Niente succede per caso

Non c’è possibilità di farla franca. Gli zelanti segretari della Legge registrano ogni cosa. Ma se facciamo attenzione ci indicano verso dove sta andando la nostra vita.

Le persone, fin dal momento della loro nascita, sono accompagnate da due messaggeri, chiamati Dosho e Domyo, che li seguono da vicino proprio come la loro ombra, e non li lasciano mai, nemmeno per un istante. A turno, essi riferiscono al Cielo le azioni buone e quelle cattive, sia grandi che piccole, senza tralasciare il minimo dettaglio» (dal Gosho La legge causale della vita).
L’idea che una persona possa avere alle calcagna qualcuno che instancabilmente, tutti i giorni della vita, ascolta, “spia” e registra tutte le sue parole, azioni e pensieri può risultare, oltre che fastidiosa, anche un po’ inquietante. Ma, fortunatamente, quella di Dosho e Domyo è solo una metafora con cui la tradizione buddista spiega la causalità della vita, mettendo in evidenza la sua imparzialità e severità.
Nella visione buddista della vita ogni cosa nell’ universo manifesta la Legge di causa ed effetto e assolutamente nulla è conseguenza del caso. In particolare ciò che percepiamo come caso è semplicemente un effetto di cui ancora ignoriamo la causa. Pertanto ogni effetto ha una sua specifica causa ed ogni causa, inevitabilmente, dà origine ad un preciso effetto anche se il tempo che li separa dovesse essere molto lungo. In realtà il Buddismo insegna che, a un livello più profondo, la causa e l’effetto sono simultanei, vale a dire che nel momento stesso in cui si agisce l’effetto di questa causa esiste già nella vita come effetto latente ed è in attesa del giusto stimolo esterno per apparire come effetto manifesto.
Tutto ciò, neanche a dirlo, si applica anche alla vita di ogni essere umano e si esprime in quel concetto che non di rado rende inquieti molti praticanti del Buddismo: il karma.
Per intenderci il karma è il documento che Dosho e Domyo scrivono instancabilmente, attimo dopo attimo, nell’ottava coscienza di ogni persona in accordo con le sue azioni. In particolare, secondo il sutra Kegon, Dosho siede sulla spalla destra della persona e si occupa di “registrare” le azioni cattive, mentre Domyo siede sulla spalla sinistra e si occupa di quelle buone. Assolutamente nulla viene tralasciato o dimenticato perché, al contrario di quanto si potrebbe sperare, l’abilità di questi insoliti angeli custodi in kimono e sandali nell’adempiere a tale compito è assolutamente impeccabile. Per nessuna ragione sarebbero disposti a chiudere un occhio, neanche per la più piccola marachella. L’imparzialità e la severità guidano il loro operato. Così l’ estrazione sociale, il colore della pelle o i titoli culturali non sono elementi che influiscono sulla valutazione delle azioni di una persona. Tutti sono sullo stesso piano al cospetto di Dosho e Domyo o, se si vuole, rispetto alla Legge di causa ed effetto.
Il karma, pertanto, non è altro che il risultato delle proprie azioni fisiche, verbali e mentali o, per dirla con Richard Causton, «karma significa che tutto ciò di cui soffriamo e tutto ciò di cui godiamo è il risultato delle nostre stesse azioni, senza eccezione alcuna». Ne segue un insegnamento semplice, anche se difficile da digerire: nessuno, al di fuori di noi stessi, è responsabile della propria vita e, attribuire ad altri la responsabilità delle situazioni in cui ci si trova è, oltre che sbagliato, anche inutile.
È importante comprendere che la causalità non è solo una teoria messa a punto dal Buddismo per dare una giustificazione a ciò che accade o, peggio, per spaventare le persone, ma è una vera e propria legge dell’universo e come tale, agisce secondo modalità precise ed inevitabili, indipendentemente da ciò che uno si aspetta o da ciò che si ritiene giusto o ingiusto. La Legge di causa ed effetto funziona al di là della personale consapevolezza, ignorarla o utilizzarla per il proprio miglioramento è una scelta personale.
