Il falò dei desideri

Qual è il rapporto fra gli scopi che quotidianamente perseguiamo e la ricerca dell’Illuminazione? Avere degli obiettivi specifici avvicina o allontana dalla conquista di una condizione vitale più elevata?

Quando si inizia a praticare il Buddismo si viene sovente incoraggiati a “mettersi degli obiettivi” e a recitare Daimoku per un certo periodo di tempo, per poi vedere se la pratica “funziona” in base agli obiettivi realizzati. Poi proseguendo la pratica, si continua a parlare di obiettivi, ad esempio obiettivi di shakubuku, oppure obiettivi per il nuovo anno nel Gongyo di capodanno, o ancora obiettivi in occasione di qualche particolare attività buddista.
Avere degli scopi collegati alla propria pratica, siano essi personali o di attività, non è niente di straordinario, tanto è vero che anche il presidente Ikeda nei dialoghi con i giovani (Protagonisti, 2, 35) dice agli studenti con cui sta parlando: «Potete pregare per qualunque cosa crediate possa contribuire alla vostra felicità e a quella degli altri». Con queste semplici parole fa riferimento al principio buddista bonno soku bodai, i desideri terreni sono Illuminazione, dove bonno sta per desideri, bodai per Illuminazione (Buddità) e soku corrisponde a sono/diventano. I desideri (bonno) sono ciò che ci muove, le cose che desideriamo o non desideriamo, le nostre speranze, i dubbi da risolvere. L’Illuminazione (bodai) è la condizione intatta e pulita nella profondità della vita di ciascuna persona, che il Buddismo spiega come far emergere, per vivere meglio e realizzare, fra l’altro, anche i desideri che ci avevano inizialmente motivato a ricercarla. Nel Gosho, Nichiren afferma: «I desideri terreni si trasformano in Illuminazione e le sofferenze di nascita e morte in nirvana […] quando si comprende che l’entità della vita umana non viene né generata né distrutta nel suo ciclo di nascita e di morte» (SND, 4, 145). Quindi la pratica buddista contiene in sé una grande promessa: manifestare la Buddità proprio nel bel mezzo della realtà di ogni giorno, di ciò che fino a oggi siamo siamo stati e che continueremo a essere.
Tuttavia, in una pratica lunga una vita, e specialmente di fronte a un grosso desiderio o una grave difficoltà, può capitare che, pur invocando con la voce Nam-myoho-renge-kyo, la nostra testa e il nostro cuore siano pieni di altre cose: Nam-come-sono-preoccupato-per-l’esame, Nam-mi-ama-o-non-mi-ama, Nam-voglio-l’aumento, Nam-quante-persone-verranno-alla -riunione … e via discorrendo, nell’infinita casistica delle migliaia di problemi e desideri, cioè obiettivi, che ciascun praticante può avere. È una sottile linea rossa che si insinua impercettibile fra noi e la nostra parte pura e incontaminata dal karma: la nona coscienza o coscienza amala, la Buddità.
«Quando facciamo Gongyo e recitiamo Daimoku celebriamo una cerimonia di lode al Gohonzon e alla grande Legge di Nam-myoho-renge-kyo. Si potrebbe dire che Gongyo è un poema, un canto di sublime lode a Nam-myoho-renge-kyo, la Legge fondamentale dell’universo, e al Budda» (D. Ikeda, Il capitolo Hoben, ed. Esperia, pag. 13). Noi svolgiamo tutti i giorni, con costanza, e a volte con fatica, una pratica religiosa il cui scopo fondamentale è lodare la vita, la Legge mistica che regola tutto l’universo, e lo facciamo per manifestare la Buddità, lo stato vitale più ampio possibile. Lo scopo principale della pratica buddista è risvegliare nel praticante questa natura intatta, per manifestarla nella vita concreta di ogni giorno. Non a caso Nichiren, nell’iscrivere il Gohonzon come oggetto di culto per l’Ultimo giorno della Legge, vi ha rappresentato tutte le condizioni vitali e le funzioni sia positive che negative; al centro però ha posto Nam-myoho-renge-kyo, iscritto come se stesse guardando tutti gli altri mondi e li illuminasse. Questa condizione vitale è ciò che abbiamo “dentro”, e che ci sforziamo costantemente di far uscire “fuori”.
