«Una sola mente» o non succede niente

Saper dare il meglio di sé. E nello stesso tempo apprezzare e incentivare le qualità degli altri. Requisiti indispensabili per collaborare fianco a fianco e unire le forze del maggior numero di persone. Non per discutere in astratto del futuro, ma per costruirlo.

Aprite un giornale, magari un giornale sportivo che riporti qualche bel risultato della squadra del momento. Tra le tante osservazioni che potrete trovare nell’articolo, magari anche un po’ infarcito di retorica, non mancheranno di certo i riferimenti alla forza del collettivo, all’unità creatasi tra i vari componenti del team vincente. Un allenatore vittorioso poi, non perderà l’occasione per lodare le individualità degli avversari, indiscutibilmente di spicco, puntando poi ancora il dito sull’ottimo funzionamento del gruppo da lui diretto. E non si tratta solo di sport. Anche nelle moderne tecniche di formazione manageriale, la capacità di generare una forte coesione – non di rado sconfinante negli eccessi – tra i propri collaboratori assume un forte rilievo, ed è considerata una qualità indispensabile per un organizzatore vincente. L’unione, insomma, fa la forza un po’ dappertutto.
E i buddisti? Si sa, uno dei punti considerati fondamentali nella vita della collettività buddista è l’unità dei credenti, altrettanto ben conosciuta col suo nome giapponese itai doshin. Ma dietro alla celebrazione dell’unità possono celarsi mille insidie, e la sottile differenza tra unità e uniformità è la lama di un rasoio sulla quale più di una persona, organizzazione, regime, possono trovarsi a camminare oscillando pericolosamente. Questo vale anche per chi pratica il Buddismo di Nichiren Daishonin.
Ma partiamo dalla traduzione di quell’espressione così importante: itai doshin. “Diversi corpi, stessa mente” è capitato spesso di leggere, e in molti si sono sbracciati nel fare esempi che evidenziassero quanto vestirsi allo stesso modo o avere le stesse abitudini alimentari fosse in questo senso indifferente se non lontano dallo spirito del Buddismo. “Diversi corpi” o “diversi nel corpo” è sempre apparso a tutti un concetto chiaro e digeribile, almeno in teoria. Il problema è semmai la seconda parte dell’enunciato. Sì perché shin di doshin non conviene tradurlo “mente”, una parola che lascia immaginare solo il modo di pensare, le aspirazioni personali o le proprie idiosincrasie.
Essere uniti, nel Buddismo, non significa pensarla allo stesso modo, avere gli stessi gusti, essere persone particolarmente affini. Né è importante cercare di diventarlo. Anche questi aspetti della “mente” rientrano in realtà nel concetto di individualità, insomma in itai, in quei corpi, ma sarebbe meglio dire individui, che devono restare diversi. Del resto, se non fosse così, il settarismo sarebbe dietro l’angolo, stimolato dall’esigenza di “legare” solo con buddisti o, comunque, prima di tutto con loro, spersonalizzando le proprie legittime tendenze. Da questo deriva anche una importante conseguenza: se è vero che l’unità nella fede non va intesa come una serie di manifestazioni esteriori o formali, è anche vero che non è affatto facile giudicarla.
Più che crearsi pregiudizi, magari cadendo nel solito tranello di “quel tipo mi piace, dunque siamo uniti”, è estremamente importante fare degli sforzi per creare un clima di scambio. Non necessariamente di consenso, ma di scambio umano, un’atmosfera nella quale sia possibile comunicare senza frapporre ostacoli inutili tra noi e quelli che, fatalmente, non ci somigliano neanche un po’.
