Capire la vita

Colloqui con il direttore generale Tamotsu Nakajima

Alcune anticipazioni sulla nuova serie in cui Daisaku Ikeda spiegherà uno dei maggiori trattati di Nichiren Daishonin, L’apertura degli occhi.
Redazione: Sul mensile di studio della Soka Gakkai giapponese, Daibyakurenge è iniziata la spiegazione del presidente Ikeda sul Kaimoku sho (L’apertura degli occhi): puoi darci qualche anticipazione?
Nakajima: Nell’Apertura degli occhi, sensei torna a parlare dello spirito essenziale del Sutra del Loto e del punto di vista del Daishonin su questo sutra. Un discorso che aveva già iniziato ne La saggezza del Sutra del Loto e proseguito nel Mondo del Gosho.
All’inizio del Kaimoku sho, Nichiren Daishonin afferma che ci sono tre cose da rispettare e tre cose da studiare. Le tre cose da rispettare sono le tre virtù di shu, shi, shin, (sovrano, maestro e genitore). E con questo primo concetto giunge a stabilire chi, in questo Ultimo giorno della Legge, ha il potere di salvare tutte le persone.
Afferma poi che ci sono tre cose da studiare: ju-ge-nai. Ju è la filosofia di Confucio, un insegnamento etico, che «tratta i problemi solo dal punto di vista del presente» «ignorando del tutto sia il passato che il futuro» (SND, 1, 67). Ge si riferisce agli insegnamenti non buddisti dell’India (Brahamanesimo), che si limitano alla comprensione del passato e del presente. Nai è il Buddismo che permette di conoscere il passato, il presente e il futuro.
Studiando le varie filosofie e il comportamento dei vari “santi e saggi”, il Daishonin arriva a definire le caratteristiche della persona che incarna le tre virtù di sovrano, maestro e genitore.
Commentando il Gosho L’apertura degli occhi, sensei ci spiega come leggerlo. La lettura dipende dal nostro desiderio di approfondimento: in sintesi ci sta dicendo di “aprire gli occhi” su tre punti: sul Daishonin, sul Praticante del Sutra del Loto, sul Sutra del Loto stesso. Una simile lettura ci conferma anzitutto che il Daishonin è il Budda di mappo e inoltre ci fa capire come applicare questi principi a noi stessi perché siamo noi che abbiamo la missione di realizzare kosen-rufu.
Redazione: Il fatto che queste lezioni non siano sotto forma di dialogo, ha un significato particolare?
Nakajima: Senz’altro… forse non tutti lo colgono immediatamente, ma in realtà c’è una differenza enorme.
La stessa cosa, detta da persone diverse, cambia. La differenza tra Ikeda e me è che lui, in base alla sua decisione e al suo sforzo, ha portato e sta portando avanti kosen-rufu nel mondo; io, per esempio, dopo venti, trenta, quarant’anni di pratica buddista, che tipo di decisione ho? Lui fin dall’inizio era già certo di realizzare kosen-rufu. Io magari penso la stessa cosa, dico la stessa cosa, ma, pur dicendo le stesse cose, lui ha affrontato vari problemi, io no. Lui ha aperto la strada, ha portato avanti il nostro movimento, io l’ho semplicemente seguito, o cercato di seguirlo. Spesso penso di aver capito il presidente Ikeda: ma una cosa è capire con la ragione e un’altra capire nei fatti, con la vita.
Redazione: Tu ci stai dicendo di capire con la vita. Questo tipo di comprensione vale per tutto, per il Gosho, per le guide di Ikeda: una cosa è capirle teoricamente, una cosa è comprenderle facendo attività buddista, cioè realizzando il desiderio del Budda originale. È questo che stai dicendo?
Nakajima: Sì, è così. Facendo attività comprendiamo il cuore del Daishonin, e riusciamo a comprendere il Gosho.
Redazione: Si ha l’impressione, leggendo Il mondo del Gosho, che il presidente Ikeda insista sempre sul rispetto per gli altri, sia nella Soka Gakkai, sia all’esterno della nostra organizzazione.
Nakajima: Rispetto e itai doshin (cioè unità basata sul principio di “molte persone diverse che condividono uno stesso scopo”, n.d.r.) sono il succo di tutto. Forse – proprio per il periodo che stiamo attraversando, pieno di guerre, di violenze, di terrorismo – credo che Ikeda stia insegnando, con il suo esempio, un modo di ragionare che parta sempre da alcuni punti fondamentali come il rispetto per ogni vita. Forse mi sbaglio, forse non capisco fino in fondo quello che sta dicendo, ma lui agisce sempre così: prima decide e poi indirizza tutto verso la realizzazione di ciò che ha deciso.
Ricordiamo sempre perché stiamo praticando, qual è il motivo, lo scopo della nostra pratica. Chiediamoci sempre perché facciamo Daimoku, Gongyo, shakubuku. Dobbiamo migliorare costantemente la qualità della nostra pratica, anche di uno 0,01% al giorno. E, se oggi siamo uguali a ieri, in cosa siamo migliorati?
