Io e te, Budda insieme

Praticare il Buddismo significa anche condividere con altri le meraviglie dell’esistenza. Quattro racconti sulla bellezza di un incontro determinante, a volte apparentemente casuale, altre ardentemente desiderato.

Un fiore che si schiude. E libera il suo profumo. Ne gode il fiore, perché svolge la propria missione di fiore, e ne gode l’ambiente, deliziato dal profumo. In un certo senso la pratica di parlare del Buddismo a una persona nuova, comunemente detta shakubuku, è simile.
«Devi non solo perseverare tu, ma anche insegnare agli altri. […] Insegna agli altri come meglio puoi, anche una sola frase o una sola parola» (La vera entità della vita, SND, 4, 235). Possiamo parlare agli altri e introdurli alla pratica perché crediamo profondamente nella loro Buddità, avendola sperimentata e risvegliata in noi stessi.
E, in tutto questo, l’accento dove cade? Cade sulla semplice azione di pregare per parlare di Buddismo e nel parlarne concretamente a una persona. A chi? Gli stralci di vita di queste pagine raccontano come lo shakubuku, non sia calcolabile, nel senso che può realmente e apparentemente “capitare per caso” di parlare a qualcuno della pratica, anche se sempre in virtù di una relazione karmica.
L’effetto, cioè che una persona concretamente inizi a praticare, è qualcosa che, di primo acchito, può anche non verificarsi. Poiché il Buddismo di Nichiren è il Buddismo della semina e non del raccolto, il solo fatto di aver provato a risvegliare il seme della Buddità nella vita di una persona, fa sì che si rafforzi e risvegli ulteriormente anche in noi stessi. E questo non è un beneficio calcolabile in termini razionali, ma è l’aspetto fondamentale.
Poi, accade che una persona cominci a praticare. E l’ambiente riflette la gioia del cambiamento interiore.

Una medicina contro il pregiudizio

Qualche anno fa mio padre, poco più che sessantenne, fece delle analisi e gli diagnosticarono una forma di leucemia cronica. La malattia era ancora allo stadio zero e quindi non doveva ancora fare alcun trattamento. Quando lo seppi, pensai subito, «magari iniziasse a praticare!» e immediatamente dopo «impossibile». Recitavo Daimoku per lui e per il problema, ma la mia preghiera rimbalzava sulla quella parola “impossibile” come in una partita di squash. Dopo tre anni la malattia era avanzata e i medici dissero che si stava avvicinando il momento di iniziare la chemioterapia. La mia sofferenza esplose violenta e lacerante, l’ombra della malattia incurabile e della sua morte fecero una breccia in quel muro. Finalmente iniziai a recitare davvero per parlargli del Gohonzon, decisi che avrei fatto “l’impossibile” per convincerlo a recitare Daimoku e "ironia della sorte" la stessa parola che mi aveva bloccato per tre anni adesso mi spingeva come un forte vento. Non sapevo da dove iniziare. Lui conosceva il Buddismo, la pratica e i miei amici buddisti da quando io avevo ricevuto il Gohonzon, diciotto anni prima, e si era mostrato completamente indifferente alla mia scelta di vita.
Veramente non sapevo che dirgli né come fare. Mettevo il mio obiettivo in ogni Gongyo, ma il mio Daimoku rimbalzava sul muro del “come faccio?”. Decisi di chiedere un consiglio personale. Mi venne detto che per vincere dovevo trasformare il “come faccio” in “Gohonzon, lo faccio”. Iniziai a seguire il consiglio e più andavo avanti più la sofferenza cresceva. Ero arrivata a odiare la mia incapacità di vincere su questo limite. Ero disperata, spesso mi veniva da piangere. Mio padre intanto aveva iniziato a curarsi e a subire gli effetti collaterali della chemio e la malattia si stava manifestando molto più aggressiva delle previsioni dei medici.
Un giorno dissi a me stessa, ora basta, incoraggio costantemente da anni persone che conosco appena e non mi riesce fare shakubuku a mio padre? Non è possibile. Finalmente in quel momento ho deciso fino in fondo di superare questa incapacità. Una guerra aperta contro il “come faccio”. Ci ho messo ben diciotto mesi per sfondare la chiusura della mia vita e a trovare il coraggio, le parole e il momento giusto. Quel giorno piansi, ma di gioia. Avevo vinto me stessa, però non ero ancora riuscita a convincerlo a recitare Daimoku.
Non mi bastava, continuai con forza e mi venne l’idea di farlo parlare con la mia amica medico "a quel tempo, la mia corresponsabile" per affrontare il problema dal punto di vista di un addetto ai lavori. Il giorno stesso lui ha iniziato a praticare.
Dopo qualche settimana l’ho accompagnato a una riunione di discussione e lui ha dichiarato candidamente che in questi vent’anni aveva osservato attentamente il mio percorso e che diverse volte gli era venuta voglia di praticare, ma non aveva trovato l’appiglio. E a me era sembrato sempre così indifferente!
Mi sono sentita rabbrividire, la mia vita era stata imprigionata per anni dal muro del pregiudizio, che dopo un anno e mezzo di picconate finalmente era caduto.
Rita Filardi, Firenze

