Un bagliore nel buio

Salutiamo ogni giorno con la ripetizione del sutra, ma quanto riusciamo a viverne lo spirito nell’affrontare la realtà quotidiana?

Tamburi celesti, suoni divini, esseri supremi, meraviglie dell’universo. Danze e musiche, portentosi prodigi, raggi splendenti, raggi luminosi, terre orientali, mondi maestosi, vite incalcolabilmente lunghe, eterni universi. Il Sutra del Loto e il suo mondo lontano, irraggiungibile, diverso, incomprensibile. Suggestivo, bellissimo, meraviglioso: ma che cosa ha a che vedere con me? Che c’entra con la mia vita, con il mio lavoro, con la mia famiglia, con i miei gesti quotidiani, con le cose che vorrei fare e che non riesco mai, con le parole che vorrei dire e che si perdono chissà come, mentre altre che vorrei cacciare dentro di me, se ne escono, quasi da sole, tonde, belle, perfette. E cattive. E spesso inutili. Cosa c’entra? Eppure il Sutra del Loto parla proprio di me. Della mia vita, in apparenza così lontana. Della mia mente, micidiale e stanca di se stessa. Attaccata a tutto ciò che la rassicura ma che impedisce di ascoltare: di ascoltare il suono dell’universo, quello stesso suono di cui parla il Sutra del Loto, quel suono meraviglioso e celeste che, prima, prima di conoscere Nam-myoho-renge-kyo, non riuscivo neanche a immaginare. Quel suono che non appena ne leggo, penso subito, sì, vabbè: metafore, poesia… e invece no. Realtà. Qui. Ora. Subito. È come il rombo lontano dell’acqua: mille cascate che insieme si rovesciano a valle, violente, fortissime. Sono lontana, ai margini del bosco, lontana da dove hanno origine, lontana dalle grotte: ne percepisco, appunto, il suono, ne posso avvertire l’odore. Ma è ancora flebile: qualcosa che potrebbe solo essere. E mano a mano che mi addentro nel verde, che mi avvicino alle grotte, all’origine, ecco che il rumore si fa più forte, l’odore più denso: fino a che gli spruzzi mi arrivano in faccia e non riesco più neanche a udire la mia stessa voce. Così è per le meraviglie e per gli orrori del Sutra del Loto, parabole e similitudini utilizzate per «esporre l’unico veicolo del Budda» (SDL, 3, 89). È un’esperienza mistica percepire che c’è una corrispondenza con la propria esistenza: che quegli esseri terribili dimorano anche dentro di me, che a un mutare dello sguardo, mutano anche loro, che la terribile desolazione, lo squallore, la malignità descritta nel capitolo Parabola, quello della casa in fiamme, li ho vissuti anch’io: quegli animali che si divorano tra loro, le «creature velenose» e i «folletti spaventosi», quei «demoni di alta statura, nudi, neri ed emaciati, che vivevano sempre lì ed emettevano urla orrende strepitando in cerca di cibo», e quegli altri «crudeli e feroci» che «spinti dalla fame e dalla sete si scagliavano in ogni direzione urlando e ululando» non è solo un’immagine efficace. È uno stato che ho provato, qualcosa che conosco, che sta allo stesso tempo prigioniero e carnefice nella profondità della mia vita e nelle profondità dell’universo; in quel tratto nero di entrambe che chiamiamo “oscurità”. Ma se è lì, dentro me, pronta a uscire fuori, quella parte malvagia e crudele e disperata; se è lì, nel mondo, che emette i suoi segnali di disperazione, come posso contrastarla? Come posso far sì che sia quella musica celeste a essere udita notte e giorno, quegli esseri meravigliosi ad accompagnarsi a me, «possenti nel corpo, dotati di poteri soprannaturali, di saggezza insondabile, risoluti nella volontà e nel pensiero, dotati di grande capacità di tolleranza» (SDL, 15, 283)?
