoltà e si sforza di concretizzare questo nobile ideale nel corso della sua vita, dando speranza e coraggio a tutti.

Frase dal Gosho - 6 novembre

"Io, Nichiren, ho potuto resistere ad attacchi con spranghe e bastoni, mattoni e pietre, all'umiliazione e alla persecuzione da parte del sovrano, ma come possono fare lo stesso i credenti laici, che hanno moglie e figli e sono ignoranti di Buddismo? Forse per prima cosa avrebbero fatto meglio a non prendere fede nel Sutra del Loto. Se essi dovessero dimostrarsi incapaci di mantenere la loro fede fino in fondo, sarebbero derisi dagli altri. Pensando a questo, ho provato pieta` per voi."


Da "Ammonimento contro l'attaccamento al proprio feudo" (gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 6, pag. 170)

Giorno per giorno - 6 novembre

Affinché l’esistenza abbia significato, spero che negli anni della gioventù vi impegniate a migliorare il vostro intelletto. La vita, in un certo senso, è una battaglia di saggezza. Il Buddismo ci permette di vincere questa lotta. La vera fede si esprime con la vivacità della mente e la profonda saggezza che scaturiscono da una devota pratica quotidiana.

giovedì 5 novembre 2009

Ho scordato l’arte della fuga

di Michaela Barilari


Per me avere fede significa una ricerca lenta ma continua dentro di sé, un percorso che porti alla scoperta della propria forza innata, delle proprie potenzialità molto spesso inespresse, per arrivare a convincersi di essere in grado di prendere in mano la propria vita. Fede è per me sinonimo di fiducia in se stessi, essere capaci di credere nella propria natura di Budda, nella possibilità di affrontare le diverse vicissitudini che costituiscono la nostra vacillante quotidianità. Ho sempre avuto paura di vivere e di affrontare il mondo, profondamente convinta della mia incapacità di gestire gli avvenimenti e timorosa di prendere ogni decisione che richiedesse un minimo di coraggio. Ogni volta che mi trovavo con le spalle al muro di fronte alle inevitabili scelte che ogni essere umano deve compiere durante la sua esistenza venivo assalita dall’ansia e non riuscivo a trovare soluzione migliore se non scomparire, praticando spesso e volentieri l’arte della fuga. La mia visione del futuro poteva benissimo essere sintetizzata in un proverbio che ripetevo spesso: «Chi di speranza vive, disperato muore», il ritirarmi di continuo mi aveva convinto che nel confronto con la vita si viene sempre sconfitti. Meglio non sperare che restare disillusi, insomma.
Quando ho cominciato a praticare il Buddismo ho capito, sia pure confusamente, che poteva esserci per me un altro modo di esistere che non fosse la continua ricerca di una qualunque via d’uscita delle mie angosce esistenziali. A dire la verità ascoltare parole che mi invitavano ad assumere la responsabilità della mia vita e della mia felicità mi terrorizzava, mi sembrava addirittura folle poterci credere. Allo stesso tempo però dentro di me lavorava il tarlo del dubbio e si faceva strada il desiderio di provare ad andare fino in fondo, senza cedere alla continua tentazione di arrendersi. Per dirla con Nichiren Daishonin, mi veniva offerta la possibilità di riuscire ad essere «libera dalla paura come il re leone», riscoprendo la gioia di vivere e la fiducia in me stessa. Il mio cammino davanti al Gohonzon è stato ed è tuttora molto lungo, a volte passi lentissimi, a volte una corsa frenetica. Mi sono trovata ad affrontare, riuscendo a superarle, sofferenze molto grandi, ma quello che mi sembra il beneficio maggiore è il cambiamento del mio atteggiamento nei confronti dell’esistenza. Non ho più paura di essere una persona “senza qualità”, so che posso riuscire da sola a realizzare gli obiettivi in cui credo. A volte mi capita ancora di chiedermi dove stia andando, ma dentro di me è cresciuta la consapevolezza che per qualunque ostacolo esiste sempre il modo di superarlo, anche se a volte a prezzo di grandi fatiche imparando il coraggio di avere pazienza, se necessario. In un suo discorso il presidente Ikeda dice che avere fede è vivere con speranza, lottando contro la paura di non farcela e senza lasciarsi abbattere dalle contrarietà che potremmo trovarci ad incontrare. Di questo, adesso, sono convinta anch’io.