Io vedo che sensei ci sta invitando ad allargare le nostre amicizie sempre rispettandoci, dialogando e creando unità tra noi.
Lui ci sta insegnando qual è il comportamento corretto come buddisti. Spesso in teoria sappiamo già cosa è giusto, ma non sempre lo mettiamo in pratica.
Redazione: Hai qualche altra cosa da dire sull’introduzione all’Apertura degli occhi?
Nakajima: Bisogna leggerla tante volte per capire la vera intenzione di Nichiren Daishonin e del presidente Ikeda.
Redazione: Cambiamo argomento: come si costruisce una fede che non dipenda da niente di esterno e da nessuna persona? Succede spesso che qualcuno smetta di praticare perché deluso da qualche responsabile.
Nakajima: Questo non c’entra niente con la fede, perché la fede è diretta al Gohonzon e la Soka Gakkai è indispensabile perché insegna la corretta pratica buddista.
Se una persona sta camminando e pensa che sia giusto camminare in una certa direzione per essere felice, cioè se è sicura che quella sia la strada giusta, l’unica cosa da fare è andare avanti: la direzione è quella, e malgrado le buche, le salite, gli ostacoli che si possono incontrare sul cammino, bisogna andare avanti e arrivare al più presto alla meta.
Dobbiamo quindi tornare al motivo fondamentale della nostra pratica e dell’attività buddista: il motivo è realizzare al più presto kosen-rufu, non c’è altro. Per realizzare questo scopo bisogna fare soltanto shakubuku, non c’è altra via. Il nostro scopo è kosen-rufu, non la ricchezza o la fama.
Redazione: Qual è l’atteggiamento migliore per recitare Daimoku?
Nakajima: Prima di tutto ogni singolo praticante deve creare una relazione diretta con il Gohonzon e con il maestro.
Sto chiedendo a tutti: «Perché stiamo praticando?» Per esempio, se oggi decido di studiare perché devo spiegare il Gosho ai membri, sicuramente, grazie a questa decisione, cercherò di prepararmi al meglio. Ma, che decisione prendo ogni volta che mi accingo a fare Gongyo e Daimoku?
Che vuol dire praticare? Cos’è il Gohonzon? Cosa sto facendo davanti al Gohonzon? Dobbiamo pregare, ma pregare per che cosa? Già essere nati come essere umani – è scritto nel Gosho – è fonte di gioia, è una grande occasione che abbiamo. Il Gohonzon ci serve per tirar fuori la nostra Buddità. La conclusione è che «non c’è felicità più grande per gli esseri umani che recitare Nam-myoho-renge-kyo» (SND, 4, 157).
A seconda dello stato d’animo si recepisce diversamente quello che abbiamo intorno. Se siamo immersi nella sofferenza ogni cosa aggiunge altra sofferenza. Cosa mi fa decidere di andare a recitare Daimoku davanti al Gohonzon? Il fatto che il Daishonin ha detto che «non c’è felicità più grande […] che recitare Nam-myoho-renge-kyo».
Se il Budda dice «questo è bianco», vuol dire che “è bianco”, ma se io insisto a pensare che invece “è nero”, non mi avvicinerò alla percezione che il Budda ha delle cose. Quando invece cerchiamo sinceramente di vedere che “quella cosa è bianca”, quando la nostra intenzione, il nostro sforzo va nella direzione di comprendere con la vita quello che dice il Budda, allora cambia tutto.
Se io penso: «Il Daishonin dice che non c’è gioia più grande che recitare Nam-myoho-renge-kyo, quindi recito Daimoku con quell’intenzione», allora arriverò sicuramente a sentire quella gioia. Facendo così mi avvicino a quello che insegna il Budda. Praticando come insegna il Daishonin posso trasformare la mia vita: un simile ichinen cambia il modo stesso di sentire il Daimoku.
Inoltre, come afferma Nichikan Shonin, il Daimoku non deve essere né troppo lento né troppo veloce. Chi guida deve assumersi la responsabilità di far star bene tutti quelli che stanno praticando insieme a lui, ed essi a loro volta devono sostenerlo. Se la persona che guida non pensa alla felicità delle altre persone che sono lì con lui, non ha un atteggiamento corretto. Perciò chi guida deve pensare: «Con questo Gongyo, con questo Daimoku, tutti devono essere felici, tutti devono realizzare quello che desiderano».
Secondo il Buddismo ogni persona ha la Buddità, e la Legge esiste in ogni fenomeno, noi semplicemente dobbiamo tornare al “colore” originale, alla Buddità che abbiamo originariamente. Facendo così si attiva naturalmente anche la nostra compassione. Perciò dobbiamo trattare noi stessi e ogni altra persona nello stesso modo, cioè con immenso rispetto, altrimenti il nostro cuore non si avvicinerà mai a quello del Daishonin.

NR n° 310 - agosto 2004
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