Padroni di se stessi

La Saggezza del Sutra del Loto
Sedicesimo capitolo

Il termine sanscrito per essere umano è manusya, o “essere pensante”, per differenziarlo dagli animali che si basano sull’istinto. Inoltre nel Buddismo il corpo umano è definito il “recipiente della Legge”, adatto cioè a svolgerela pratica buddista.
Quando lo riempiamo con la grande vita del mondo di Buddità, comprendiamo perché siamo nati come esseri umani.

IKEDA: Il mondo di Umanità è il primo passo verso la padronanza di sé che si ottiene pienamente nei mondi di Bodhisattva e Buddità.
Citando un testo buddista, il Daishonin afferma: «Coloro che si dedicano ai tre tesori e osservano i cinque precetti rinasceranno come esseri umani».1 Le dottrine delle tre devozioni2 e dei cinque precetti3 insegnano il corretto sentiero. Quando percorriamo questa strada, la nostra vita diventa stabile; non siamo più sballottati qua e là come accade a chi ha una mente arrogante.
La dottrina delle tre devozioni riguarda lo spirito della fede. Chi è nel mondo di Collera non sa inchinarsi davanti a nessuno e alla fine diventa schiavo della propria arroganza e prigioniero del male. Al contrario, chi è nel mondo di Umanità rispetta chi è migliore o chi è più avanti di lui e così accresce la propria ricchezza interiore.
I cinque precetti non sono vincoli imposti dall'esterno, ma voti, norme interiorizzate, modi di vita. Quando capiamo che violare i cinque precetti produce sofferenza e riusciamo a controllarci grazie alla ragione, siamo nel mondo di Umanità.
SUDA: Il termine sanscrito per "essere umano" è manusya, che significa "essere pensante" o "colui che pensa". Secondo questo punto di vista l'intelletto, o la ragione, è il tratto caratteristico dell'umanità. Nichiren Daishonin afferma: «Il saggio si può definire umano, ma gli sconsiderati non sono nient'altro che animali».4 Gli esseri nello stato di Umanità posseggono una maggior capacità di distinguere il bene dal male, rispetto a coloro che dimorano nei quattro cattivi sentieri.
SAITO: T'ien-t'ai cita fra le caratteristiche del mondo di Umanità «la capacità di conoscere con largo anticipo i futuri effetti delle cause». Ciò significa avere una buona comprensione della legge di causa ed effetto.
ENDO: Il numero di maggio 1997 del Daibyakurenge riportava un'intervista con la professoressa Sallie King sulla filosofia buddista dei diritti umani. Discutendo i cinque precetti, la professoressa osservava che il primo, per esempio, "non uccidere esseri viventi", si preoccupa del bene degli altri, ma anche del proprio bene, perché le conseguenze del male fatto a un altro, per la legge di causa ed effetto, ricadono su chi l'ha commesso. «Da questo punto di vista - ha concluso - vivere rispettando i precetti per il proprio bene va a beneficio di tutti gli altri e su questo modo di vivere è basata la visione buddista dei diritti umani».
IKEDA: Ne Il vero oggetto di culto Nichiren Daishonin afferma che «il mondo Umano è calma».5
SUDA: Si tratta di uno stato di calma e tranquillità, come quando ci si riposa dopo una giornata di duro lavoro.
ENDO: La "calma" di cui parla il Daishonin mi ricorda l'ultima scena del romanzo Shin Heike Monogatari, di Eiji Yoishikawa (1892-1962). In questa scena Abe-no-Asatori e sua moglie Yomogi, due contadini che per più di mezzo secolo avevano assistito ai ripetuti scontri per l'egemonia tra i clan Minamoto e Taira, discutono animatamente. Contemplando i fiori di ciliegio sul monte Yoshino e ripensando al tumultuoso passato, la coppia prova un'intensa sensazione di felicità.
«Per gli uomini non c'è luogo più felice di quello in cui ci troviamo adesso. Perché allora si continua a versare sangue e a combattere per la supremazia e il potere? Ogni persona ha le proprie capacità e non serve a niente confrontare le diverse professioni e gli scopi che si perseguono nella vita. Tutti coloro che svolgono il proprio ruolo fino in fondo sono degni di rispetto; questo è ciò che importa. Non c'è alcuna differenza fra gli individui in quanto esseri umani».6
Per me questa anziana coppia di persone comuni, che era riuscita a sopravvivere in un'epoca devastata dalla guerra, rappresenta il mondo di Umanità.
IKEDA: Queste due persone erano rimaste fedeli a se stesse e avevano seguito la propria strada senza conformarsi alla maggioranza. Perfino in una società caratterizzata dalla Collera chi agisce così ottiene la pace della mente, il mondo di Umanità. Ma per mantenere la pace della mente è necessario uno sforzo assiduo.
SUDA: Infatti chi è nel mondo di Umanità può essere trascinato facilmente in uno dei tre cattivi sentieri, o nel mondo di Collera, da influenze esterne. Tutti sappiamo quanto sia difficile mantenere un io sereno e calmo: alla minima difficoltà, ci si deprime o ci si arrabbia.
Vivere umanamente ci rende umani
IKEDA: Oggi, nell'Ultimo giorno della Legge, è ancor più difficile vivere un'esistenza veramente umana perché siamo circondati da molte influenze negative. Per questo dobbiamo sforzarci continuamente nella nostra pratica buddista. Quando una trottola smette di girare, cade. È stabile soltanto finché ruota ad alta velocità.
Non è l'esser nati umani che ci rende davvero tali, ma lo sforzo tenace che facciamo per vivere da esseri umani. Agli inizi del ventesimo secolo gli abitanti di un piccolo villaggio vicino Calcutta, in India, ritrovarono due bambine, di circa due e otto anni, che erano state allevate da un branco di lupi. Pur avendo tratti somatici umani si comportavano esattamente come lupi. Durante il giorno dormivano in un angolo di una stanza buia o rimanevano perfettamente immobili, la notte si aggiravano nei paraggi ululando. Non erano in grado di usare le mani per mangiare, né di reggersi su due gambe.