Giorno per giorno - 5 novembre

Vivere gioiosamente è importante. Dobbiamo indirizzare con ottimismo la nostra mente in una direzione positiva e aiutare gli altri a fare lo stesso. E’ necessario sviluppare uno stato vitale in cui proviamo gioia, qualsiasi cosa accada.

mercoledì 4 novembre 2009

Creare Valore 5/11

Quando recitiamo Nam myoho renge kyo, da dentro di noi emergono la speranza e la forza per vivere la nostra vita. Il Buddismo insegna che "le illusioni e i desideri sono illuminazioni". Attraverso la fede possiamo trasformare tutto ciò che di negativo esiste nella nostra vita in qualcosa di positivo. Possiamo trasformare qualunque problema in felicità, qualunque sofferenza in gioia, e qualunque preoccupazione nella pace della mente. Non ci troveremo mai davanti a un muro che non siamo in grado di oltrepassare.
Nichiren scrive. "Myo significa rivitalizzare, rivitalizzare significa resuscitare".
E' l'immenso potere della Legge mistica che infonde nuova vita in ogni cosa, inclusi gli individui, le organizzazioni, le società e le nazioni. (continua)
tratto da: Il gosho e la vita quotidiana di Daisaku Ikeda (esperia)

Giorno per giorno - 4 novembre

Lo scopo della fede è diventare felici. Spero che tutti voi intraprenderete questo sicuro cammino, senza allontanarvi su strade secondarie che portano all’infelicità. Vi prego di avanzare con fiducia e orgoglio.

martedì 3 novembre 2009

Il mio sguardo sul mondo

M. R. - Prato


"L'incontro con papà è stato determinante per la mia fede; ho avuto la risposta dal Gohonzon che è possibile rivoluzionare le relazioni umane per quanto siano compromesse da anni di silenzio".


