Il limite che unisce

Il Sutra del Loto spiega che le persone hanno nature, desideri e comportamenti diversi. Perciò è difficile e al tempo stesso importante sviluppare la percezione e quindi il rispetto delle diversità.

Quando è stata bombardata Bagdad mi trovavo a Beirut, a poche centinaia di chilometri, e ho sperimentato i diversi modi in cui si può restare vittime della guerra. L’odio si respirava, era nell’aria, come un odore che s’insinua nelle narici finché non lo senti più. Quasi lo capivi. E com’era facile classificare i “buoni” da una parte e i “cattivi” dall’altra!
Ti abituavi agli attentati come a fatti normali del quotidiano, anche se il dolore per la gente e i bambini coinvolti ti procurava come minimo un po’ di insonnia. Ed era davvero difficile far emergere la saggezza dal fondo della vita e sostenere gli altri. Anzi, ti sentivi assolutamente inadeguato, fuori posto. E la mente era tormentata da pensieri di rifiuto: ma io che c’entro con tutto questo? Questa è gente diversa, questa storia non mi appartiene.
Ma avendo la fortuna di poter recitare Daimoku, e cambiare lo stato vitale, la situazione mi si è presentata da un altro punto di vista. E mi accorgo che la stessa sofferenza l’ho provata tutte le volte in cui una mia idea non è piaciuta, una scelta non è stata condivisa, una proposta rigettata; tutte le volte in cui non mi sono sentita riconosciuta per me stessa, per le mie specifiche peculiarità; e tutte le volte in cui io non ho riconosciuto quelle degli altri. Immancabilmente rimango vittima della rabbia, in base alle mie convinzioni, o della delusione, per via delle aspettative. Allora il vero problema da risolvere è nella relazione con gli altri, e la soluzione sta nell’imparare a gestire i conflitti, a cominciare da quelli quotidiani. Ma come fare a superarli? Come non diventare schiavi della violenza e dell’oppressione che proviamo quando pensiamo di subire un torto solo perché non ci sentiamo capiti? Come non spendere tutte le nostre energie nell’autocommiserazione e nel rancore e isolarsi decisi a lasciare fuori tutto e tutti?
Un amico, sere fa, mi raccontava che quand’era piccolo, e stava in collegio, non riusciva a sopportare di dover essere uguale in tutto agli altri ragazzini, e pur di distinguersi, di far notare la sua diversità, aveva desiderato di ammalarsi, così almeno durante i pasti al refettorio le sue pietanze erano diverse dalle altre, insipide e incolori ma diverse.
Senza arrivare a questi estremi, ogni giorno ci ritroviamo a compiere – se pur inconsapevolmente – azioni dettate dal bisogno di sentirci diversi, di essere riconosciuti per noi stessi, per le nostre specifiche peculiarità; e al tempo stesso facciamo fatica ad accettare le diversità altrui: diversità culturali, politiche, religiose, sessuali, razziali, con diversi modi di pensare, di agire, di scegliere. «…gli esseri viventi hanno nature diverse, desideri diversi, diversi comportamenti e diversi modi di pensare e di giudicare…», si legge nel capitolo Durata della vita del Tathagata (SDL, 298).
«Per il Buddismo – scrive Daisaku Ikeda – la personalità, o natura, è immutabile nella sua essenza. Ogni persona ha una sua individualità, ben distinta da quella degli altri. La società è un insieme di persone differenti: nel Buddismo, infatti, società significa anche “differenza”. Nelle varie lingue ci sono molti modi per definire il carattere delle persone, […] c’è poi chi studia i comportamenti dell’essere umano classificandoli in gruppi differenti: nella molteplicità delle qualità umane si può riconoscere il principio buddista dei “fiori di ciliegio, di pruno, di pesco e di albicocco”. Proprio come ogni fiore ha una sua bellezza, così ogni persona ha le sue particolari qualità. Essere introversi non fa di noi degli incapaci, proprio come l’impazienza di per sé non ci squalifica. L’importante è vivere in accordo con la natura innata che è dentro di noi: lo scopo del Buddismo è realizzare questa potenzialità» (Protagonisti, 99-100).