Ma fintanto che il fulcro della nostra esistenza è il problema, il desiderio non realizzato, il rancore del passato, inevitabilmente tutto il nostro essere si indirizza verso quell’aspetto. Che finisce per plasmare i nostri pensieri, le nostre parole, e infine le nostre azioni. Si dice che una persona indossa gli occhiali rosa quando è innamorata, ed è proprio così che avviene quando al centro della propria vita installiamo qualcosa di diverso dalla ricerca della Buddità; il mondo si colora, e spesso si deforma, a seconda delle lenti, dei propri “occhiali interiori”.
Ma allora, si deve forse smettere di «mettersi gli obiettivi»? Questi ultimi sono forse qualcosa di negativo, da evitare, mentre l’unica cosa da fare è pregare per manifestare la Buddità? Ovviamente nemmeno questo è “Buddismo uguale vita quotidiana”: negare i desideri terreni, rinunciare agli obiettivi è innaturale "come può un fuoco ardere senza legna o combustibile?" e inoltre «la semplice rinuncia ai desideri terreni non equivale al raggiungimento dell’Illuminazione» (Ibidem, pag. 59).
Piuttosto si può imparare a «far sì che il falò dei desideri terreni arda con la stessa forza del nostro Daimoku e della nostra azione, fino a diventare un trampolino verso il raggiungimento della Buddità» (Ibidem, pag. 62).
Allora va benissimo avere tanti, tantissimi obiettivi. Come abbondante legna per il falò, o come un lunghissimo trampolino, ci daranno il calore del fuoco e ci faranno saltare verso la Buddità. Ma lo scopo centrale è sempre e comunque manifestare la Buddità stessa.
Certo non è facile, dato che si vive immersi nel caos di ogni giorno, pieni di stimoli ambientali non sempre costruttivi, che ci trainano il più delle volte verso le condizioni vitali inferiori. Si può però iniziare proprio dalla preghiera. Ci sediamo davanti all’altare buddista, lo apriamo e iniziamo a invocare Nam-myoho-renge-kyo. Ma dopo un poco ci accorgiamo che mentre la voce prosegue, la testa ha iniziato a pensare al mutuo, al datore di lavoro, a… qualcos’altro! Allora ricominciamo: ci concentriamo, anche fisicamente, e decidiamo di andare a fondo nel lavoro di scavo. Passa un po’ di tempo e sorgono altri pensieri, altre nubi nel cielo e occorre un nuovo sforzo, di concentrazione e determinazione. E così via, in una lotta tutta interiore per far emergere la Buddità dal marasma dei problemi da risolvere e dei desideri da realizzare.Una cosa straordinaria di questo percorso di apertura e chiusura interiore è che già il percorso stesso è Buddità. Proprio perché stiamo cercando di crederci, in realtà già ci crediamo e siamo Budda. Dopo la recitazione, si cerca di portare la saggezza e la libertà interiore sperimentata interiormente, nel mondo di tutti i giorni. L’aver vissuto quell’esperienza davanti al Gohonzon è già di per sé una causa per riuscire a farlo, anche nelle altre ore del quotidiano. Un po’ come imprimersi nell’animo la matrice di una condizione vitale diversa da quella che solitamente sperimentiamo.
E, per inciso, a proposito di apertura della vita non va dimenticata un’altra arma formidabile che abbiamo a disposizione per “far uscire” la Buddità e trasformare, gli obiettivi e il nostro destino intero, da prigione a trampolino di lancio per la felicità: si tratta degli altri, i nostri amici, le persone che ci circondano, il mondo. I nostri obiettivi tendono a diventare ossessioni quando dimentichiamo che la loro realizzazione non ci garantisce la felicità e che la possibilità di diventare felici da soli è un’utopia irrealizzabile. Quando teniamo bene a mente quello che il Buddismo chiama daigan, il grande desiderio del Budda, che è poi il desiderio più primitivo e profondo di ognuno - quello di diventare felici