Sono figlia di italiani, nata in Argentina nel 1951.
La mia vita è stata relativamente serena fino a quando, sul finire dell'adolescenza, mi resi conto che quello che avevo non mi bastava più per essere felice. Intorno a me vedevo l'ingiustizia della povertà, dove la dignità dell'uomo non contava assolutamente niente. Questo sentimento mi portò, insieme al mio fidanzato, ad abbracciare una posizione politica di forte contrasto con il governo dittatoriale che aveva provocato questo grande divario fra le classi sociali. Nel 1977, all'età di ventisei anni, la mia vita fu segnata da un evento terribile che è parte della storia dell'Argentina: mio marito venne sequestrato entrando così nella lunga lista dei trentamila desaparecidos.
Dopo cinque giorni nacque nostro figlio Luis Fernando, che oggi ha ventotto anni.
Questo immenso dolore mi portò a indurirmi, a creare intorno a me una condizione dove nessuno potesse farmi del male e quindi a voler restare libera da ogni legame. Mi chiudevo per proteggermi, ma questo l'ho capito molto dopo.
Nel 1984 io e mio figlio ci lasciammo tutto alle spalle, compresi i miei genitori e mio fratello, e venimmo in Italia. Nel 1987 morì mia madre, così mio padre e mio fratello decisero di venire a vivere in Italia. Il rapporto con papà era sempre stato un po' conflittuale e vivendo sotto lo stesso tetto le difficoltà si ripresentarono.
Dopo anni di lavoro, mi capitò l'opportunità di comprare la licenza per un bar-latteria molto carino. E fra i miei clienti conobbi la persona che mi ha fatto conoscere questo Buddismo. Dopo trent'anni trascorsi senza alcuna religione non ebbi problemi a inserirmi, ma mi era più difficile accettare la parte "mistica" del Buddismo, come ad esempio la Legge che permea l'universo.
Il mio primo obiettivo era risolvere la delicata situazione con papà. La convivenza in casa era diventata difficile, al punto che mio figlio e io eravamo sempre fuori casa per evitare discussioni. Dopo tre mesi, nel dicembre del 1995, quando ho ricevuto il Gohonzon si presentò l'opportunità di risolvere la situazione: mio fratello e mia cognata, capendo che la convivenza in casa nostra era diventata insostenibile, decisero di portare mio padre da loro.
Sentivo che stavo iniziando un nuovo periodo della mia vita: avevo cominciato ad approfondire la conoscenza degli scritti di Nichiren Daishonin, a sentirmi parte di un'organizzazione dedita alla pace nel mondo e a comprendere anche che l'artefice della mia trasformazione, della mia rivoluzione umana, ero io.
All'inizio del 1996 arrivò a mio figlio Luis la cartolina per il militare. Non essendo mai stato ritrovato il corpo di mio marito, e a causa di interessi internazionali, la sua morte non era mai stata riconosciuta; ufficialmente risultava che io ero ancora sposata e che Luis aveva un padre. Decisi che a qualunque costo, per principio, lui non avrebbe fatto il militare. Così ho recitato tanto Daimoku e sono riuscita ad attirare l'attenzione dei media italiani e di numerosi personaggi politici che ci hanno aiutato a risolvere la situazione. Sono apparsi articoli su quotidiani, sono stata intervistata in televisione... è stata dura, ma il giorno prima della data di partenza per il militare, abbiamo ricevuto una telefonata da un generale dell'esercito che ci annunciava che Luis non sarebbe partito.
I problemi non arrivano mai da soli e, sempre in quel periodo, una mattina, svegliandomi per andare ad aprire il bar, mi sono accorta che non vedevo niente dall'occhio sinistro. Alla visita oculistica mi consigliarono di ricoverarmi d'urgenza ma io ero l'unica a gestire il locale e non sapevo veramente come fare. Decisi di dare il bar in gestione. Dopo gli accertamenti, la diagnosi fu crudele: sclerosi multipla, una malattia ancora oggetto di ricerca che non prevede la guarigione. In quel momento di grande sofferenza capii che dovevo affrontare la sfida e cominciai a recitare Daimoku per sciogliere quegli aspetti della mia vita che producevano effetti negativi. Determinai che avrei attaccato la malattia con tutte le mie forze e che non mi sarei lasciata intimorire.
Dall'ambiente giungevano continue risposte al mio Daimoku: i medici dell'ospedale di Prato con grande disponibilità mi sollevarono da tutte le burocrazie che richiedono i ricoveri e le cure ospedaliere e il primo gennaio del 1997 iniziai una cura di sette giorni in day-hospital. Durante il ricovero ho provato un sentimento di gratitudine verso i miei genitori per avermi donato questa vita e questo fisico che mi permetteva di sostenere egregiamente cure che potevano mettere a dura prova il metabolismo.
In questo periodo in cui non potevo lavorare, recitavo molto Daimoku, e cominciavo ad apprezzare il tempo a mia disposizione e la compagnia di mio figlio, che mi è stato sempre molto vicino insieme agli amici e compagni di fede. La malattia mi spinse a chiedere un consiglio nella fede a Kimiko Kaneda, responsabile delle donne italiane. Lei mi incoraggiò a crescere proprio grazie a questa sofferenza e a utilizzarla per diventare felice. In quel periodo mi veniva spesso in mente la frase del Gosho Felicità in questo mondo che dice: «Considera sofferenza e gioia come fatti della vita e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo qualunque cosa accada» (SND, 4, 157). Piano piano mi rendevo conto che dovevo prendere la vita nelle mie mani, lottando davanti ad ogni sofferenza per trasformarla e decidere di dare una svolta con una nuova partenza: questo era il modo per approfondire la fede. Le "sconfitte" dovevano diventare le "vittorie" della mia vita.
In quel periodo avevo scelto di non vedere la mia famiglia d'origine; ho voluto fare a meno di loro perché mi sentivo soffocata da tutti i problemi ma sapevo d'altro canto che non li avrei mai persi.
Avevo sempre presente l'incoraggiamento di Kimiko Kaneda, consapevole sempre di più che dovevo gestire la mia vita fino in fondo, sostenuta dalla preghiera. Avevo capito che non si può permettere ai dubbi di farci perdere la speranza e bloccarci. Nel frattempo era apparsa all'orizzonte una figura "inquietante": un amico di una carissima compagna di fede. Il mio ideale di uomo era rimasto mio marito e ho dovuto lottare contro la mia mente che rifiutava qualsiasi possibilità di relazione con questa persona; una paura nascosta sotto altre giustificazioni. Anche questa volta decisi di cambiare completamente, finché un giorno mi accorsi che tutta quella paura si era trasformata nel desiderio di sperimentare qualcosa di nuovo. Così quando mi chiese di andare a vivere con lui insieme a mio figlio, mi sentii pronta per questo passo.
Piano piano avevo cominciato a recitare Daimoku per la mia famiglia d'origine, vedendo in ognuno di loro quella parte positiva che non avevo mai considerato. In modo inaspettato, nel settembre 2000, arrivò il momento di rivederli: mio padre era stato ricoverato d'urgenza in ospedale. L'incontro fu molto emozionante e quasi senza parole, sembrava un momento infinito. Cercavo nella mia memoria ricordi belli, ma non li trovavo. In quel momento non sapevo come avrei fatto a sciogliere il veleno che era dentro di noi, ma sicuramente dovevo provare. Mi venne in mente la frase del Gosho: «Non ci sono terre pure o terre impure di per sé; la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente» (Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza, SND, 4, 5). Durante il giorno stavo io con mio padre e di notte mio fratello. Gli ultimi giorni della sua vita li ho vissuti cullata da una sensazione dolcissima. Quando gli parlavo le parole che mi uscivano venivano dal cuore. Non riuscivo a pensare alla sua morte come la fine di tutto, sentivo di trasmettergli tanta serenità e forza. Questo incontro con papà è stato determinante per la mia fede perché ho avuto la risposta dal Gohonzon che è possibile rivoluzionare le relazioni umane per quanto siano compromesse da anni di silenzio. Il mio rapporto con Michele, il mio compagno, è nato sulle basi del dialogo e del rispetto reciproco; mio figlio vive con noi e loro sono diventati amici, ognuno rispettando le differenze dell'altro.
Stavo così iniziando a vedere le mie vittorie. Una famiglia ricostruita e serena e la malattia che si era fermata all'episodio della manifestazione. Sono stata un anno senza poter guidare l'auto perchè non vedevo dall'occhio sinistro, ma adesso la situazione è stabile, anche se ovviamente mi tengo sotto controllo. Ho cambiato lavoro e adesso faccio parte di una cooperativa che si occupa del sociale sul territorio. Lavoro dalle quattro alle sei ore al giorno e adesso nella mia vita c'è spazio per molte più cose di prima. Da un mese è arrivato il foglio che attesta il mio stato di vedovanza, per potermi sposare con Michele.
Queste esperienze mi hanno cambiato profondamente. La cosa più bella è questo modo diverso di desiderare la felicità non soltanto per me ma anche per gli altri, e l'aver imparato ad apprezzare la vita con occhi diversi.
fonte | http://www.sgi-italia.org