SAITO: Ne ho sentito parlare. Nonostante i ripetuti tentativi di rieducazione continuarono a comportarsi pressoché come lupi fino al termine dei loro giorni.
IKEDA: La più piccola morì poco dopo e la più grande, che visse fino all'età di diciassette anni, non riuscì mai a usare più di quattro o cinque parole.
SAITO: Forse essere nati come esseri umani significa soltanto che possediamo il potenziale per diventare umani.
IKEDA: Per questo l'educazione è così importante. Per diventare esseri umani occorre un'educazione umanistica.
ENDO: Una volta mi hanno raccontato il seguente episodio: un bambino fece ritorno a casa dopo aver preso il massimo dei voti a un esame. Immediatamente la madre gli chiese quanti altri bambini avessero preso il massimo dei voti. E quando egli rispose che ce n'erano stati molti, la madre replicò: «Allora è semplicemente normale che tu abbia preso il massimo dei voti».
Spesso ai genitori non interessa capire cosa abbiano imparato i loro figli o come stiano crescendo. Si preoccupano soltanto di stimolare in loro il senso di competizione con i compagni di scuola.
IKEDA: Tra i dieci mondi, quello di Umanità è in una posizione intermedia da cui si può sia ascendere ai mondi più elevati sia precipitare nei mondi inferiori.
Per questo Nichiren Daishonin spesso ripete che, avendo avuto la rara fortuna di nascere nel mondo di Umanità, dobbiamo aspirare a una condizione vitale ancor più elevata.
Lo scopo degli esseri umani
SUDA: In un Gosho si legge: «Quelli che sono nati nei tre cattivi sentieri sono più numerosi delle particelle di polvere sulla terra, mentre quelli che sono nati come esseri umani sono inferiori al numero delle particelle di polvere che possono stare su un'unghia»7.
ENDO: E afferma anche: «Ora sono nato nel regno umano, cosa difficile da raggiungere, e ho avuto il privilegio di udire gli insegnamenti del Budda che raramente è dato di ascoltare. Se trascorro questa vita senza fare nulla, in quale esistenza potrò liberarmi dalle sofferenze di nascita e morte e raggiungere l'Illuminazione?».8
IKEDA: Nel Buddismo il corpo umano è chiamato "recipiente dei nobili sentieri", o "recipiente della Legge", adatto cioè a svolgere la pratica buddista. Quando lo riempiamo con la grande vita del mondo di Buddità, comprendiamo perché siamo nati come esseri umani.
SAITO: Possiamo dire che il significato del mondo di Umanità sta nel poter aspirare ai mondi superiori, Cielo, due Veicoli, Bodhisattva e Buddità.
IKEDA: Penso di sì. In ogni caso c'è qualcosa di estremamente profondo e mistico nello stato vitale. Che ne siamo consapevoli o no, esso determina in larga misura le azioni, i pensieri, le emozioni, le relazioni e il percorso della nostra vita.
Non solo i singoli individui, anche una società possiede il suo stato vitale, cioè è dotata dei dieci mondi. Kosen-rufu è una lotta per cambiare non solo lo stato vitale dei singoli individui ma quello dell'intera nazione e di tutta l'umanità. È un esperimento grandioso e senza precedenti.
Mi tornano alla mente le parole di Shozo Tanaka (1841-1913), che diventò famoso come amico del popolo e lottò tutta la vita contro gli abusi di potere delle autorità. Nei suoi ultimi anni scrisse: «Una nazione è come una persona, che non è necessariamente degna di rispetto solo perché è forte. Viene rispettata per la sua sapienza e la sua virtù. Una nazione è come una persona: una persona non è rispettata per la sua forza fisica ma per il suo intelletto».9
Il Giappone, nella sua corsa sul sentiero della Collera per diventare una nazione ricca e una potenza militare, diventò arrogante e perse la propria identità, a spese del suo e di altri popoli. Aveva perso di vista l'umanesimo. Tanaka dichiarò: «Il Giappone ha ancora un corpo ma ha perso lo spirito. Il Giappone non esiste più».10 Scrisse queste parole quattro mesi prima di morire. Trentadue anni dopo il Giappone cessò di esistere come Stato sovrano.
Dai sei sentieri ai quattro nobili sentieri
ENDO: Ora arriviamo ai mondi di Cielo e dei due Veicoli di Studio e parziale Illuminazione (o Ascoltatori della voce e Pratyekabudda).
La parola "cielo" evoca un ambiente immerso in una piacevole luce rosata, mentre per contrasto i mondi dei due Veicoli sembrano regni piuttosto scuri. Forse perché spesso Shakyamuni rimproverò severamente i discepoli di Studio e parziale Illuminazione.
ENDO: Eppure i due Veicoli appartengono ai quattro nobili sentieri11, le persone che vi appartengono hanno uno stato vitale piuttosto alto avendo superato la fase di trasmigrazione nei sei sentieri.12
IKEDA: Cominciamo ad analizzare il mondo di Cielo. Spesso è chiamato mondo di Estasi perché vi si prova un senso gioioso di realizzazione e appagamento. L'unico pericolo è che ci si attacchi a questo stato vitale.
Tutti desideriamo essere in buona salute, aver da mangiare a sufficienza, una famiglia armoniosa, una vita piena di gioia. Mi auguro che tutti possano goderne, ma purtroppo, come le rose sfioriscono rapidamente, anche la felicità in questo stato è destinata a svanire mano a mano che si sperimentano le quattro sofferenze della vita.
SAITO: Si dice che anche gli esseri celesti siano destinati alla decadenza. I testi buddisti descrivono cinque segni di decadenza13 usando l'immagine dei fiori che avvizziscono.
IKEDA: La felicità del mondo di Cielo è effimera come un sogno, illusoria come un miraggio. Una vita spesa a rincorrere un miraggio è a sua volta un miraggio.