L’unico modo

Quando ho iniziato a frequentare le riunioni venivo incoraggiato - tra le altre cose - a invitare delle persone nuove a questi incontri. Io, affinché la facessero breve, assicuravo in modo convincente che mi sarei impegnato, ma in realtà non mi importava affatto di parlare a qualcuno del Buddismo. Con il passare dei mesi la pratica iniziò a cambiare profondamente la mia vita e mi sorse il desiderio spontaneo di condividere questo meraviglioso Buddismo con gli altri. Iniziai a parlare della pratica, ma i risultati furono piuttosto mortificanti: mentre alcuni sembravano ascoltare più per educazione che per interesse, altri manifestavano apertamente il loro scetticismo.
Ogni volta che invitavo mia sorella a un incontro di discussione, lei mi diceva che non aveva tempo e aggiungeva che le persone che partecipavano a quelle riunioni dovevano sicuramente avere vite poco impegnate visto che, dopo una giornata di lavoro, avevano voglia di andare a chiacchierare. E quando la mattina recitavo Gongyo (a bassa voce per non disturbare) andava da mia madre e diceva: «Ma questo deve pregare tutte le mattine?». La mia ragazza era ancora più maldisposta. Faceva yoga da tre anni e diceva che la mia pratica era superficiale e da arrivisti. A un certo punto - data la sua irremovibile convinzione che la Soka Gakkai fosse una sorta di setta medioevale - ha iniziato a sostenere che il Buddismo avrebbe compromesso il nostro rapporto e che avrei finito per mettermi con una buddista.
Ogni giorno mi sforzavo di praticare bene e usare il buddismo nella vita quotidiana; tuttavia i miei progressi - anche quando venivano riconosciuti - non erano mai ricondotti alla pratica, nonostante io mi prodigassi nello spiegare che era quello il motivo per cui stavo cambiando. Volevo con tutto il cuore che le persone che mi erano più vicine potessero provare la sensazione di rivoluzione che stavo vivendo io. Spesso mi chiedevo: «Forse dovrei spiegarmi meglio? O ottenere più prove concrete? O parlare del Buddismo in modo più sicuro?»
Un giorno lessi queste parole di Josei Toda: «La chiave è pregare sinceramente il Gohonzon. Non c’è nessun altro modo per diffondere il Buddismo» (Saggezza, 4, 103). Così feci. Una sera, senza nessuna premessa, la mia ragazza mi disse: «Tu sei diventato un’altra persona grazie al Buddismo: ci sono dei gruppi vicino casa mia? Vorrei iniziare anch’io a praticare». Un mese dopo mia sorella (che nel frattempo si era sposata ed era andata via da casa) mi chiamò al telefono e mi disse: «La figlia di una mia amica sta morendo di anoressia. I medici e gli psichiatri hanno detto che non possono più fare molto: io credo che il tuo Buddismo ce la possa fare». Per mostrare alla sua amica la validità del Buddismo, ha iniziato a praticare lei stessa. Ora sono entrambe responsabili di gruppo e spesso mi dicono quanto sono felici di praticare il Buddismo e di prendersi cura degli altri.
Francesco Santangelo, Roma

