Il coraggio della rosa

Una vita breve e intensa, dedicata alla creazione di pace, cultura, armonia. La grazia e la forza di Ludmila Zhivkova irrompono con slancio sulla scena per contrastare la guerra e la violenza.
In difesa di coloro che non possono difendersi: i bambini.
Era una donna risoluta e lo esprimeva con la sua eloquenza appassionata. «Perché siamo nati? Per creare nuove forme di vita, per perfezionare noi stessi e la società, per far sì che bellezza e verità trionfino, ecco perché siamo venuti alla luce su questa terra!». Non siamo nati per distruggere o affliggerci.
«E a dispetto di ciò, che cosa si vede nella nostra società, nel nostro mondo? – domandò – Come possiamo noi madri avere pace interiore? Non sappiamo se scoppierà la guerra e la terra è sempre più inquinata. Quale sarà il nostro futuro? Che ne sarà dei nostri figli? Riusciranno ad avere una vita felice? Se gli adulti amassero davvero i loro figli, ne inquinerebbero l’aria? Si preparerebbero alla guerra? Perché impiegano tutta le loro energie in reciproche manifestazioni di ostilità invece di salvare i bambini che muoiono di fame? È una vergogna per l’umanità, un segno di povertà di spirito».
Era una donna di animo nobile, che pensava sempre al mondo. Benché vivesse nella parte orientale della penisola balcanica, i suoi pensieri abbracciavano l’intero pianeta. Il suo corpo minuto racchiudeva un cuore enorme. Di fronte alle sfide attuali, sottolineava continuamente l’importanza di aprire la mente e allargare gli orizzonti.
«È tempo che le madri dicano no. Devono dire no agli adulti che, per i loro fini inumani, hanno perso la purezza morale e la visione chiara dell’infanzia. Devono dire di no ai leader che pensano solo ai propri interessi!».
Ludmila Zhivkova (1942-81) era presidentessa del Comitato per la cultura della Repubblica Popolare Bulgara, una carica corrispondente al ministro della Cultura. Figlia del presidente bulgaro Todor Zhivkov (1911-98), visse intensamente la sua breve esistenza, come se andasse di fretta. A me e mia moglie è rimasta l’impressione di una donna piena di garbo e raffinatezza.
La incontrai nel 1981, circa due anni dopo le mie dimissioni da presidente della Soka Gakkai [al tempo della prima disputa con il clero, n.d.r.]. Il mio spazio di attività all’interno dell’organizzazione era assurdamente ristretto e i membri erano stati privati di libertà, speranza e perfino del sorriso. Non mi disturbava l’essere bistrattato, ma ero estremamente preoccupato per ciò che sarebbe accaduto ai miei compagni della Soka Gakkai e a kosen-rufu se le cose fossero continuate così.
Decisi che avrei viaggiato in tutto il mondo, per incoraggiare i membri giapponesi dall’esterno. Sebbene mi fossi dimesso da presidente della Soka Gakkai, non avrei permesso a nessuno di ostacolare la mia attività di presidente della Soka Gakkai Internazionale.
Il Buddismo di Nichiren Daishonin è un Buddismo a difesa della pace. In termini attuali, l’obiettivo primario del Daishonin, «adottare la dottrina corretta per la pace del paese», significa adottare l’insegnamento corretto per la pace nel mondo. Chi aveva il diritto di impedirmi di agire per la pace mondiale? Per di più, coloro che stavano cercando di soppiantarmi per gelosia e interesse personale, non erano minimamente interessati a queste attività.
Nell’autunno 1980, incominciai quello che sarebbe stato un anno di viaggi in tutto il mondo con una visita negli Stati Uniti, dove ritornai anche nel gennaio 1981 e poi di nuovo in febbraio, come prima tappa di un viaggio che mi avrebbe portato a Panama e in Messico. In marzo tornai in Giappone e in maggio visitai Unione Sovietica, Germania Occidentale, Bulgaria, Austria, Italia e Francia, prima di attraversare l’oceano Atlantico alla volta di Stati Uniti e Canada.
Quando sorvolai l’oceano Pacifico per tornare a casa, il tenero verde primaverile aveva ceduto il passo al colore intenso della vegetazione estiva. Ero stato via sessantun giorni, il mio viaggio all’estero più lungo. In agosto mi avventurai di nuovo oltreoceano, questa volta per partecipare alla riunione generale della SGI, alle Hawaii.
Le tensioni della guerra fredda crescevano a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, nel 1979, il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca nel 1980, e l’atteggiamento aggressivo dell’amministrazione Reagan nei confronti dell’Unione Sovietica. Ecco perché allora visitai sia l’Unione Sovietica che gli Stati Uniti, perché credevo che un dialogo, pur sortendo effetti esigui, avrebbe potuto stimolare un altro dialogo e poi un altro ancora, come una serie di onde concentriche che si propagano. In tempo di crisi, limitarsi a star seduti e lamentarsi è indice di sconfitta spirituale.
Quando arrivai a Città del Messico, il 26 febbraio 1981, scoprii che la signora Zhivkova, insieme a una delegazione culturale bulgara, alloggiava nel mio stesso hotel. Avevo già in programma una visita in Bulgaria qualche mese più tardi, a maggio ed era la signora Zhivkova che mi aveva invitato. Incontrarsi così fu una coincidenza straordinaria. Quando mia moglie e io venimmo a sapere che stava poco bene, le inviammo dei fiori assieme ai nostri auguri di pronta guarigione.
Qualche giorno dopo stava meglio e chiese di vederci, il 3 marzo. In Giappone è il Giorno delle ragazze, o Festa delle bambole, mentre in Bulgaria è l’anniversario della liberazione da cinque secoli di dominazione ottomana, avvenuta nel 1878. La signora Zhivkova era elegante e raffinata. Ella esclamò: «Viviamo in parti opposte del mondo, voi in Giappone io in Bulgaria, ciononostante siamo riusciti a incontrarci in Messico! Quanto sono felice!». Mia moglie e io condividevamo gli stessi sentimenti.
L’incontro fu breve per non affaticarla troppo, ma bastò per farsi un’idea del suo grande acume e intelligenza. Era una persona modesta e cordiale ma che andava subito al sodo. «La cultura è un ponte, non solo tra nazioni ma anche tra sistemi sociali. Voglio combattere la guerra con la cultura» disse con apprezzabile franchezza. Aveva studiato storia all’Università di Oxford in gioventù. Era molto interessata al Buddismo ed era vegetariana.
Al mio ritorno a casa, ebbi occasione di incontrare il marito, Ivan Slavkov, presidente della televisione di stato bulgara, che era venuto in Giappone per affari. E in maggio, andai per la prima volta in Bulgaria. Fu bellissimo. Perfino il nome della capitale Sofia, che significa “sapienza”, era bello. Il verde dei pioppi risplendeva e i semi avvolti da una lanugine bianca simile al cotone volteggiavano come fiocchi di neve. Fui invitato alla prima Assemblea internazionale del vessillo di pace dei bambini. C’erano balletti e danze folcloristiche e un coro di bambine e bambini cantava:

