L'unica regola

Non è seguendo delle regole che si ha garantito il raggiungimento dell’Illuminazione. La sola sicurezza sta nell’abbracciare il Gohonzon e non abbandonarlo mai. Il precetto del calice di diamante è l’unica “regola” da seguire strettamente.

Un precetto è una regola che viene prescritta al fine di condurre un’esistenza nel rispetto di determinati canoni etici. Nel mondo moderno si tende a porre l’accento più sulla libertà individuale che non sulla rigida osservanza di una serie di norme di comportamento preconfezionate. La cosa è abbastanza evidente, per esempio, nella sfera sessuale nella quale i codici di condotta cambiano in modo radicale a seconda dei tempi e dei luoghi: in Inghilterra, sotto il regno della regina Vittoria (1837-1901) si fasciavano di stoffa le gambe dei tavoli per non lasciarle indecentemente scoperte e una signora “perbene” non avrebbe dormito in una stanza sulle cui pareti fosse appeso il ritratto di un uomo; nella stessa Inghilterra, nel 1963, Mary Quant lanciò la minigonna.
Fra i motivi per cui oggi, nel mondo occidentale, le persone tendono ad allontanarsi dalla pratica della religione viene spesso citata l’esistenza di rigidi precetti.
I primi insegnamenti Mahayana insegnavano che la via dell’Illuminazione si apriva soltanto per coloro che avevano praticato innumerevoli austerità che comprendevano sei tipi di pratiche o perfezioni (paramita) per un periodo di tempo inimmaginabilmente lungo. Le sei paramita indicavano il comportamento che un Budda doveva adottare nei pensieri, nelle parole e nelle azioni. Per esempio, abbandonare tutte le proprie ricchezze e dedicarsi a insegnare il Buddismo con una mente pura (offerta o elemosina), essere pazienti davanti alle persecuzioni o alle sofferenze (sopportazione), praticare incessantemente (assiduità), riflettere profondamente sulla verità della vita (meditazione) e ottenere la comprensione della vera natura della vita (saggezza).
C’erano poi regole di condotta da osservare rigidamente. Questi precetti, in origine, avevano la funzione di impedire che i seguaci del Buddismo – anche inconsapevolmente – danneggiassero gli altri creando cause di infelicità e inoltre servivano come utile esercizio di disciplina per perseverare nella pratica. I cinque precetti fondamentali erano non uccidere, non rubare, non mentire, non compiere atti sessualmente illeciti e non bere bevande inebrianti. A questi, con il tempo, si venne ad aggiungere una sovrastruttura di prescrizioni e divieti che traevano origine dalle convenzioni sociali e culturali e ben poco avevano a che vedere con lo spirito originario per cui i precetti erano stati istituiti. Ecco quindi le prescrizioni alimentari o di abbigliamento oppure la proibizione di assistere a spettacoli di canto o danza: regole che non incoraggiavano certo l’individuo a ricercare in piena autonomia e per sua libera scelta i valori dell’autodisciplina.
C’è da considerare un altro “effetto collaterale” la cui rilevanza dottrinale non può essere sottovalutata: man mano che i precetti diventavano sempre più complessi e difficili da osservare, nei praticanti si radicava sempre più la convinzione che il Budda fosse un essere veramente speciale e che la sua condizione vitale fosse inaccessibile ai comuni esseri umani. Nessuna meraviglia che l’obiettivo di diventare Budda in questa esistenza non venisse neanche preso in considerazione.
Nel tredicesimo secolo compare in Giappone un monaco che si guadagna la fama di grande riformatore del Buddismo. Naturalmente parliamo di Nichiren, la cui immagine più accreditata è quella di un maestro severo e intransigente. «Chissà quante regole – potrebbe pensare il malaccorto – avrà imposto ai suoi seguaci»: scopriamolo. Nel Gosho Sull’Urabon, indirizzato alla nonna del suo seguace, il monaco Jibu-bo Nichii, scrive: «…tu hai un nipote, Jibu-bo, che è un prete buddista. Questo prete non osserva i precetti e manca di saggezza. Non osserva nemmeno uno dei duecentocinquanta precetti e nemmeno una delle tremila regole di condotta. Per la sua mancanza di saggezza è nella stessa categoria dei buoi o dei cavalli e, visto che non osserva le regole di condotta, assomiglia a una scimmia. Ma egli riverisce il Budda Shakyamuni e ha fede nell’insegnamento del Sutra del Loto. Dunque è come un serpente che stringe in bocca un gioiello o come un drago che porta reliquie sacre sulla testa. Un tralcio di glicine, avvolgendosi intorno a un pino può salire nell’aria fino a mille metri e un airone può viaggiare diecimila miglia perché può contare sulle proprie ali. Non è con le loro sole forze che sono in grado di compiere queste imprese.