È, questo, quello che il Buddismo chiama uno stato di “illusione”, in cui è, appunto, la parte oscura, il proprio karma negativo, a dirigere le azioni, i pensieri, i gesti, le parole. A influire sulla vita quotidiana. A farne un groviglio di sofferenza, in cui ci si districa a fatica, in cui tutto sembra scivolarci di mano. Oppure in cui è l’egoismo, la chiusura, la totale mancanza di empatia, una mente diretta soltanto a soddisfare i propri bisogni, a dominare. «Quando una persona è illusa – scrive Nichiren Daishonin nel Gosho Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza – è chiamata comune mortale, ma una volta illuminata è chiamata Budda. Anche uno specchio appannato brillerà come un gioiello se viene lucidato. Una mente annebbiata dalle illusioni derivate dall’oscurità innata della vita è come uno specchio appannato, che però, una volta lucidato, diverrà chiaro e rifletterà l’Illuminazione alla verità immutabile. Risveglia in te una profonda fede e lucida il tuo specchio notte e giorno. Come puoi lucidarlo? Solo recitando Nam-myoho-renge-kyo» (SND, 4, 5).
Ecco come posso fare. Ecco cosa posso fare. Si potrebbe immaginare che le condizioni iniziali di ciascuno di noi dipendano dal grado di pulizia dello specchio. Ci sono persone “sfortunate”, cui tutto va storto, che nella vita di tutti i giorni arrancano, fanno fatica; persone che sono antipatiche, chiuse in se stesse, egoiste; e c’è chi sembra scivolare sul ghiaccio, senza fatica, con un bel paio di pattini ai piedi, la lama affilata per compiere piroette, funambolismi, abilissime figure; che però, magari, ha il cuore arido e la mente ristretta. Lucidare lo specchio significa cambiare queste condizioni, che derivano dal karma, dal bagaglio che ci si porta dietro da chissà quante e quali esistenze. Significa che nella mia vita fatta di gesti mille volte ripetuti, posso scegliere di minuto in minuto quale impulso mandare nella rete del mondo: un sorriso oppure l’indifferenza, un gesto di amore o uno di chiusura, la comprensione o il rifiuto. Non cambia niente, almeno in superficie: solo una lieve increspatura che poi sommata ad altre mille piccole lievi increspature diventerà un’enorme onda. Pronta a sommergere o a farmi fare surf, in questa o in un’altra esistenza. Quando si percepisce questo, quando il puro diamante, che costituisce la nostra essenza, inizia a mandare bagliori nel buio, a illuminare anfratti mai visti, mai neanche sospettati, allora quel meraviglioso e impossibile mondo descritto dal Sutra del Loto inizia a filtrare nella vita di tutti i giorni. Nei gesti semplici e banali, che poi semplici e banali non sono, nelle parole che rotolano fuori, sì, ma diverse; nelle azioni che potrebbero non esserci, ma che ci sono: in tutto inizia a vedersi la forza, assoluta, totale del Buddismo di Nichiren Daishonin, di Nam-myoho-renge-kyo. Questo è lucidare lo specchio. E a pensarci bene questa è una grandissima libertà: posso prendere un secchio, acqua calda, sapone, aceto e darmi da fare. Lo specchio, piano piano, brillerà. Più sarà pulito e brillante, più pulite e brillanti saranno le immagini che rifletterà. «Considerando che l’esistenza umana è un insieme di istanti – spiega Daisaku Ikeda –, che la stessa eternità è composta di attimi, e che in ogni attimo si condensa tutta un’esistenza, l’elemento decisivo è contenuto nella condizione vitale che caratterizza ogni istante. Tale condizione, di momento in momento, determina e traccia il corso generale della nostra vita. Questa realtà, osservando le cose da una prospettiva più ampia, ci fornisce la chiave per cambiare il nostro karma. Dare valore a ogni istante, vivere pieni di entusiasmo e di energia, pronti ad accogliere l’istante successivo: questa attitudine libera dalla sofferenza il nostro ciclo di nascita e morte, dirigendolo verso l’illuminazione» (La vera entità della vita, Esperia, pag. 78).