Quando viene la primavera, i bambini gioiscono sempre
E la natura trabocca di rinnovata felicità.
Colmiamo il mondo con i sorrisi e la gioia dei bambini…

L’allegra esuberanza delle loro canzoni era contagiosa e illuminava la giornata coperta. Seduta accanto a me, la signora Zhivkova osservava con sguardo materno, felice e allo stesso tempo preoccupata per il successo dello spettacolo.
L’Assemblea internazionale del vessillo di pace dei bambini era un’iniziativa per celebrare l’Anno internazionale del Bambino, indetto dalle Nazioni Unite nel 1979. Ai bimbi bulgari si unirono circa 1.300 bambini provenienti da settantasei nazioni, per scambiarsi buoni propositi e solenni promesse di pace. Fu l’impegno tenace della giovane signora Zhivkova a rendere possibile quell’evento che raccolse l’approvazione internazionale. Ammirando i disegni e i lavori artistici dei bambini di tutto il mondo, la signora Zhivkova mi disse: «Li guardi! Sono meravigliosi! Facciamo in modo che il futuro di questi bambini non venga distrutto, che i loro sogni non vadano in frantumi!».
All’assemblea disse: «Il mondo non deve più vivere sotto la minaccia della guerra. Ci sono un’infinità di madri che ancora aspettano i figli che non ritorneranno mai. Non dobbiamo permettere che accada di nuovo. Milioni di vostri fratelli e sorelle su questo pianeta patiscono l’amara condizione della fame e dello sfruttamento. Soffrono per l’odio razziale e l’ingiustizia sociale. Muoiono prima ancora di imparare a scrivere, prima di poter riuscire a scrivere le parole più amate del mondo: mamma e libertà. Non possiamo permettere che le cose continuino così».
Ero seduto di fronte al monumento al Vessillo di Pace su cui era iscritto il motto del movimento: «Unità, Creatività, Bellezza», l’essenza della filosofia della signora Zhivkova. Credeva che pace volesse dire vivere in accordo con la legge fondamentale della vita e dell’universo. Per lei, la manifestazione concreta di questa legge eterna era l’unità nella diversità, una creatività che fluisce senza posa, e un’intensa bellezza. Sognava un mondo senza guerra, libero dalla paura, un mondo in cui tutte le persone potessero godere di una vita bella e creativa. Esortava l’umanità ad abbandonare la guerra, ma quella era un’idea che, in una nazione del blocco orientale, molti ritenevano troppo radicale.
La signora Zhivkova non si limitava alle parole, era una persona d’azione. Sosteneva le arti che molti attorno a lei disprezzavano come decadenti e si batteva affinché gli artisti e gli intellettuali potessero avere la massima libertà creativa possibile. Protesse l’attivista Zhelyu Zhelev, che più tardi divenne presidente della Bulgaria e che ebbi l’opportunità di incontrare nel 1990, nel periodo in cui il governo lo considerava un sorvegliato speciale.
Di certo godeva di una posizione privilegiata, come figlia del presidente bulgaro Zhivkov, ma ciò non diminuisce il rischio personale che si assunse. Si dice che lavorasse quindici ore al giorno, a volte di più. Era anche madre di due bambini e spesso sacrificava il sonno. Coloro che le stavano accanto, preoccupati per la sua salute, insistevano perché rallentasse il ritmo e si riposasse ma lei rispondeva con un sorriso: «Che volete farci? La vita è così breve e c’è così tanto ancora da fare!». Diceva che ogni giorno è una lotta e che bisognerebbe desiderare di vivere cambiando continuamente, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Era convinta dell’importanza del cambiamento.
A quel tempo non sapevo molto della sua vita ma, preoccupato che abusasse delle sue forze, le chiesi di prendersi cura della propria salute. Non dimenticherò la sua risposta: «Le posizioni importanti comportano grosse responsabilità. Si può solo lavorare con la consapevolezza di quelle responsabilità e cercare di adempierle. Se così facendo si dovesse incontrare un fallimento o una disgrazia, pazienza. Bisogna essere pronti a questa eventualità». Parlava con una ferma determinazione.