«Ciò si applica allo stesso modo al caso del prete Jibu-bo. Anche se egli è come un tralcio di glicine, poiché si arrampica sul pino del Sutra del Loto può scalare la montagna della perfetta Illuminazione. Poiché può fare affidamento sulle ali dell’unico veicolo, può librarsi nei cieli della Luce Tranquilla. Con simili ali è un prete che può recare conforto non solo alle anime dei suoi genitori e nonni ma anche a quelle dei parenti fino alla settima generazione!
«Come sei fortunata a possedere questo bel gioiello di nipote!» (SND, 9, 234-5).
La pratica di recitare Nam-myoho-renge-kyo, il titolo del Sutra del Loto, è secondo Nichiren l’insegnamento fondamentale attraverso il quale le persone possono ottenere l’Illuminazione. La sola pratica del Daimoku contiene in sé tutti i precetti e le paramita degli insegnamenti buddisti precedenti. Questo viene spiegato dal concetto del “calice di diamante” (kongo hoki kai) che tradotto letteralmente significa “prezioso ricettacolo della forza aurea” e viene esposto nel Sutra Bommo (Sutra della rete di Brahma). Nel Gosho L’insegnamento, la pratica e la prova Nichiren Daishonin lo spiega così: «I cinque caratteri di Myoho-renge-kyo, il cuore dell’insegnamento Honmon del Sutra del Loto, contengono tutti i benefici delle pratiche e delle azioni meritorie di tutti i Budda nelle tre esistenze. Come possono quindi questi cinque caratteri non includere i benefici ottenuti osservando tutti i precetti? Una volta abbracciato questo perfetto mistico precetto, un praticante non può romperlo, nemmeno se volesse. Perciò è chiamato il precetto [del calice] di diamante» (SND, 6, 219).
Questo modo di vedere le cose suggerisce un’idea di libertà che poco ha a che vedere con un codice morale o una serie di norme di comportamento suggerite dall’esterno. A questo punto, però, vale la pena di puntualizzare che se consideriamo “limitazione della libertà” un codice di condotta che può anche essere imposto allo scopo di controllarci e uniformarci tramite la paura e il senso di colpa – pratica largamente adottata nei secoli dalle più diverse confessioni religiose nonché dai regimi secolari – non possiamo per contro considerare “libertà” neanche il più sfrenato edonismo e la negazione di qualsiasi limite di comportamento: questo può darci, momentaneamente, l’illusione della libertà, ma in definitiva ci rende ancora più schiavi del desiderio e della sua immediata soddisfazione. La libertà di cui si parla sta nell’agire con saggezza e compassione, di nostra spontanea volontà, senza sentirci minacciati dalla possibile punizione né motivati dalla possibile ricompensa.
Il Budda Shakyamuni era contrario alle rigide pratiche ascetiche, infatti le aveva abbandonate perché non costituivano il corretto cammino verso l’Illuminazione. I precetti adottati dal suo ordine avevano lo scopo di favorire la vita in comune ed erano applicati in modo flessibile, tanto che spesso venivano accordate deroghe, a seconda delle condizioni dei praticanti.
«I precetti – scrive Daisaku Ikeda – sono da intendersi come un sussidio alla pratica, non come un fine a sé stante. È contrario ai veri principi del Buddismo che la salvaguardia dei precetti divenga un obiettivo prioritario, tanto da privare gli esseri umani della propria libertà. Il cuore dell’insegnamento di Shakyamuni è di mettere in grado la gente di costruirsi un io veramente saldo; i precetti servono semplicemente a favorire questo processo» (NRU, 3, 175).