«Le persone a Kansai si occupano molto le une delle altre. Messi da parte i livelli inferiori o superiori di responsabilità, parlano liberamente tra loro. In altre parole discutono il Buddismo da persona a persona, e ognuno condivide con gli altri il proprio carattere e la propria unica umanità. Credo che questo tipo di scambio sia estremamente importante. Senza questo elemento forse le nostre attività non sarebbero altro che esercizi di organizzazione o di autorità». Sono parole di Daisaku Ikeda – in elogio dei membri della SGI che abitano in un’importante area del Giappone – che offrono effettivamente la misura di quello che deve stare alla base della creazione dell’unità buddista: condividere le proprie caratteristiche positive con gli altri, lavorando al tempo stesso su tutti quei difetti che potrebbero impedirci di recepire ciò che dall’esterno potrebbe aiutarci, senza per questo, lo ripetiamo, cercare o pretendere il consenso o l’affinità a tutti i costi.
Del resto l’insegnamento buddista si occupa della vita come di una cosa dinamica, in costante evoluzione e mutamento, negando la stabilità dei fatti secolari. E volendo questa è un po’ la differenza tra il concepire l’unità come uno “stato di fatto”, una condizione statica (ma impermanente, ci ricorda il Buddismo) in cui le persone si trovano d’accordo spontaneamente e si apprezzano senza riserve, e la capacità di vivere la fede come un confronto continuo con gente e situazioni che cambiano, con idee e modi di fare che possono anche essere messi in discussione, come tutte le cose naturalmente mutevoli di questo mondo. L’elasticità mentale, si sa, vale spesso molto più di mille certezze.
Doshin allora diventa un fatto dinamico, una “tendenza” che si dipana nel tempo e, appunto, tra individui diversi. È lo scopo buddista della ricerca dell’Illuminazione, qualcosa che non è individuabile in un comportamento specifico, in un’abitudine particolare o in un certo modo di pensare. Doshin va oltre, è il desiderio e l’azione stessa di migliorarsi veramente, senza compromessi.
«Tutti i discepoli di Nichiren, sia preti che laici – si legge in una famosissima frase del Gosho L’eredità della legge fondamentale della vita – dovrebbero recitare Nam-myoho-renge- kyo uniti nello spirito, superando tutte le differenze che esistono tra di loro per divenire inseparabili come i pesci e l’acqua in cui nuotano». Nella traduzione letterale, il concetto di superare le differenze suona più o meno come «...senza alcun pensiero di sé o dell’altro, di questo o di quello». In altre parole è l’invito a non dare spazio all’egoismo e al pregiudizio, mantenendo piuttosto una mente aperta. Come dire, in un certo senso, che essere diversi è sacrosanto, ma questo non deve ostacolare – diventando semmai un punto di forza – lo scambio e il lavoro comune.
Il Nuovo Rinascimento ha interpellato sull’argomento un certo numero di persone. Le quali hanno messo soprattutto in evidenza proprio la necessità di trascendere le diversità, senza tuttavia appianarle. Qualcuno ci ha raccontato certe sue difficoltà nella gestione dell’organizzazione: «A volte si rischia di passare da un estremo all’altro. O devi essere d’accordo per forza, o pretendi di arroccarti su certe idee senza lasciare che la tua mente valuti serenamente quelle degli altri. Sembra quasi che individualità e disponibilità siano caratteristiche inconciliabili». Concedeteci però un “lieto fine” ricordando un’altra delle osservazioni che abbiamo registrato, e che ci è parsa tanto semplice quanto essenziale: «L’importante per me è sforzarmi continuamente di capire un aspetto della persona che ho davanti. Magari la pensa diversamente da me, magari non è esattamente il tipo con cui partirei per un viaggio, ma vuole le stesse cose che voglio io. Se riesco a ricordarmelo, allora posso lavorarci insieme e creare, paradossalmente, un clima favorevole».
Conservazione dell’individualità e capacità di collaborare. In altre parole potremmo dire: solo persone forti possono creare un’unità buddista veramente notevole. Del resto, chi è incapace di “reggere” il rapporto con gli altri – anche con quelli che non la pensano come lui – non si può dire che sia realmente forte. La cosa, fatalmente, lascia poche alternative. Del resto questi discorsi rendono chiaro il fatto che abbiamo bisogno di capacità coesiva: è un’esigenza personale che, anche se non servisse – per assurdo – a livello collettivo, è cibo e allena- mento per coltivare una individualità, per così dire, sana.