Frase dal Gosho - 3 novembre

"Chi cade al suolo si rialza appoggiandosi al suolo e le persone che hanno insultato il Sutra del Loto, benche` cadano sul suolo dei tre cattivi sentieri o dei mondi umani e celesti, possono raggiungere la buddita` con l'aiuto del Sutra del Loto."


Da "La conferma del Sutra del Loto" (gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 5, pag. 232)

Giorno per giorno - 3 novembre

Il Buddismo ripone il massimo valore nei diritti umani e ne sostiene il rispetto. Si deve cercare di proteggere e di fare tutto il possibile anche per una sola persona. Chi rispetta e ha cura dei figli del Budda in questo modo è una persona capace e un vero leader.

lunedì 2 novembre 2009

Random di novembre 2009

Si fa presto a dire fede. Soprattutto quando si aspira a una fede non cieca, ma che si autoalimenta con l’esperienza e i progressi personali.
Nel Buddismo, la pratica (per sé e per gli altri) e lo studio sono gli elementi indispensabili per guadagnare l’agognata fiducia.
Fiducia nel Buddismo? No, solo in se stessi.


Dal giorno della nascita in poi, l’essere umano affronta una lunga serie di cambiamenti. Anche il Buddismo ne propone uno e il più radicale: il cambiamento interiore. Che si raggiunge coi piccoli grandi passi della fede, della pratica e dello studio.


Come una goccia sull’altra forma uno specchio d’acqua, anche la fede si costruisce accumulando numerose esperienze.


Le azioni quotidiane della pratica buddista dipingono il nostro futuro.


Non è semplice compiere lo sforzo di calarsi nei panni altrui.


Per fortuna il Buddismo non consiglia di studiare a memoria: meglio inciderlo nella propria vita.


Le azioni basate sulla fede non sono mai inutili, sono come il flusso d’acqua costante che, sebbene di portata modesta, riuscirà col tempo ad aprirsi un varco nella roccia. A patto di non arrestarsi mai.