E il Gosho L’eredità della Legge fondamentale della vita afferma: «In generale, che i discepoli di Nichiren, preti e laici, recitino Nam-myoho-renge-kyo in itai doshin, senza alcuna distinzione fra di loro, uniti come i pesci e l’acqua, questo si chiama eredità della Legge fondamentale della vita. Se è così, anche il grande desiderio di kosen-rufu potrà realizzarsi» (SND, 4, 224).
Nichiren Daishonin ci indica una strada: itai doshin, “diversi corpi, un’unica mente”.
Poiché non esistono due individui, due emozioni, due esperienze, due amori o due morti che siano identici, ci è abbastanza chiaro il concetto di “diversi corpi”. Ma cosa vuol dire “unica mente”? È la determinazione del Budda di condurre tutte le persone all’Illuminazione, che per noi si traduce nel desiderio di realizzare kosen-rufu. È decidere di essere in unità con gli altri, è riuscire a vedere le somiglianze umane, le cose che ci collegano in quanto esseri umani, trascendendo le differenze, accettando e usando la diversità non più come limite di ciascuno ma come occasione per potere realizzare sviluppo e crescita reciproca, e rendersi conto che nel mondo ci sono milioni e milioni di persone che non sono e non vogliono essere come noi, che non possiamo avere il monopolio della civiltà, della felicità, del benessere, del progresso. E che è veramente bello e meraviglioso essere diversi. È una ricchezza in crescita esponenziale, perché ogni persona, nella sua ingombrante individualità, reca un messaggio che è unico, originale, diverso da tutti gli altri, e non cerchiamo più la distinzione di identità, ma l’intreccio, la contaminazione, perché irrigidirsi sulle singole convinzioni o appartenenze significa prima o poi spezzarsi.
In natura, per esempio, troviamo un esempio di simbiosi che produce effetti molto maggiori di quelli di una semplice addizione. Pensiamo alla barriera corallina, unico esempio di prodotto naturale vivente visibile a occhio nudo dallo spazio: questa meraviglia della natura nasce dall’unione di una minuscola pianticella e di un piccolissimo corallo.
In tale senso possiamo cercare di orientare la nostra mente quando ci troviamo dinnanzi a uno dei conflitti che elencavo prima. Infatti ciascuno di noi si trova sicuramente di fronte a differenze e divergenze che possono apparire insanabili, anche se prese come semplici espressioni occasionali di antipatia; cercare di comprendere che quell’aspetto per me negativo, quella persona che mi ha urtato o rifiutato, proprio lì dove sento “tirare” l’elastico dei miei sentimenti, ecco, si potrebbe provare a fare come il corallo e la pianta che si uniscono, costruendo meravigliose opere naturali.
Trascendere le differenze può essere un modo, all’apparenza egoistico, per ottenere il proprio miglioramento personale. E se è vero che si cresce stando insieme, se è vero che nessun uomo è un’isola, allora, i primi beneficiari dello sforzo di vedere nell’altro oltre il limite che i nostri occhi scorgono, ecco siamo proprio noi stessi!
Innanzitutto, ci si sente più liberi. Poniamo l’esempio di un pesce che viva in un acquario, e di un pesce che viva nell’oceano. Sicuramente il pesce chiuso nell’acquario è curato, ha cibo, poche insidie, ma è fondamentalmente meno libero del pesce che, benché esposto ai rischi e perigli dell’oceano, può nuotare coprendo sino al settanta per cento della superficie del globo terrestre.
Applichiamo la metafora alla nostra vita personale: quante volte ci siamo chiusi in una boccia di vetro (invisibile, ma molto resistente) per non subire ulteriori scottature, ulteriori smacchi, ulteriori rifiuti in amore, sul lavoro, nelle amicizie, nell’attività buddista?