Man mano che i festeggiamenti procedevano, il cielo si faceva scuro, e quando toccò a me prendere la parola, cominciarono a cadere le prime gocce di pioggia. Non volevo che i bambini prendessero freddo e per guadagnare tempo chiesi all’interprete di leggere il mio discorso direttamente in bulgaro invece di aspettare che lo pronunciassi prima in giapponese.
La parte finale della manifestazione fu molto intensa. Le campane donate dalle varie nazioni erano state appese all’interno del monumento e i bambini cominciarono a suonarle all’unisono. Alcune avevano un suono greve, altre acuto, alcune erano allegre, altre solenni. I loro echi si fondevano e salivano al cielo come una sinfonia di pace, una perfetta espressione di unità, creatività e bellezza.
In luglio, solo dieci giorni dopo il mio ritorno in Giappone dall’estero, ricevetti la sconcertante notizia dell’improvvisa morte della signora Zhivkova. Erano trascorsi meno di due mesi dal festival dei bambini a Sofia al quale avevamo partecipato insieme. Morì il 21 luglio, cinque giorni prima del suo trentanovesimo compleanno. Era così giovane.
Quella valorosa paladina era caduta con il Vessillo della pace ancora stretto nella mano. Dissero che la causa del decesso era stata una malattia improvvisa e il mondo pianse la sua prematura scomparsa. Nel suo messaggio di condoglianze il primo ministro indiano Indira Gandhi disse: «Raramente ho conosciuto una persona così totalmente assorbita dal suo lavoro».
Quattro anni più tardi, nel 1985, incontrai di nuovo il presidente Zhivkov (il 29 maggio) durante una sua visita in Giappone. Mi dissero che per un certo periodo era stato sopraffatto dal dolore per la perdita dell’amata figlia. Quando gli porsi le mie condoglianze, disse con un sorriso garbato: «Ora, al posto di mia figlia, ho i miei nipoti. Ho portato con me oggi Eugenia, la figlia di mia figlia». A quel tempo, Michail Gorbaciov era già al potere in Unione Sovietica. Quanto sarebbe stata felice la signora Zhivkova di vedere la perestroika, la politica di riforma iniziata da Gorbaciov che portò a una maggiore libertà sia in ambito politico che culturale. Era davvero una persona che precorreva i tempi.
La Bulgaria è nota per essere la terra delle rose. Forse la signora Zhivkova era una rosa d’inverno che sboccia prima dell’arrivo della primavera. Forse era una singola rosa bianca di libertà, fiorita prima delle altre nei gelidi venti della guerra fredda. Una rosa lodata per il suo candore ma anche invidiata per la sua bellezza.
Anche se a quell’epoca il popolo bulgaro non moriva di fame, la vita non era affatto facile. Forse c’erano persone che consideravano i suoi viaggi per la pace e la cultura come l’hobby di una donna privilegiata, proveniente da un mondo lussuoso e agiato a loro inaccessibile. Ma la verità è che il lavoro era la sua vita.
Non si può fuggire dall’epoca in cui si è nati. Si può solo tracciare un cammino verso la luce aprendosi un varco nella folta boscaglia delle contraddizioni di questo mondo, senza badare all’incompletezza o all’imperfezione dei nostri tentativi agli occhi delle generazioni successive o più fortunate. Una vita di dedizione altruistica e totale alle proprie convinzioni è indistruttibile, indipendentemente dai tempi e dalle trasformazioni sociali. Khristo Botev (1848-76), il poeta rivoluzionario bulgaro tanto amato dalla signora Zhivkova, scriveva:

Colui che cade combattendo per la libertà
non muore. È pianto
dalla terra e dal cielo, dalla Natura e dagli animali,
e i bardi lo ricordano nei loro canti.

NR n° 288 - 1 settembre 2003 - Ludmila Zhivkova di Daisaku Ikeda
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