Ma, appurato il fatto che la ricerca di itai doshin è un fatto cruciale per chiunque pratichi il Buddismo di Nichiren Daishonin, è bene anche riflettere sui modi di costruirlo e conservarlo vivo. Certo, lo sforzo quotidiano di aprirsi agli altri e cercare lo scambio umano è essenziale. Ma i buddisti fanno anche dell’altro: organizzano delle attività in cui l’unità fa – e deve fare – la parte del leone. Tutto infatti, si dice, è possibile grazie all’esercizio di un forte itai doshin e deve finire col consolidamento della stesso. Tutto dovrebbe ruotare intorno all’unità e allo scopo comune della costruzione della pace, kosen-rufu.
Con credenziali di questo genere, le attività buddiste dovrebbero essere sempre eventi grandiosi, per quanto semplici e coinvolgenti poche persone. Eppure è capitato a tutti di viverle stancamente, di perdere di vista piuttosto facilmente proprio gli scopi fondamentali. Come può accadere? Certamente esiste una componente personale. Come vivi un evento dipende naturalmente da come ti poni rispetto ad esso, da quanto attiva e consapevole è la tua condizione. Ma dipende anche, a livello più generale, da quanto la realtà riesce davvero a impregnare una certa attività.
Una frase estremamente severa tratta dal Gosho L’ alleggerimento della retribuzione karmica può aiutarci ad approfondire questo punto: «Kangyo-soku è uno dei sei stadi della pratica del perfetto insegnamento e sta a indicare che una persona agisce come parla e parla come agisce. Coloro che sono nello stadio di ri-soku e myoji-soku credono nel perfetto insegnamento, ma solo a parole, non con le azioni... È molto difficile costruire una società pacifica. Si può recitare perfettamente il Sutra del Loto, ma è ben più difficile metterne in pratica gli insegnamenti». Superficialmente potremmo limitarci a ricordare il fati- dico «tra il dire e il fare...». Ma i termini del problema non cambierebbero. Probabilmente bisogna riflettere sull’importanza dell’azione in altri termini.
Il pericolo è quello di vivere concetti come itai doshin e kosen-rufu come valori fini a se stessi, di separarli cioè dalle azioni e dai valori quotidiani che invece ne sono la vera sostanza. «Dobbiamo realizzare una forte unità» è un proclama che il vostro responsabile avrà ripetuto più di una volta. E magari avrà cercato di creare dei presupposti per aggregare le persone, permettere loro di incontrarsi e legare. Con il rischio, talvolta, di creare un qualcosa di molto fine a se stesso. Ma qual è lo scopo di questo gran daffare? «Perché ci siamo trovati stasera?», capita di chiedersi. E maggiore è la distanza di ciò che stiamo facendo – anche nell’attività buddista – dai problemi reali che noi e i nostri amici viviamo tutti i giorni, minore sarà il valore dello scambio umano che possiamo realizzare. Insomma, “farsi l’attività addosso” crea un tipo di unità che è solo apparentemente solida e piena di significato, ma che poggia in realtà su una base estremamente debole.
Ricercare il bene e misurarsi coi problemi veri, senza mai perderli di vista, invece, porta inevitabilmente chiunque a trovarsi di fronte alle sfide più dure ma anche più remunerative. Porta anche ad avere realmente bisogno di approfondire il rapporto con gli altri e imparare a creare armonia in tutte le situazioni, ricercando questa condizione come un mezzo necessario per il raggiungimento di qualcosa di più grande. Unisce più lo sforzo di spaccarsi le corna dietro a un problema vero che coltivare mille espedienti. E lavorando insieme sulla realtà, sui progetti e le cose concrete, si può vivere in itai doshin anche senza volerlo. Anche senza nominarlo mai.

di Alessandro Aurigi - Tratto dal Nuovo Rinascimento N° 147 del Maggio 1994
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