Superare le differenze, valorizzandole, è la via della crescita individuale e collettiva. Il Buddismo la chiama anche itai doshin, ma di questo concetto adesso ci interessa metterne in luce un aspetto molto peculiare: il rispetto assoluto per la natura buddica di ogni essere vivente e non. Assoluto da intendersi: a priori, a prescindere da. Che è poi il messaggio profondo del Sutra del Loto, e l’incoraggiamento costante del presidente Ikeda in ogni suo scritto.
Paradossalmente (ma nemmeno poi tanto) questo modo di superare le differenze nasce in modo imprescindibile dal fare lo stesso percorso su noi stessi. Nessuno sarà mai in grado di accettare veramente un’altra persona (anche una sola) se non avrà avuto il coraggio, e quindi la libertà, di accettare, amare, in un certo qual modo onorare i propri aspetti negativi. Onorare per collocare al posto giusto nella propria vita, e di conseguenza dar loro il relativo valore che hanno (come ogni altra cosa).
E ogni persona, nella sua ingombrante individualità, reca un messaggio che è unico, originale, diverso da tutti gli altri, e non cerchiamo più la distinzione di identità, ma l’intreccio, la contaminazione, perché irrigidirsi sulle singole convinzioni o appartenenze significa prima o poi spezzarsi. È un percorso alla ricerca e alla comprensione di se stessi, durante il quale si sviluppa un sicuro senso del proprio io, che vuol dire rispettare profondamente i propri valori, ciò in cui si crede, anche quando possiamo non piacere o non essere approvati dagli altri. E quasi senza rendercene conto impariamo a gestire i conflitti, comprendendo che la nostra sicurezza dipende solo dal fatto di aiutare gli altri a sentirsi sicuri, quando invece di solito facciamo esattamente l’opposto: pensiamo di sentirci sicuri se rendiamo l’altro più insicuro.
In concreto, è imparare a guardare le cose da un altro punto di vista, è fare una rivoluzione interiore, l’unica che non lascia morte e tristezza, l’unica in grado di aprire le porte della comprensione, dell’ottimismo e della soddisfazione.
“Un altro mondo è possibile” recita un bello slogan che oggi si ascolta spesso, e noi possiamo veramente sperimentarlo. Dipende da noi riconoscere che l’altro mondo possibile è già qui, imprigionato nei nostri cuori, nel nostro abito mentale. Daisaku Ikeda ha detto più volte che con l’ascolto e il dialogo si conquista la consapevolezza della comune appartenenza al mistero dell’essere. La natura stessa del “dia-logo” “deve consentire l’incontro di logoi, cioè di diversi “discorsi di valore”. Non è importante, dunque, “avere ragione” ma a “essere in relazione con l’altro”. Fare scambio. E l’obiettivo primario che si delinea è la capacità di convivenza costruttiva in un tessuto culturale e sociale multiforme, che comporta non solo l’accettazione e il rispetto del diverso, ma anche il riconoscimento della sua identità culturale, nella quotidiana ricerca di dialogo, di comprensione e di collaborazione, in una prospettiva di reciproco arricchimento. È il superamento delle situazioni statiche che diventano multiculturali di fatto, basato sull’incontro-confronto, sul dialogo tra i valori proposti da persone diverse, prima ancora che da diverse culture.
Perché il fine ultimo è kosen-rufu, è la pace intesa come prodotto naturale di una società in cui le persone e le personalità sociali collaborano, si tollerano, convivono e sono in grado di risolvere gli inevitabili conflitti in modo nonviolento. E per costruire la pace dobbiamo anche abituarci a un linguaggio diverso, ad abbinarla a parole quotidiane. Non parliamo più soltanto di “festa della pace” o di “marcia della pace”, ma cominciamo a pensare che, oltre alla festa, dobbiamo fare “ferialità di pace”; non solo ricordarci della pace nelle marce, ma vivere questa idea nei nostri percorsi quotidiani.

NR n° 288 - 1 settembre 2003 - di Pina Consoli
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