Lo scopo della pratica buddista non è la felicità effimera come un fiore, ma un palazzo di felicità interiore eterna e indistruttibile. È il "palazzo di diamante" che si costruisce con la fede.
In questo palazzo sbocciano anche i fiori della felicità temporanea. Secondo il principio per cui "i desideri terreni sono Illuminazione", più problemi abbiamo, maggiore sarà il senso di soddisfazione che proveremo. Nei quattro nobili sentieri invece si costruisce un "cuore adamantino", si passa da un io in balia dell'ambiente a un io che influenza l'ambiente. Questa è la rivoluzione umana, e lo spirito di ricerca dei due Veicoli ne costituisce le fondamenta.
ENDO: L'attuale società che incoraggia i suoi membri a soddisfare ogni desiderio non fa altro che alimentare la sofferenza. La prosperità effimera di cui godiamo ci è costata cara.
IKEDA: Il potere demoniaco del desiderio toglie ogni energia all'individuo e lo porta alla rovina. Al vertice del "paradiso" in cui tutti i desideri vengono esauditi si trova il Demone del sesto cielo e non c'è niente di più terribile di una vita o una società dominata da questo demone.
SAITO: La civiltà moderna considera una cosa "buona" la soddisfazione dei desideri e il suo ideale è il mondo di Cielo. Ma dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che la civiltà moderna è in crisi.
IKEDA: La causa fondamentale della crisi è che la gente rivolge lo sguardo all'esterno invece che dentro di sé e, soprattutto, distoglie lo sguardo dal problema fondamentale, le sofferenze di nascita, vecchiaia, malattia e morte.
Il capitolo Durata della vita del Tathagata può aprirci gli occhi. Solo guardando in faccia la realtà della vita e della morte possiamo risvegliarci al vero significato dell'esistenza e comprendere quanto superficiali siano le soddisfazioni effimere. È un'esperienza comune a molte persone.
Alle soglie della morte si scopre la bellezza della vita
Il Budda vede gli esseri viventi arsi dalla nascita, dalla vecchiaia, dalla malattia e dalla morte, dalle angosce e dalle sofferenze, li vede subire molti dolori a causa dei cinque desideri e della brama di ricchezza e di profitto. Non solo, a causa dell'avidità, dell'attaccamento ai desideri e degli sforzi che devono compiere, essi affrontano moltissime sofferenze nell'esistenza presente e in seguito subiscono una penosa rinascita nell'inferno o come animali o come spiriti affamati. Tuttavia, se anche rinascono nel regno celeste o nel regno degli esseri umani, c'è la sofferenza della miseria e del bisogno, il dolore di separarsi da coloro che amano, il dolore di incontrare coloro che detestano - tutti questi tipi di sofferenza.
Eppure gli esseri viventi, mentre annegano in mezzo a tutto ciò, si trastullano e si divertono inconsapevoli, incoscienti e senza alcun timore. Non provano alcuna ripugnanza né cercano di fuggire. Nella casa che brucia che è il triplice mondo essi corrono in lungo e in largo e, sebbene affrontino grandi tormenti, non ne sono turbati.14
SUDA: Guardare negli occhi la morte può cambiare la vita, come possono testimoniare molti membri della SGI. Vorrei raccontarvi a questo proposito l'esperienza di Makoto Sato, che era responsabile della Soka Gakkai per la prefettura di Toyama. Nel giugno 1979 gli venne diagnosticato un cancro dell'osso mascellare superiore e fu trasferito in un ospedale di Tokyo. Sato aveva vagamente intuito la gravità della sua malattia, ma quando la moglie gli rivelò la verità, mentre camminavano per le strade affollate di Shinjuku, non fu sopraffatto dalla paura. Al contrario, racconta che in quel momento tutto intorno a lui assunse una sorta di luminosità. Le strade asfaltate sembravano brillare sotto i raggi del sole che filtravano nel cielo nuvoloso. Pensò che gli alberi non erano mai stati così verdi, né le strade tanto belle. Provò l'impulso di rivolgere la parola a ogni passante e abbracciarli tutti.
Allo stesso tempo sentì un brivido, come se stesse per salire sulla forca. Ma Sato non scappò dalla realtà della sua vita e intraprese una battaglia campale contro il "demone della morte". L'operazione, che doveva durare otto ore, ne durò solo due e mezzo, con ottimi risultati. Gli furono asportati i denti, le gengive e l'osso, e le medicazioni giornaliere erano così dolorose da farlo quasi svenire.
Pur con la vista annebbiata egli continuava a leggere il Gosho, cercando di imprimere un brano dopo l'altro nel suo cuore. Temeva che l'intervento lo obbligasse a qualche limitazione di parola, ma poi seppe anzi che parlare faceva parte della terapia di riabilitazione. «Parlare alle riunioni della Gakkai è stato il più grande contributo alla mia guarigione».
Anche nella sua situazione continuava a preoccuparsi dei membri della prefettura di Toyama, che non aveva più visto da quando era stato ricoverato all'ospedale di Tokyo. Lei, presidente Ikeda, lo invitò ad accompagnarlo in un viaggio per incoraggiare i membri delle regioni di Toyama e Hokuriku e quando lo presentò a tutti dicendo «Oggi ho portato con me il signor Sato», egli pianse di commozione.
In seguito Sato si trasferì definitivamente a Tokyo e si dedicò a tenere dei seminari, a dare guide personali e a svolgere altre attività.
IKEDA: L'ho incontrato molte volte al Centro culturale di Tachikawa. Ricordo la sua andatura energica e vivace. Si sentiva che era immensamente felice di essere vivo.
SUDA: Una volta Sato osservò: «Prima di provare cosa significa stare tra la vita e la morte non riuscivo a comprendere la profondità del Gosho e delle guide del presidente Ikeda. Il Buddismo insegna che vivere è una grande battaglia, ma pochi se ne rendono conto. Ho ancora molto lavoro da fare per kosen-rufu, il tempo è prezioso».
SAITO: Solo di fronte alla morte molte persone si chiedono: «Che scopo ha avuto la mia vita? Perché non ho praticato meglio quando ero in buona salute?».