Per questo i miei amici e io non siamo perfetti: forse a volte posso pensare che vorrei di più, che quella cosa, però, Oretta, Guglielmo, Susanna, Fabio, Anna Maria, Eleonora, Carlo, insomma, quella cosa, la potevano anche evitare. Ma poi no, capisco, ascolto il mio cuore e capisco: la stessa difficoltà sta lì, tra le mie dita, dove scivolano i giorni e si attaccano i gesti. Anche quelli che non vorrei fare, ma faccio: c’è il karma, la fatica che sto facendo, gli angoli bui che ancora non ho illuminato. Così è per loro, i miei amici. E allora non li giudico più. Magari li aiuto: indico cose che non riescono a vedere, li sostengo mentre superano quel gradino su cui stavano per inciampare. E loro fanno lo stesso con me. Così è per tutti noi, che ascoltiamo i tamburi celesti e non abbiamo paura di guardare in faccia gli yaksha, gli spiriti affamati. E ascoltando quei tamburi, guardando quei volti, capiamo una cosa fondamentale: per quanto strano possa sembrare percepiamo che sarà la morte a dare valore alla nostra vita. Ai nostri piccoli gesti, alle nostre parole. Forse se si riuscisse a vedere la morte non come una fine, un punto di arrivo di cui avere terrore perché getterà nel baratro del nulla, ma come il momento in cui la nostra esistenza si va a riunire al mare della grande ed eterna forza vitale, al centro dell’universo, al grande magma dell’energia pura, dove ricaricarsi, ricollegarsi e decidere, di nuovo o per la prima volta, di spendere la futura incarnazione come esseri umani per creare positività, per immettere amore e compassione in quello che Richard Causton, direttore generale della SGI-UK, scomparso nel 1995, chiamava il grande network, la grande rete che interconnette tutti, allora, forse, si riuscirebbe anche a vivere un’esistenza quotidiana più ricca, più vera. «Gli esseri umani dovrebbero saper valutare ciascun secondo ancor più di una goccia di sangue, ma quasi tutti sprecano la maggior parte del loro tempo prima di trovarsi davanti alla morte – continua Ikeda –. Incontriamo la morte a ogni istante, e in ogni istante torniamo a vivere. La stessa consapevolezza della morte offre alla vita un senso di grande soddisfazione: senza questa non possiamo vivere pienamente come esseri umani, né utilizzare al meglio il nostro tempo. Il problema della morte è il problema della vita: se rimane irrisolto, l’esistenza non può essere veramente ricca» (Ibidem, pag. 99). Non a caso Nichiren Daishonin nel Gosho Risposta a Myoho-ama scriveva: «La vita umana è veramente una cosa fugace. Un respiro segue l’altro senza pausa. Neanche la rugiada portata via dal vento basta a descrivere la transitorietà della vita. Niente è certo, né per il saggio, né per lo stupido, né per il giovane o per il vecchio. Perciò il mio unico desiderio è stato risolvere il mistero della morte. Ogni altra cosa è secondaria» (Ibidem, pag. 106).
E adesso, con questo pensiero in mente, il pensiero della mia finitezza, e la consapevolezza del mio tornare, sempre, ogni volta con una missione, ogni volta con una possibilità, rientro nella mia vita quotidiana. Sento ancora le mille voci del Sutra del Loto, quello che dicono «Io sono sempre vissuto qui e la mia vita non si è mai estinta» (SDL, 16, 298) e sento che questa è anche la mia di storia. Che sempre tornerò, che mai finirà. Così non mi fa più paura affrontare la mia vita e in compagnia di dei e demoni me ne vado per la mia strada. Certa che tamburi celesti, suoni divini, esseri supremi, meraviglie dell’universo, danze e musiche, portentosi prodigi, raggi splendenti, raggi luminosi, terre orientali, mondi maestosi, eterni universi, non sono solo efficaci immagini.

NR n° 295 - 15 dicembre 2003 - a cura di Rory Cappelli
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