Si può scegliere di essere felici

Nessuna fiducia in se stessa, nessuna voglia di vivere e gioire. Nicoletta decide di cambiare atteggiamento e aprirsi agli altri, fino ad arrivare a una nuova consapevolezza: la felicità «è sostanzialmente una scelta e noi possiamo imparare come metterla in pratica»

Nel 2012 una tragedia familiare sconvolse la mia famiglia: mio zio uccise mia zia e si suicidò.
Avevo iniziato a praticare poco prima, all'apice di una profonda sofferenza personale e avevo partecipato da poco alla mia prima riunione di discussione.
Fui tentata di smettere, ma presi in mano un libro sul karma e tornai alla riunione successiva giurando a me stessa che non mi sarei chiusa al mondo a causa dei miei problemi. Troppo spesso infatti non avevo fiducia in me e negli altri, non avevo voglia di vivere, gioire e sognare. Ero stufa di stare così e sentii che per cambiare necessitavo degli strumenti giusti: decisi di diventare membro della Soka Gakkai e ricevere il Gohonzon.
Contemporaneamente cominciai a mettere in dubbio tutti gli aspetti della mia vita, come se mi sentissi estranea alle decisioni prese fino a quel momento.
Decisi comunque di non fermarmi. A giugno 2013 feci il mio primo turno di protezione come byakuren al Centro culturale di Torino e a novembre sostenni l'esame di Buddismo di primo livello. Fu un anno molto intenso che si concluse con la proposta della responsabilità delle giovani donne di un settore, che in quel momento contava cinque, sei giovani in tutto. Accettai con il cuore pieno di gioia e misi l'obiettivo che il settore si sarebbe arricchito di tanti nuovi giovani.
Iniziai il 2014 con le parole del presidente Ikeda impresse nella mente: «Non siamo nati in questo mondo per soffrire ed essere infelici. Siamo nati per essere felici e assaporare la vera gioia, senza permettere alla sofferenza o alla sfortuna di sconfiggerci» (NR, 526, 4).
Intensificai l'attività sostenendo le giovani donne e aprii la mia casa alle recitazioni mattutine. Inoltre mi impegnavo a fare l'offerta per kosen-rufu, studiavo il Gosho ogni giorno, mi sforzavo di creare dialogo dove era assente e in ogni istante rideterminavo di essere una persona dal cuore mai sconfitto.
Ma più aprivo la mia vita più incontravo resistenza: al lavoro ero insicura e a causa di continui errori mi sentivo dire che ero inaffidabile; ogni relazione in amore e in amicizia entrò in crisi. Continuavo a sentirmi sola in questo mare di dolore. "Fede uguale vita quotidiana" era il mio motto: per questo mi sono chiesta più volte se qualcuno si fosse sbagliato a propormi la responsabilità!
Dopo poco presi parte a un corso regionale ad Aqui Terme nello staff byakuren a sostegno e protezione di settecento persone. Tornai a casa e, grazie a un incoraggiamento sulla fede, capii che non esiste qualcosa di solo giusto o sbagliato e che avrei dovuto dare valore a ogni mia scelta.
A una riunione byakuren feci mia la frase di Nichiren: «L'inferno è nel cuore di chi interiormente disprezza suo padre e trascura sua madre» (RSND, 1, 1008). Nel giro di pochi mesi rividi mio padre dopo quattro anni di silenzio, mi ero allontanata da lui in seguito a conflitti familiari: tutto il Daimoku e l'attività erano stati acqua pulita che aveva spazzato via il rancore di anni e gli parlai della pratica regalandogli un libro sul Buddismo.
Nel 2015 mia mamma mi chiese di insegnarle a recitare Daimoku e ancora oggi sta praticando.
Con mio padre, poi, affrontai un'ennesima difficoltà. A causa di debiti accumulati, sarebbe stato sfrattato da casa e quindi aveva solo quaranta giorni per trovare una soluzione. Desideravo sostenerlo, ma mi sentivo senza energia, stanca di lottare... Insomma solo pochi mesi prima avevo realizzato una grande esperienza in famiglia e ora dovevo ricominciare.
Sembrava che nulla si muovesse nonostante i miei sforzi, ma curavo la fede e rideterminavo che ogni singolo Nam-myoho-renge-kyo sarebbe stato quello determinante. Decisi di parlare nuovamente del Buddismo a mio padre e scoprii con meraviglia che aveva già iniziato a praticare, affascinato dalla mia forza! Dopo un mese esatto trovò casa. È proprio vero che «la fede è ottenere risultati nella situazione in cui ci si trova e trionfare sulla realtà» (NRU, 9, 131).
Questi tre anni sono stati un crescendo: ho imparato ad apprezzarmi, a dare valore e dignità alla mia vita, a parlare di Buddismo a ben trenta amici e sette di loro hanno iniziato a praticare. Inoltre il settore adesso conta trenta giovani e quindi si è moltiplicato.
«Il Buddismo insegna una straordinaria verità: la felicità non è questione di casualità o fortuna. È sostanzialmente una scelta e noi possiamo imparare come metterla in pratica» (Il buddista riluttante, quarta di copertina, esperia, 2009).

NR n° 579 - 15 aprile 2016 - di N. S.
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