IKEDA: Se non pratichiamo con l'atteggiamento che «questo può essere l'ultimo giorno della mia vita», se non ci impegniamo per kosen-rufu finché siamo in buona salute, lo rimpiangeremo per infiniti eoni.
SUDA: Il signor Sato morì nel 1992. Fino alla fine non si risparmiò nell'incoraggiare i membri. Diceva: «Quando incontro qualcuno, il pensiero che forse non avrò mai più un'altra possibilità di incontrarlo mi fa desiderare di insegnargli più frasi di Gosho possibili».
Se veniva a sapere di qualcuno con un cancro allo stadio terminale, Sato lo incoraggiava appassionatamente come se il problema fosse suo. In tutto il paese ci sono persone che hanno ricevuto il suo incoraggiamento e ne sono state rivitalizzate.
Era solito dare loro un foglietto di un notes su cui aveva copiato qualche brano del Gosho come «il fatto che tu sia sopravvissuto fino a ora è perché tu possa affrontare questa prova»15, oppure «la malattia di tuo marito forse è dovuta al volere del Budda»16, o anche «la vita è limitata e non dobbiamo attaccarci troppo a essa»17. Coloro che ricevettero questi fogli hanno dichiarato che, nonostante già conoscessero quei brani, il fatto di riceverli personalmente, trascritti a mano, aveva toccato una corda nuova nei loro cuori.
IKEDA: È un esempio di una vita veramente nobile. Quando si è fra la vita e la morte ricchezza, fama e posizione sociale non contano più nulla. Tutto ciò che rimane è l'io nudo, spogliato di tutto. Solo il Buddismo può trasformare questo io.
La religione nasce dalla paura del "Cielo"
IKEDA: Analizziamo ora il significato letterale del termine "Cielo".
ENDO: "Cielo" (giapp. ten) è la traduzione del termine sanscrito deva, che significa divinità o regno in cui dimorano gli esseri celesti. In origine significava "luminosità".
SAITO: Gli dèi godevano di una vita più lunga e piacevole e di un potere superiore a quello degli abitanti della terra.
SUDA: In India, sin dall'antichità, si riteneva che chi compiva buone azioni nella vita presente sarebbe rinato in cielo.
ENDO: Due importanti divinità indiane, Brahma e Indra, furono inglobate dal Buddismo con il nome rispettivamente di Bonten e Taishaku.
IKEDA: Potremmo immaginare il "cielo" e gli "dèi" non come un luogo e come esseri particolari, ma come forze dell'universo. Gli esseri umani, scrutando i cieli, sono sempre stati colpiti dalla loro vastità. Pregavano per ingraziarsi il potere dell'universo e, timorosi della forza distruttiva della natura, pregavano per evitare le calamità.
Sentendosi impotenti a cambiare il destino con le proprie forze, pregavano gli dèi affinché li aiutassero. È da queste preghiere che nacque la religione. La preghiera non nasce dalla religione, la religione nasce dalla preghiera.
Nel "cielo" l'individuo deve aver percepito una grande esistenza che trascende gli esseri umani. Molti animali vivono a quattro zampe, con gli occhi rivolti al terreno. Gli esseri umani si sollevarono sulle gambe e alzarono lo sguardo al cielo. Il cielo luminoso divenne la meta ideale.
SUDA: Secondo i sei maestri non-buddisti18 vissuti all'epoca di Shakyamuni, e altri pensatori, lo scopo della pratica era rinascere in cielo.
IKEDA: Per il Buddismo, il paradiso o cielo non è un luogo in cui si va dopo la morte, ma uno stato vitale che si può sperimentare nella vita presente.
SUDA: Il Sutra del Loto afferma: «Non vi è salvezza nel triplice mondo, esso è come una casa in fiamme»19. Poiché i sei sentieri fanno parte del triplice mondo, i due termini hanno lo stesso significato.
ENDO: Vi sono ventotto cieli nel triplice mondo: i sei cieli del "mondo del desiderio" (un regno che turbina di desideri), i diciotto cieli del "mondo della forma" (un regno in cui, pur non essendo più schiavi del desiderio, si è ancora soggetti a limitazioni fisiche) e i quattro cieli del "mondo della non-forma" (un regno in cui si è ancora soggetti a limiti spirituali).
SAITO: Il mondo del desiderio brulica di desideri di ogni genere: desiderio di vivere, desideri istintivi, materiali, desiderio di successo. Il mondo del Cielo è caratterizzato dalla gioia estatica che si prova soddisfacendo questi desideri. Vi fa parte anche il senso di appagamento che proviamo dopo un buon pasto.
SUDA: Nichiren Daishonin spiega che «la gioia è il mondo celeste»20.
IKEDA: La gioia è diversa a seconda del desiderio che viene soddisfatto. C'è il puro desiderio intellettuale, c'è il desiderio di bellezza, il desiderio di elevarsi spiritualmente e il desiderio di conoscere la verità.
ENDO: Il perseguimento e la soddisfazione di questi desideri più elevati appartiene al mondo della forma e della non-forma.
SUDA: Che differenza c'è tra la condizione del mondo della non-forma e quella dei mondi di Studio e parziale Illuminazione? Mi sembra che siano simili in quanto entrambe indicano una realizzazione spirituale.
IKEDA: Mentre chi è nel mondo della non-forma considera il proprio stato come un risultato definitivo, chi è nel mondo di Studio o parziale Illuminazione lo vede come un "cammino intermedio" nella ricerca dello stato di Buddità. Le persone di Studio e parziale Illuminazione comprendono i principi di non-sostanzialità e di origine dipendente che operano in tutti i fenomeni.
SUDA: Con il principio di origine dipendente capiscono che tutte le cose sono interdipendenti e originano dalla combinazione di una causa e di una relazione.
SAITO: Tutte le cose esistono grazie alla "fusione temporanea di causa e relazione"; infatti, cambiando la causa o la relazione, la situazione cambia.