Coincidenze incrociate

Non avrei mai immaginato che prendere un treno quel giorno mi avrebbe radicalmente cambiato la vita. Stavo andando a Roma da Napoli, per incontrare quello che illusoriamente credevo essere “l’uomo della mia vita”. Ero davvero contenta. Alla stazione feci caso a una ragazza, quello che in realtà mi aveva colpito di lei erano i suoi stivali neri. La rincontrai al binario del treno, lì l’altoparlante annunciò un ritardo. Noi ci guardammo negli occhi e decidemmo insieme di andare a prenderne un altro che partiva prima. Durante il viaggio, come due buone amiche iniziammo a raccontarci le nostre storie. Erano storie molto simili. Anche lei come me andava dal suo “ragazzo” a Roma. Anche lei lo aveva “riconosciuto” in un attimo: il tipico colpo di fulmine che entusiasma. Tutte e due eravamo emozionate anche perché non conoscevamo bene la persona di cui ci sembrava di essere innamorate. Eravamo davvero colpite di quanto le avventure umane possano avere delle somiglianze. A un certo punto, lei mi parla della sua pratica buddista, in treno fa Gongyo. Io, assolutamente agnostica e per di più in quel momento assolutamente felice, o meglio illusoriamente felice, ascolto ma la cosa non sembra interessarmi. In treno però ci eravamo molto divertite insieme e le avevo anche scattato delle foto. Grazie a queste foto ci siamo risentite e anche riincontrate. Abbiamo continuato a raccontarci queste storie incrociate che si sono rivelate molto simili anche nel tipo di persona di cui ci eravamo innamorate: inaffidabile e menzognera, una preziosa occasione per iniziare a ridiscutere di sé, sulle proprie scelte. È stato grazie a questa situazione che dopo qualche mese ho iniziato a praticare il Buddismo. Una decisione spontanea per cercare di uscire dal disagio in cui mi trovavo.
Ma l’incrocio di “coincidenze” non finisce qui. Adesso, a distanza di due anni, ho ripreso un treno per Roma, per lavoro questa volta, un altro treno un’altra storia. Alla biglietteria automatica non sono riuscita a fare il biglietto per l’Intercity, meno costoso, che volevo prendere. Funzionava invece solo per un caro Eurostar. Costretta dalla necessità prendo l’Eurostar, un po’ infastidita, ma convinta che ci doveva essere un motivo per tutto questo. Salgo sul treno. Seduta al posto mio c’era una ragazza. Viso dolce ma un po’ triste. Mi siedo di fronte a lei e iniziamo a chiacchierare. Più parlavamo e più era spontaneo per me parlarle della pratica buddista, un argomento di cui si è mostrata da subito molto curiosa. Era come se il nostro incontro fosse stato il risultato di una sua silenziosa richiesta. Siamo arrivate a Roma e il tempo è volato, al ritorno da Roma verso Napoli il treno lo abbiamo ripreso insieme. Le ho dato nome e telefono di persone che praticano dove abita, proprio il posto dove ho iniziato io. Tutto con uno sguardo divertito al “caso”, alla mia storia e soprattutto con la gioia davvero grande di aver “restituito” uno dei più grandi regali che mi è stato fatto inaspettatamente, salendo su un treno.
Ilaria Varriano, Castellamare di Stabia

Due amiche, stessa storia

«Non ci sono terre pure e terre impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente» (SND, 4, 5).
Quante volte ho letto questa frase del Gosho Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza e quanto Daimoku ho recitato per riuscire a concretizzarla nella mia vita!
Era agosto e a Oristano faceva molto caldo, quest’anno anche più del solito. Un giorno mentre recitavo Daimoku con un po’ di fatica, un pensiero invade la mia mente: da quanto tempo non vedo qualcuno a cui ho parlato di Buddismo iniziare a praticare? Di colpo sento forte il desiderio che ciò avvenga. Così decido.
Passa poco tempo e tre settimane dopo una mia collega mi fa un sacco di domande sul Buddismo e mi chiede di spiegarle cosa significa essere buddisti ai nostri giorni. È così che Alexandra inizia subito a praticare. Fin qui tutto ok. La questione curiosa è che, dopo solo tre mesi di pratica, la prima cosa che cambia nella vita di Alexandra e che le permette di dare un nuovo corso al suo futuro, è esattamente vivere fino in fondo quella frase di Gosho. Io ho impiegato ben dieci lunghi anni di questa pratica per riuscire a concretizzarla nella mia vita e solo nei primi mesi dell’anno scorso ci sono veramente riuscita.
Alexandra vive in un paese che non è il suo e questo le crea notevoli difficoltà. Anch’io ho vissuto per molto tempo all’estero e conosco molto bene questa situazione. Dopo un po’ di tempo non capisci più qual è la tua terra e finisci per sentirti straniera ovunque. Questo è quello che mi succedeva ogni volta che decidevo di rientrare in Sardegna. Restavo per un po’ di tempo, mi sentivo di nuovo fuori posto e ripartivo per un’altra destinazione. Per anni ho fatto la spola tra Oristano e la Germania sentendomi inadeguata ovunque.
Negli ultimi due mesi Alexandra si è trovata di nuovo punto e a capo. Una decisione sentimentale da prendere rimetteva in discussione il posto dove vivere. Io ero molto preoccupata per lei, perché la vedevo molto confusa. Non sapeva che “pesci prendere” e questo le causava grande sofferenza. Però non le ho detto niente e ho recitato Daimoku perché la sua vita andasse nella stessa direzione del presidente Ikeda.
Devo dire che le preghiere non rimangono senza risposta. Con la forza della saggezza infatti, Alexandra si è resa conto da sola che ciò che stava accadendo alla sua vita non l’avrebbe condotta lungo un sentiero “felice” e da sola ha cambiato ancora una volta il corso della sua storia. Cosa c’è di più meraviglioso di vedere giorno dopo giorno una persona che ti sta vicino diventare sempre più felice?
Donatella Marchi, Oristano

NR n°299 - 15 febbraio 2004 - a cura di Alessandro Giorni, Maria Grazia Marilotti, Erino Poli
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