Ricomincio da me per rispettare gli altri

Leggendo il poema di Daisaku Ikeda

“Il nuovo brillante secolo dell’Italia”
Appena ho letto questo poema sono rimasto colpito dalla considerazione e dalle aspettative del presidente Ikeda nei confronti dei membri italiani. L’ho divorato con avidità come se volessi trovare nelle parole del maestro una conferma alle mie convinzioni. E questo è stato il mio primo superficiale approccio al poema. Dopodiché ho cominciato a rileggerlo più attentamente, immaginandomi che fosse stato dedicato direttamente a me, al mio cambiamento e alla mia crescita. Quante volte mi è capitato e mi capita di leggere gli scritti di Ikeda o di Nichiren Daishonin rivolgendo all’esterno incoraggiamenti che invece dovrei rivolgere a me stesso. Grazie a questa riflessione mi sono reso conto di quanto può essere pericolosa la mente che cerca in tutti i modi di togliere fiducia nella possibilità che il singolo cambiamento possa davvero trasformare l’impossibile in possibile.
Sono sempre tante, e tutte ragionevoli, le situazioni nel mio ambiente che mi portano a pensare di non dover essere io a cambiare, che questa volta sono davvero “gli altri” a non capire, ad avere sbagliato. Ma questo poema rappresenta un forte e preciso incoraggiamento a partire da se stessi, a guardare dentro di sé.

Rispettando l’individualità di ognuno,
con la tua forza, tenendo alto il tuo morale,
danza pieno di allegria.
Come miglior modello del mondo,
realizzate una bellissima e gioiosa unità.
Avanzate mantenendo buoni rapporti
e un’atmosfera fraterna.

Ma quanto è difficile mettere in pratica queste parole? Mi accorgo che la sfiducia e il dubbio sorgono immancabilmente ogni qual volta faccio un’azione per risolvere un problema, magari enorme dalla mia prospettiva, e per contro sembra non cambiare niente. Questo è il limite più difficile da sconfiggere. Decidere di vivere l’umanesimo, la compassione buddista, a prescindere da quello che possono fare o dire gli altri. Senza aspettarsi nulla in cambio.
«La compassione è da tenere in gran conto, – afferma Ikeda a questo proposito nel dialogo con Gorbaciov -– ma non possiamo obbligare nessuno a farlo. Dovremmo consigliare di mostrare compassione, ma non esigerne per noi stessi, né rinfacciare ad altri la mancanza di compassione per noi. Nelle nostre azioni verso gli altri dovremmo mostrare compassione, ma quando la esigiamo per noi stessi non possiamo definirci degni discepoli del Budda. Indipendentemente da quello che gli altri pensano di noi, dovremmo seguire le nostre convinzioni senza tentennamenti» (Le nostre vie si incontrano all’orizzonte, Sperling & Kupfer editori, 2000, pag. 46).
Ogni riga del poema è un potente e appassionato incoraggiamento per riuscire a “seguire le nostre convinzioni senza tentennamenti”, qualunque cosa accada.
Un articolo apparso lo scorso 4 ottobre sul quotidiano La Stampa raccontava la storia di un povero mezzadro scozzese che, mentre era al lavoro nei campi, sentì gridare aiuto dalla palude vicina. Vide un bambino che affogava nelle sabbie mobili e lo salvò rischiando la propria vita. Il padre di quel bambino era un nobile: la sera stessa bussò alla casa del mezzadro e per sdebitarsi si offrì di pagare le scuole a suo figlio. Così il figlio del mezzadro poté avere la migliore istruzione del Regno Unito e laurearsi in medicina fino a diventare famoso. Il suo nome era Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina. Qualche tempo dopo, il figlio del nobile che il mezzadro aveva salvato, si ammalò gravemente di polmonite: e la penicillina lo guarì. Si chiamava Winston Churchill, il premier britannico che fermerà Hitler. Senza saperlo, con un solo gesto, il mezzadro scozzese aveva cambiato due volte la storia dell’umanità.
«Per chi si ritrova bombardato di notizie e sballottato fra eventi che non capisce più, questa storia vera combatte quel senso di inutilità che ci pervade fino a immobilizzarci, come se ogni cosa fosse sfuggita al nostro controllo e il cinismo rappresentasse l’unico antidoto allo smarrimento. Ma le azioni di ogni individuo producono sempre un risultato da qualche parte. E hanno un senso preciso, anche quando chi le compie gliene dà un altro oppure nessuno, dal momento che non gli è concesso di conoscere tutto il copione», commentava Massimo Gramellini in questo articolo.

«Il pesce comincia a puzzare dalla testa».
Nel mondo di kosen-rufu
sono i responsabili
che per primi devono dare un ottimo esempio,
realizzando la corrente indistruttibile
di coerenza dall’inizio alla fine.

Ikeda è solito ripetere che la fede è eterna speranza e che persa la speranza abbiamo perso tutto. Anche nel nono volume della Nuova rivoluzione umana chiarisce il significato dell’essere responsabili nella Soka Gakkai: «Un vero responsabile è sempre sincero e incoraggia gli altri con tutto il cuore. Un responsabile è al servizio dei membri che sono i figli del Budda. Inoltre, un vero responsabile riesce a mettere tutti a proprio agio. Un responsabile autoritario è colui che guarda gli altri dall’alto in basso, alza la voce e li fa sentire a disagio. Un vero responsabile della Soka Gakkai, d’altro canto, è un responsabile in presenza del quale le persone si sentono rinvigorite e a proprio agio, piene di speranza e di coraggio. La forza motrice del progresso di kosen-rufu è l’armoniosa unità delle persone che lavorano insieme sulla base del rispetto reciproco. I membri non devono mai risentirsi, odiarsi, sminuirsi o invidiarsi tra loro. Ciò equivarrebbe a una grande offesa alla Legge, e chi la commette riceverà effetti negativi, danneggerà l’organizzazione e in definitiva distruggerà kosen-rufu. Ma come si crea l’unità tra i membri? La chiave è la preghiera, recitare Daimoku con impegno» (pag. 236). Ora, per noi giovani, è il momento di agire, “là dove ti trovi adesso” e attraverso una forte preghiera, realizziamo una splendida vittoria:

Noi vinceremo, lottando
sull’eterno e reale palcoscenico dello spirito.
Insieme a quella persona,
ascoltando la voce di quella persona, lasciamo
una limpida soluzione per realizzare
pace e felicità.

NR n° 282 - 15 maggio 2003 - di Dino Bucalo
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