IKEDA: Questo vale anche per il nostro io. Le caratteristiche che riteniamo appartenere al nostro "io" in realtà sono solo temporanee. Nessuno può sfuggire al cambiamento. Una persona sana un giorno si ammalerà e morirà, un giovane invecchierà. Oggi non sono la stessa persona che ero dieci anni fa. Non esiste un "io immutabile". Il Buddismo insegna a liberarsi dall'attaccamento all'io.
SUDA: È la dottrina dell'"assenza di io".
IKEDA: "Assenza di io" significa che l'io non è fisso e immutabile per l'eternità, ma cambia continuamente e perciò è considerato essenzialmente privo di sostanza o "vuoto".
SAITO: Gli esseri non illuminati dei sei sentieri credono che l'io non cambi, si attaccano a esso e alle sue proprietà. In altri termini considerano tutte le cose come dotate di sostanza propria.
IKEDA: Anche la ricchezza, la posizione sociale o la fama sono vuote, effimere come bolle sulla superficie dell'acqua. Eppure gli esseri dei sei sentieri vivono nell'illusione che queste cose apparterranno loro per sempre.
Riassumendo, gli esseri dei sei mondi percepiscono tutti i fenomeni come sostanziali, quelli dei mondi di Studio e parziale Illuminazione ne percepiscono la vacuità: questa è la "verità della non-sostanzialità"(ku-tai). Chi è nel mondo di Bodhisattva percepisce i fenomeni come provvisori: questa è la "verità dell'esistenza temporanea" (ke-tai). Coloro che sono nel mondo di Buddità percepiscono i fenomeni come integrazione di non-sostanzialità ed esistenza temporanea: questa è la "verità della Via di mezzo" (chu-tai).
ENDO: Ecco un esempio di come gli esseri dei sei sentieri percepiscono i fenomeni: un giocatore di baseball, famoso da giovane per i suoi lanci potenti, invecchiando perde la sua forza, ma può conservare la propria immagine di potente lanciatore. Così, anni dopo, è convinto di poter tirare la sua solita palla veloce, ma purtroppo il lancio risulta fiacco e ciò determina la sconfitta della squadra.
IKEDA: Ci sono persone che, dopo il pensionamento, sono incapaci di abbandonare la propria immagine di dirigente o di funzionario di una famosa azienda. Non è raro imbattersi in persone la cui identità era così indissolubilmente legata alla loro professione che quando vanno in pensione rimangono come svuotate. Non avendo una visione obiettiva di se stessi, non riescono ad adattarsi alla nuova vita e si sentono frustrati e infelici.
Lo stesso avviene nella nostra visione degli altri: per quanto siano cambiati, continuiamo a vederli come erano in passato. Le persone dei due Veicoli, consapevoli che niente al mondo è permanente, comprendono la necessità di migliorare e progredire costantemente.
SAITO: Quando le persone dei due Veicoli credono che la condizione che hanno raggiunto sia definitiva e se ne compiacciono, paradossalmente non appartengono più ai due Veicoli.
IKEDA: Proprio così. In quel momento regrediscono nei sei sentieri. È un processo simile a quello degli esseri della non-forma che, quando credono di aver raggiunto le più alte vette del mondo di Cielo, in realtà stanno cominciando la discesa.
SUDA: Nichiren Daishonin afferma ne L'apertura degli occhi: «I seguaci degli insegnamenti non-buddisti... quando, salendo attraverso i mondi della forma e della non-forma raggiungono il livello più alto del triplice mondo, credono di essere arrivati al nirvana. Ma, nonostante proseguano a salire piano piano lungo la loro via, ricadono dallo stato più alto e precipitano nei tre cattivi sentieri. Non uno riesce a rimanere al livello del Cielo».21
IKEDA: Come mai, dopo aver svolto difficili pratiche ed essere saliti pazientemente gradino per gradino, alla fine precipitano a capofitto?
Una possibile spiegazione è che la condizione che hanno raggiunto con quelle ardue pratiche è forzata e innaturale e quindi non può essere mantenuta a lungo. Per fare un esempio, un uomo povero può mettere insieme una somma di denaro e riuscire ad alloggiare qualche tempo in un albergo di lusso, ma prima o poi i soldi finiranno e dovrà tornarsene nella sua misera dimora. Usando la stessa metafora potremmo dire che lo scopo della pratica buddista non è di abitare in un bell'albergo ma di ristrutturare adeguatamente la propria casa. Per sviluppare un io simile a uno splendido palazzo dobbiamo comprendere anzitutto quali sono le cause fondamentali della nostra sofferenza, scoprire dove il tetto perde o se ci sono spifferi - e riparare queste zone in modo da creare una condizione abitativa confortevole.
Quando si comprende che la causa fondamentale delle sofferenze della vita sono le illusioni, possiamo cercare di eliminarle e trasformare il nostro io. Le persone del mondo della non-forma hanno cercato di trasformare il proprio stato vitale ma, non avendo la saggezza per comprendere la vera "Legge della vita", i loro sforzi sono stati vani. Cercano di elevarsi ma, privi di una base adeguata, ricadono nel mondo precedente.
SUDA: Il Daishonin spiega che senza il Sutra del Loto è impossibile sfuggire alla trasmigrazione nei sei sentieri.22 Solo grazie alla Legge mistica le persone dei due Veicoli riescono per la prima volta ad andare oltre i sei sentieri.
Il "primo passo" nella nascita del Buddismo
IKEDA: Esistono molti tipi di piaceri e di desideri e, di conseguenza, diversi stati vitali legati alla loro soddisfazione. La gioia che si prova raggiungendo un obiettivo al quale si è dedicata la vita è lo stato vitale tipico del mondo di Estasi. Un bambino può aspirare a prendere il voto più alto della classe o a riuscire in una difficile prova sportiva. I musicisti di un'orchestra possono raggiungere l'estasi raffinando la propria sensibilità e talento musicale e suonando in perfetta armonia.
SAITO: Anche se il livello è diverso, si tratta pur sempre di qualche tipo di autorealizzazione.