Ma torniamo ai nostri due angeli custodi dagli occhi a mandorla. Il fatto che l’uno si occupa delle cattive azioni e l’altro di quelle buone sta a significare che l’ equazione karma = tutto ciò che c’è di negativo in una persona, non è del tutto esatta. Infatti il karma è anche, e per fortuna, positivo. In particolare, Nichiren Daishonin spiega che tutte le azioni che offendono la vera Legge o che provocano sofferenza agli altri, creano karma negativo generando sofferenza nella propria vita. Al contrario, le azioni che esaltano la vera Legge o che danno felicità agli altri, creano karma positivo apportando fortuna alla propria vita. Tuttavia è importante precisare che nel creare karma positivo, fra i tre tipi di azioni (fisiche, verbali e mentali), i pensieri hanno un peso maggiore. Vale a dire che, per dare valore positivo al karma, è essenziale l’intenzione, cioè la sincerità del proprio cuore orientato verso la fede nel Gohonzon, verso l’ amore e la compassione per gli altri. Lodi e buone parole pronunciate solo con la bocca ma senza cuore non portano alcun beneficio. Viceversa nel creare karma negativo le parole e le azioni hanno più peso dei pensieri. Infatti, anche se pensieri malevoli sorgono a volte nel proprio cuore, si possono tenere sotto controllo in modo che dai pensieri non si passi alle parole o, peggio, ai fatti. Invece, parole offensive anche se pronunciate senza odio e senza intenzione di ferire, hanno l’effetto di far soffrire una persona e, di conseguenza, si ritorceranno sulla propria vita come karma negativo.
Quanto detto, a volte, porta a pensare che i concetti del karma e della Legge di causalità spingano chi pratica il Buddismo verso un agire morale che in qualche modo derivi dalla paura di una punizione o dall’attesa di un beneficio. Tuttavia, se si comprende, sperimentandolo, che la causalità è una legge che regola la vita e tutti i fenomeni dell’universo e non un’invenzione del Buddismo, si comprende anche perché tutti gli insegnamenti buddisti indirizzano persone cercare la felicità attraverso il miglioramento personale e la dedizione agli altri. L’agire morale, pertanto, nasce sempre da un’automotivazione, dalla personale convinzione che fare il bene è giusto e nobile e non dalla paura di una punizione. D’altra parte benefici e punizioni sono sempre la conseguenza di un cambiamento “invisibile” che avviene prima di tutto, per decisione personale, nella propria vita.
Dalla prospettiva del Buddismo di Nichiren Daishonin comunque il concetto del karma è estremamente positivo, perché offre l’eterna possibilità di migliorare la propria condizione.
Per dirla con lo storico Toynbee: «Le azioni producono conseguenze, e tali conseguenze sono inevitabili. Non sono però inalterabili. Azioni successive possono migliorarle o peggiorarle». In definitiva il karma riguarda sia il passato che, e forse in maggiore misura, il futuro. Così il Buddismo del Daishonin insegna che recitando Nam-myoho-renge-kyo si può elevare la propria condizione fondamentale e ricominciare da questo preciso momento a stabilire buone cause, basate sulla Buddità, per la propria felicità futura.
«Il concetto di karma – dice inoltre Ikeda – non fu sviluppato per persuadere le persone a rassegnarsi a una sofferenza senza speranza, ma per dare a ogni persona la possibilità di comprendere come tutti i problemi che la vita presenta siano frutto della propria responsabilità e che è proprio il compito di sforzarsi per superarli. Questa consapevolezza – egli conclude – permette di costruire una vera indipendenza». Così se una situazione provoca sofferenza, la consapevolezza della legge del karma, unitamente al grande desiderio di migliorare, diventeranno due elementi propulsori che spingeranno la persona ad agire in modo da sradicare il karma negativo che causa tale sofferenza.
Da questa prospettiva Dosho e Domyo, più che spie del proprio animo, possono essere immaginati alla stregua di due bravi segretari che, aggiornando attimo dopo attimo quell’ immenso archivio di “azioni compiute” che è il karma, indicano, attraverso gli effetti, in quale direzione sta andando la propria vita.

di Donato Di Bari - Tratto dal Nuovo Rinascimento n°178 del Dicembre 1996 
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