insieme agli altri - anche le sofferenze e gli scopi acquistano un altro valore. E l’effetto dirompente di quelle azioni concrete, anche piccole, che ci sforziamo di compiere per e insieme agli altri - come recitare Daimoku, telefonare a un amico in difficoltà quanto noi per incoraggiarlo, dedicare un’ora del proprio tempo a pulire una stanza di un Centro culturale - ci ricorda quanto sia importante il desiderio di kosen-rufu per trasformare “i desideri terreni in Illuminazione”. Proprio quando siamo maggiormente concentrati su un obiettivo possiamo scoprire paradossalmente che la strada più rapida per realizzarlo può consistere nell’aiutare gli altri a realizzare i propri. Fondersi con l’energia universale permette di oltrepassare i confini dell’individuo. È dalla consapevolezza dell’unione profonda fra noi e l’ambiente, che non ci ruota casualmente intorno, che possiamo sperimentare una condizione vitale più elevata.
Tornando alla pratica individuale, giova ogni tanto ricordare, quando si è lì seduti a pregare, che quello che si sta cercando di sentire e di vedere è la vera entità della vita. La vita, così come è, senza alcuna finzione. Profonda e leggera allo stesso tempo. Dice Daisaku Ikeda nella Saggezza del Sutra del Loto: «Non c’è nulla di sbagliato nel fatto che mentre recitiamo la nostra mente sia attiva […] Avere pensieri inopportuni è una caratteristica della nostra vita in quanto entità dei tremila regni in un singolo istante di vita. Perciò tramite il Daimoku possiamo trasformare in benefici persino quei pensieri» (Saggezza, 4, 183). In realtà tutti i pensieri che ci vengono in mente, i dolori o le preoccupazioni, e persino gli ostinati desideri ossessivi, i rancori e rimpianti, sono manifestazioni della vita, e dei mondi in cui la vita esiste. Nam-myoho-renge-kyo è dentro a ciascuna cosa, soggettiva e oggettiva insieme, recitare porta a coglierne l’unione, a vedere con saggezza, a riscoprirne la fragranza. Spesso nei suoi discorsi Daisaku Ikeda parla dell’importanza di vincere, vincere a ogni costo, nella propria vita personale e nella propria missione. Ma cosa significa veramente “vincere”?
A volte si usa questo vocabolo in tono un po’ mondano, come se il successo fosse tutt’uno con la nostra Buddità, come se la determinazione fosse assimilabile all’energica decisione, alla volontà e al potere. Ma non tutto ciò che accade è comprensibile con la nostra mente. Per questo si dice “sostituire la saggezza con la fede” Non tutto ciò che si conclude è concluso, e non tutto ciò per cui lottiamo si realizza così come noi ci aspettiamo. Muore qualcuno che si ama, la malattia per cui si recita peggiora, ed è difficile con i nostri schemi riuscire a pensare “ho vinto”. Ma lì davanti al Gohonzon vincere è diverso, si scopre la fusione di realtà e saggezza. Realtà, qualunque essa sia, è la realtà della Legge mistica, saggezza è la saggezza della Legge mistica. Vincere è sentire la vita con le sue infinite potenzialità, percepirla unita. Unita dentro di noi, unita con l’universo.

a cura di Alessandro Giorni e Raffaella Faggioli - NR n° 300 - 1 marzo 2004
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Commenti

  1. Grazie infinite per questo articolo "rispolverato" dopo tanti anni. Eppure è così attuale e, contemporaneamente, così aderente alla nostra realtà quotidiana, perchè è questo che la nostra pratica ci chiede: essere sempre collegati alla nostra realtà, essere buddisti 24 ore al giorno! Da leggere e rileggere, magari assieme ai compagni di fede!

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  2. Noi siamo dei Budda così come siamo e quando le nostre radici avranno estratto il nutrimento anche dalle situazioni più complicate, allora il fiore di loto della Buddita' emergerà senza dubbio alcuno.

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