SUDA: Dedicare la propria vita a raggiungere un obiettivo dà significato all'esistenza umana.
ENDO: Dicevamo che le persone nel mondo di Collera mirano a "superare gli altri" mentre quelle del mondo di Umanità, Cielo e dei quattro nobili sentieri mirano a "superare se stesse".
Lo "spazio vitale" del mondo di Estasi è più ampio di quello del mondo di Umanità.
IKEDA: Come abbiamo già detto, all'epoca di Shakyamuni l'ideale della maggioranza della gente era il mondo di Cielo, e in particolare trarre soddisfazione dal "mondo del desiderio".
SAITO: A questo scopo i seguaci del Bramanesimo tradizionale svolgevano vari rituali e pratiche.
IKEDA: Alla gente comune dell'epoca il palazzo dove crebbe Shakyamuni doveva sembrare un regno celeste. Ma quando egli si avventurò fuori dai cancelli vide persone che soffrivano per la vecchiaia e la malattia. Vide anche un cadavere. Davanti alla realtà delle quattro sofferenze di nascita, vecchiaia, malattia e morte, Shakyamuni comprese la vacuità del desiderio, cioè percepì che tutto è soggetto al cambiamento. Perciò rinunciò allo stile di vita "celestiale" in cui era cresciuto e iniziò la sua ricerca religiosa.
A quell'epoca c'erano altri pensatori, i sei maestri non-buddisti, che aspiravano a raggiungere una condizione elevata trascendendo i desideri secolari. Dopo la sua rinuncia al mondo, Shakyamuni seguì due di questi maestri ma, a lungo andare, si rese conto che i loro insegnamenti non risolvevano le sofferenze di nascita e morte.
ENDO: Il mondo del desiderio non è una soluzione, e nemmeno quello della forma e della non-forma.
IKEDA: Ma allora dove si può trovare la vera felicità? Da questa domanda ha origine tutta la filosofia buddista.
SUDA: Quindi la nascita del Buddismo coincide con il passaggio
Foto: S.Cavalli
di Shakyamuni dal mondo di Estasi al regno dei due Veicoli.
IKEDA: Esatto, nella transizione dai sei sentieri ai quattro nobili sentieri.
ENDO: Forse il primo passo fu la percezione dell'impermanenza della vita, come attestano le biografie di Shakyamuni. Nichiren Daishonin afferma: «A noi è perfettamente chiaro che tutte le cose del mondo sono transitorie; ebbene, non è forse perché i mondi dei due Veicoli sono presenti nel mondo umano?» 23.
IKEDA: Probabilmente, come fece Shakyamuni, il primo passo nella ricerca dell'"eterno" consiste nel guardare in faccia la morte. Viviamo in una civiltà dedita alla soddisfazione dei desideri. Si dà per scontato che la vita debba diventare ogni giorno più comoda e facile. Oggi chi vive un'esistenza difficile e travagliata non lo fa certo per scelta.
Lo scrittore Aldous Huxley (1894-1963) osservò: «La prima cosa che colpisce del disagio in cui vivevano i nostri antenati è che era principalmente per loro volontà... Avrebbero potuto costruire divani e poltrone, installare bagni, riscaldamento centrale e impianti idraulici in qualsiasi momento negli ultimi tre o quattrocento anni e, in effetti, in certi periodi si sono concessi questi agi. Duemila anni prima di Cristo gli abitanti di Cnosso conoscevano bene gli impianti sanitari. I Romani avevano inventato un complicato sistema di riscaldamento ad aria calda e le sale da bagno delle ville romane erano lussuose e attrezzate al di là di ogni nostra immaginazione... Gli uomini medievali e degli inizi dell'epoca moderna vivevano nel sudiciume e nella scomodità non per incapacità di cambiare il proprio modo di vivere, ma per scelta. Lo sporco e il disagio erano in sintonia con i loro princìpi e pregiudizi politici, morali e religiosi.
Niente si può avere per niente e la conquista delle comodità è stata accompagnata dalla perdita di altre cose di valore uguale e forse ancor maggiore... La società moderna sembra considerare la comodità come fine a se stessa, come un bene assoluto. Forse un giorno la terra verrà trasformata in un enorme letto di piume, il corpo dell'uomo vi sonnecchierà sopra e lo spirito, come Desdemona,24 vi soffocherà sotto».25
SUDA: In sintesi, limitarsi a ricercare una vita facile uccide lo spirito.
La società moderna cerca di nascondere la morte
IKEDA: Siccome il mondo di Estasi è caratterizzato da una gioia momentanea, quando si prova questo stato vitale si tende a distogliere l'attenzione dai grandi problemi dell'esistenza. In effetti a volte il mondo d'Inferno si rivela più efficace nel farci aprire gli occhi alla realtà della vita e ci permette di individuare rapidamente la strada che conduce ai quattro mondi nobili.
SUDA: Chi è apparentemente felice incontra maggiori difficoltà ad abbracciare la fede.
SAITO: L'abbondanza materiale e la gioia spirituale sono importanti, ma non ci permettono di superare le sofferenze di nascita e morte.
ENDO: Hideo Kishimoto, professore di religioni dell'Università di Tokyo, ha asserito che, mentre crea un'opera d'arte, un abile pittore può raggiungere una condizione trascendente nella quale è in grado di percepire l'eternità della vita. «In quello stato l'attaccamento alla vita non disturba la concentrazione dell'artista. E non c'è posto nemmeno per la paura della morte... Il problema della vita e della morte svanisce da solo» 26.
Questo stesso studioso scoprì in seguito di avere un cancro e che gli rimanevano solo sei mesi di vita. In quel momento, raccontò, si sentì travolto da sentimenti ed emozioni che non avrebbe mai immaginato.
Egli narra: «Allora compresi quanto fossi attaccato alla vita. Quando la propria vita è in immediato pericolo, il cuore si infiamma di rabbia! Il corpo intero ingaggia una resistenza disperata che giunge sino alle cellule della punta dei piedi e delle mani»27.