Sarà un caso che colui che insisteva di più sull’istituzione di precetti più severi era Devadatta, il cugino di Shakyamuni che – roso dall’invidia – tentò addirittura di ucciderlo? Narra il Daishonin: «Il Budda accettava le vesti che gli venivano donate, Devadatta indossava solo vesti fatte di stracci. Il Budda accettava i pasti che gli venivano offerti, Devadatta viveva solo di elemosine. Il Budda mangiava una, due o tre volte al giorno, Devadatta mangiava una volta soltanto. Il Budda si riparava nei cimiteri o sotto gli alberi, Devadatta sedeva tutto il giorno all’aperto. Il Budda di tanto in tanto assumeva sale o i cinque sapori, Devadatta non ne assumeva mai. Vedendo ciò, la gente cominciò a credere che Devadatta fosse superiore al Budda come le nuvole al fango» (SND, 9, 49).
Quindi, insegna il Daishonin, invece di seguire regole esterne di condotta, osservando l’unico precetto di praticare con fede al Gohonzon possiamo sviluppare la saggezza e il coraggio della condizione vitale di Buddità. Questo ci permette di decidere autonomamente quale sia la maniera di vivere che crea più valore. Inoltre vivendo in questo modo, possiamo ricevere benefici addirittura superiori a quelli che ci sarebbero garantiti dall’osservanza di un’infinita serie di precetti. Il cuore del discorso è scegliere in piena libertà. Chi incide questa pratica profondamente nella propria vita tenderà naturalmente ad agire in maniera saggia e piena di compassione, superando i propri impulsi negativi e sviluppando quegli attributi che vengono naturalmente associati alla condizione vitale della Buddità.
Utopia? Per capirlo basta esaminare i risultati della nostra pratica buddista, le caratteristiche che attraverso la recitazione quotidiana del Daimoku emergono dalla nostra vita senza che noi quasi ce ne rendiamo conto, così come non ci accorgiamo che impercettibilmente, ma incessantemente, ci crescono i capelli. Cercando di insegnare agli altri espandiamo la compassione, sforzandoci di trovare il tempo di studiare il Buddismo sviluppiamo l’autodisciplina. Le delusioni ci regalano la forza di non perdere la speranza e quando il nostro impegno per condividere la nostra esperienza con gli altri incontra un rifiuto, rimaniamo risoluti. In definitiva, via via che affrontiamo con successo ogni particolare situazione quotidiana sviluppiamo nel modo più naturale la saggezza per capire come dovremmo vivere.
Abbracciare il Gohonzon, recitare Nam-myoho-renge-kyo e insegnare agli altri è tutto ciò che ci occorre per abbracciare la stessa Legge alla quale si era illuminato il Budda Shakyamuni; non occorre nessun altro tipo di pratica, di austerità, di azioni compiute (o evitate) solo perché pensiamo che gli altri si aspettino questo da noi in quanto buddisti. Abbracciare il “precetto del calice di diamante” di Nam-myoho-renge-kyo è la condizione necessaria e sufficiente per costruire uno stato vitale indistruttibile come il diamante. E – proprio come il diamante – questa condizione vitale profonda non può essere erosa né spazzata via e la sua lucentezza non può essere offuscata. Come il diamante – la sostanza più dura che si conosca – la verità di Nam-myoho-renge-kyo è eterna e immutabile.
Lo scopo del Buddismo non è di reprimere, costringere o dare dei limiti, ma di permettere di avanzare in libertà verso la realizzazione dei propri sogni. E di questo principio bisogna tenere conto anche nello svolgimento delle attività: il presidente Ikeda ribadisce spesso che i responsabili della SGI dovrebbero rappresentare qualcosa di veramente atipico nel panorama della società, preoccupandosi sempre prima di tutto di mettere a loro agio le persone perché possano svolgere le loro attività con gioia e sicurezza. E le attività, piuttosto che impantanarsi nei protocolli, dovrebbero sempre essere pensate in funzione del momento e dell’occasione. Bisogna partire dalla comprensione della realtà e procedere di conseguenza piuttosto che pretendere di adattare la realtà alle nostre idee preconcette su quale sia il modo corretto di fare le cose. Non lasciamoci imprigionare dalle regole.

NR n° 283 - 1 giugno 2003 - liberamente tratto da Art of Living, n. 21, marzo 2003
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