Così cominciò una battaglia decennale contro la malattia.
«Quando seppi di avere un cancro, dapprima l'unica maniera per superare lo shock e non perdermi d'animo fu gettarmi freneticamente nel lavoro. Mi davo da fare senza tregua, come un cinghiale ferito. Cercavo di resistere alla paura della morte che mi assaliva, tenendomi occupato e attivo. Ciò che mi sosteneva era il desiderio di vivere e pensavo che così facendo sarei riuscito a distrarmi dalla paura di morire... ma più cercavo di non pensare all'oscurità della morte, più tale prospettiva incombeva su di me» 28.
Il figlio di Kishimoto racconta che, un anno prima di morire, suo padre era così occupato che, per riuscire a parlargli dieci minuti, doveva fissare un appuntamento con due giorni in anticipo.
Diversi mesi prima di morire il dottor Kishimoto scrisse: «A causa del cancro, una malattia che non avrei mai pensato di contrarre, fui ossessionato dalla brama di vivere e mi ritrovai di fronte all'inevitabile oscurità della morte»29. E disse anche: «Nei dieci anni in cui ho continuato a combattere la recidiva del cancro, ho provato tutto l'orrore di questa condizione»30.
IKEDA: Una "brama di vivere" che niente può soddisfare - questi sono i sentimenti di qualcuno che ha guardato in faccia la morte.
SUDA: Sono rare le persone capaci di raccogliere il coraggio necessario per affrontare apertamente la morte.
IKEDA: Il Dr. Kishimoto ha indicato quali siano le cose che ci distolgono dal problema della morte.
ENDO: Una di queste, secondo Kishimoto, è un elevato tenore di vita. Lavorando sodo possiamo ottenere agi e comodità e godere di un ambiente accogliente. Col progresso della scienza medica la vita media si è allungata. Così la morte viene sempre più rimossa dalla realtà della vita quotidiana.
IKEDA: In senso lato ritengo che questi benefici della civiltà rappresentino il mondo di Estasi della società. Secondo Kishimoto, queste cose che ci distolgono dalla morte sono illusioni del tutto innocenti, ma allo stesso tempo pericolosamente fuorvianti.
ENDO: Egli sostiene che la civiltà moderna ci inganna facendoci credere che non è necessario pensare alla morte.
IKEDA: Questa società che ci illude è chiaramente in declino. Per esempio, ogni anno in Giappone muoiono circa diecimila persone in incidenti stradali ma i suicidi sono il doppio. C'è anche una preoccupante indifferenza per la vita e la morte, non solo tra i giovani ma anche nelle vecchie generazioni. E continuamente sentiamo parlare di avvenimenti agghiaccianti.
SAITO: Pare che la "morte dello spirito" e la "morte della sensibilità" affliggano un numero crescente di persone.
IKEDA: La civiltà moderna sta pagando il prezzo di aver accantonato e occultato le questioni fondamentali della vita.
Vincere sulla paura della "ricaduta" del cancro
ENDO: Affrontare la morte è più facile a dirsi che a farsi.
SAITO: Nessuno è in grado di comprendere lo sgomento e il dolore di una persona alla quale hanno appena diagnosticato un cancro. Molti membri della SGI hanno combattuto e vinto la malattia grazie alla fede. In questi casi l'incoraggiamento dei familiari e degli amici è un grande sostegno.
IKEDA: Probabilmente nessuno è in grado di rimanere perfettamente calmo davanti alla prospettiva di una morte imminente. Chi dice di non aver paura della morte sta semplicemente assumendo una posa. Tuttavia, se ci facciamo sopraffare dalla paura non saremo in grado di sconfiggere i "demoni" della malattia e della morte. Solo attraverso la fede è possibile vincere la paura della morte.
Ma anche se una persona malata desidera recitare Daimoku, spesso è ostacolata dall'ansia e dalla paura. Avere qualcuno con cui recitare e che offra un caloroso incoraggiamento allevierà la preoccupazione e infonderà nuovo coraggio.
ENDO: La più grande preoccupazione di chi ha avuto il cancro è che possa ripresentarsi. Sembra che lo sgomento che si prova alla notizia della ricaduta sia ancora più grande di quello provato all'inizio.
Yoshinobu Matsura, un membro di Sapporo, fu operato di cancro al fegato. Dopo soli quattro mesi il cancro si ripresentò ed egli ne rimase totalmente scioccato. Sconfiggere la malattia era il suo scopo principale, eppure non riusciva a trovare la forza di recitare Daimoku. Così la convinzione di non avere alcuna speranza di guarire si rafforzava sempre di più.
Furono le parole di un suo responsabile che alla fine riuscirono a scuoterlo: «Se te la prendi comoda, anche il cancro lo farà e sarà felice di rimanere nel tuo corpo per un tempo indefinito. Se combatti per kosen-rufu lo caccerai via!».
Capì di essere stato sconfitto dalla debolezza della sua mente. Capì che vincendo su di sé avrebbe vinto anche sul "demone" della malattia. Da allora in poi cominciò a sforzarsi nelle attività per kosen-rufu come non mai.
IKEDA: Decidendo di combattere il demone della malattia, vinciamo sull'io.
ENDO: Egli praticò per espellere le cellule cancerose dal suo corpo con ogni Daimoku che recitava. E con lo stesso spirito fece conoscere a molte persone il Buddismo di Nichiren Daishonin. Lottando con tenacia ogni giorno alla fine guarì perfettamente.
Un solo giorno di vita è più prezioso di tutti i tesori dell'universo
IKEDA: Per chi è stato vicino alla morte, ogni giorno assume un valore e un'importanza immensi. Chi si rifiuta di guardare in faccia la morte non può capirlo. Nichiren Daishonin spiega che «un giorno di vita è molto più prezioso di tutti i tesori dell'universo»31. Perciò dobbiamo utilizzare al massimo ogni giorno.
Una scrittura buddista afferma: «Ogni giorno dovresti impegnarti a realizzare tutto ciò che c'è da fare quel giorno, perché, per quanto ne sai, la morte può giungere domani»32.
La vita muta continuamente e trascorre in un istante. È necessario riflettere attentamente sulle seguenti parole del Daishonin: «Se consideriamo quanto poco dura una vita, essa è come la sosta di una notte in una locanda. Come possiamo dimenticarlo e ricercare invece un po' di fama e profitto? Anche se le ottieni, saranno come ricchezze possedute in un sogno, gioie che non si fa in tempo ad apprezzare. Faresti meglio a lasciare tali questioni al karma formato nelle tue esistenze precedenti. Una volta risvegliato alla transitorietà di questo mondo, troverai infiniti esempi che si presenteranno ai tuoi occhi e riempiranno le tue orecchie. Scomparendo come nuvole o pioggia, gli uomini del passato non hanno lasciato altro che i loro nomi. Svanendo come rugiada, dissolvendosi come fumo, anche i nostri amici di oggi spariscono alla nostra vista. Può qualcuno supporre che lui solo possa in qualche modo rimanere eterno come le nuvole sopra il monte Mikasa?33 I fiori di primavera si disperdono al vento e le foglie dell'acero si arrossano sotto le pioggie autunnali. Niente dura a lungo in questo mondo. Il Sutra del Loto ci esorta: "In questo mondo tutto è instabile, come la schiuma sull'acqua o la fiammella di un fuoco"»34.
SAITO: Il Daishonin ci esorta a non affezionarci al mondo di Estasi, che è evanescente come schiuma sull'acqua.
IKEDA: Il Daishonin afferma anche: «Al di fuori della città della Luce tranquilla, ovunque regna la sofferenza. Una volta abbandonato il rifugio dell'Illuminazione innata, cosa potrà portarti gioia? Io prego perché tu abbracci la Legge mistica che garantisce "pace e sicurezza in questa vita e circostanze favorevoli nella prossima"; è il solo onore per la vita presente ed è la guida verso la Buddità nella prossima esistenza. Recita Nam-myoho-renge-kyo ed esorta gli altri a fare la stessa cosa: questo resterà il solo ricordo della tua vita presente in questo mondo umano»35.
Secondo le parole del Sutra del Loto, potremmo considerare le persone nel mondo di Cielo come "milionari" che godono di prosperità materiale e spirituale. Citando T'ien-t'ai, Nichiren Daishonin spiega che esistono tre tipi di "milionari": i "milionari secolari", i "milionari che rinunciano al mondo" e i "milionari che osservano la mente".
I "milionari secolari" sono quelli che dimorano nel mondo di Estasi: persone di particolare talento, molto ricche, o immensamente colte. I "milionari che rinunciano al mondo" sono i Budda, dotati di ogni sorta di benefici e buona fortuna. I "milionari che osservano la mente" sono persone comuni che comprendono di poter diventare Budda così come sono.
Il nostro scopo è diventare milionari che osservano la propria mente e percepiscono in essa il mondo di Buddità, che è un inesauribile oceano di buona fortuna.

NOTE
1) Nichiren Daishonin, Gosho Zenshu, p. 430.
2) Tre devozioni: devozione ai Tre tesori del Budda, della Legge e del sangha, o comunità dei credenti.
3) Cinque precetti: proibiscono l'uccisione, il furto, l'adulterio, la menzogna e il consumo di alcoolici.
4) Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, p. 179.
5) Ibid., vol. 1, p. 220.
6) Yoishikawa Eiji Zenshu, Tokyo, Kodansha, 1982, vol. 39, pp. 213-214.
7) Nichiren Daishonin, Gosho Zenshu, p. 70.
8) Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 7, p. 89.
9) Tanaka Shozo Zenshu, Tokyo, Iwanami Shoten, 1977, vol. 2, p. 131.
10) Ibid., vol. 13, p. 446.
11) Quattro mondi nobili: Studio, parziale Illuminazione, Bodhisattva e Buddità.
12) Sei sentieri: Inferno, Avidità, Animalità, Collera, Umanità ed Estasi.
13) Cinque tipi di decadenza: i vestiti si sporcano, i fiori nei capelli appassiscono, i corpi emanano cattivo odore, sudano e perdono il proprio senso di sicurezza.
14) Il Sutra del Loto, Esperia, 1998, p. 76.
15) Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 8, p. 174.
16) Ibid., vol. 8, p. 248.
17) Ibid., p. 144.
18) Sei maestri non buddisti: pensatori indiani contemporanei di Shakyamuni che criticarono apertamente l'antica tradizione vedica e sfidarono l'autorità bramana nell'ordine sociale indiano. Sono: Purana Kassapa, Makkhali Gosala, Sanjaya Belatthiputta, Ajita Kesakambala, Pakudha Kacchayana, Nigantha Nataputta.
19) Il Sutra del Loto, Esperia, 1998, p. 88.
20) Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, p. 220.
21) Ibid., pp. 70-71.
22) Nichiren Daishonin, Gosho Zenshu, p. 418.
23) Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, p. 221.
24) Desdemona: fu soffocata con un cuscino da Otello che la sospettava ingiustamente di infedeltà.
25) Aldous Huxley, Proper Studies: The Proper Study of Mankind Is Man, London: Chatto & Windus, 1957, pp. 283-299.
26) Sei to Shi (Vita e Morte), Hideo Kishimoto Shu (Opere di Hideo Kishimoto), Tokyo, Keiseisha, 1976, vol. VI, pp. 252-253.
27) Ibid., p. 103.
28) Ibid., p. 171.
29) Ibid., p. 215.
30) Ibid., p. 208.
31) Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, pag. 90.
32) Nanden Daizokyo, di Junjiro Takakusu, Tokyo, Taisho Shinshu Daizokyo Kanko-kai, 1971, vol. XI, parte II, pag. 247.
33) Mikasa: montagna nei dintorni di Nara, di grande bellezza, cantata spesso nella tradizione popolare giapponese.
34) Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 7, pp. 20-21.
35) Ibid., p. 24.

Buddismo e Società n.85 - marzo aprile 2001
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