La nave di Nam-myoho-renge-kyo

Nichiren paragona la dottrina buddista a una nave per attraversare il mare della sofferenza. La preghiera è come una salda imbarcazione che ci permette di non affondare nel dolore. Perché trasforma la qualità dell’istante presente

Non esiste essere umano che non desideri la felicità, e tuttavia è estremamente difficile trovare qualcuno che possa definirsi realmente felice. Perché la felicità è così difficile da ottenere? Perché nel corso della storia dell’umanità, nonostante l’enorme progresso ottenuto in molti campi, sembra non esserci stato alcun concreto passo avanti nel garantire la felicità per tutti? Cosa intendiamo per felicità?
Nel corso della sua giovinezza, il Budda Shakyamuni aveva a disposizione tutto ciò che si potesse desiderare. Suddhodana, suo padre, si preoccupò di costruire intorno a lui le condizioni affinché nessun desiderio potesse rimanere inascoltato, affinché ogni curiosità potesse trovare una risposta, affinché ogni aspetto dell’esistenza, nel palazzo reale, fosse soddisfacente e ricco di ricompense. Il tipo di esistenza che il giovane Siddharta si ritrovò allora a vivere senza alcuno sforzo coincide perfettamente con un’idea assai diffusa di felicità, intesa come soddisfazione di ogni desiderio e come assenza di problemi e sofferenze.
Eppure egli fu presto afflitto da un profondo turbamento. Come narra la leggenda, gli bastò uscire una volta dal palazzo, dalla città della gioia che artificialmente era stata creata per lui, per accorgersi che chiunque nasca, persino se nella sua fortunata condizione, non sarebbe potuto sfuggire alle sofferenze della vecchiaia, della malattia e della morte. La consapevolezza che la vita porta inevitabilmente con sé la condizione della sofferenza sarebbe in seguito divenuta l’origine della sua ricerca e della sua scoperta.
Acquisito il fatto che la sofferenza è inevitabile, non resta che rendersi conto che ricercare la felicità, intesa come assenza di sofferenza, equivale a inseguire un’illusione, a cercare qualcosa che necessariamente ci vedrà insoddisfatti. Guardando la gente, osservando noi stessi, non è difficile scoprire quante volte il nostro comportamento è dettato dalla involontaria necessità di fuggire dalla sofferenza, a costo di nascondere la realtà ai nostri occhi, fino ad aggrapparsi a illusioni o a spiegazioni che non convincono ma consolano, giustificano e, alla fine, cercano di nascondere l’inevitabilità della sofferenza fino alla prossima occasione in cui si ripresenterà. Anche la religione, persino il Buddismo, può essere vissuta per alimentare le illusioni invece che per discioglierle. Può accadere così che viviamo gran parte del nostro tempo rassegnati all’insoddisfazione, nell’attesa di quegli unici momenti di felicità che la vita vorrà regalarci.
Questa condizione di illusione, o ignoranza della vera realtà della vita, costituisce, nell’intuizione del Budda, la principale causa della sofferenza. Fu la volontà di dissipare questa illusione che spinse il Budda ad abbandonare volontariamente e coraggiosamente la città della gioia, la condizione di apparente felicità che, impedendogli di vedere la realtà, lo imprigionava.
Decidere di aprire gli occhi sulla vita è una scelta totalmente coinvolgente, che nasce dalla consapevolezza della ineluttabilità della sofferenza e dalla volontà di prepararsi ad affrontarla. La vita è un luogo senza strade tracciate. Non esistono mappe che possano condurci a una meta risparmiandoci le difficoltà. Lo stesso insegnamento buddista non ha valore in sé, ma lo acquista dal momento in cui, applicandolo nella vita, ci induce a scegliere di non fuggire ma di vivere pienamente la nostra esistenza, attraversando con soddisfazione sia i momenti di gioia che di sofferenza. Per questo Nichiren scrive in Felicità in questo mondo: «Soffri per quel che c’è da soffrire e gioisci per quel che c’è da gioire. Considera entrambi, sofferenza e gioia, come fatti della vita e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo qualsiasi cosa accada. Allora sperimenterai la gioia che deriva dalla Legge» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, p. 157).
In Una nave per attraversare il mare della sofferenza (ibidem, p. 261) Nichiren paragona la dottrina buddista a una nave per attraversare il mare della sofferenza. Il mare della sofferenza indica la vita, la quale, esattamente come il mare, è continuamente attraversata da onde e correnti, non è mai uguale a se stessa, ma cambia continuamente. È impensabile per un marinaio ritenere di non affrontare mai una tempesta. Sapendo ciò, egli prepara la sua imbarcazione affinché sia forte e agile al momento del bisogno. Allo stesso modo, la pratica buddista assume per noi il significato di “preparare l’imbarcazione”, in modo da affrontare le tempeste della vita uscendone migliori e più felici di prima. Attraversare il mare della sofferenza, da un punto di vista buddista, non significa semplicemente sopravvivere alle tempeste, ma uscirne preparati ad affrontarne di peggiori, con maggior fiducia in se stessi e nella propria nave, con una più limpida consapevolezza che la vita è anche le sue tempeste e che persino nel ruggito del vento e nell’infrangersi delle onde sullo scafo si può gioire dell’esistenza. Questa è la condizione di felicità assoluta che il Buddismo propone di realizzare.
Sempre in questa lettera è scritto che «colui che ascolta anche una sola frase o affermazione del Sutra del Loto e la custodisce profondamente nel cuore può essere paragonato a una nave che solca il mare della sofferenza» (ibidem, p. 262). La nave rappresenta l’ichinen della fede. Ichinen vuol dire letteralmente “un pensiero”, è il singolo istante presente vissuto da una persona. Secondo la dottrina buddista di ichinen sanzen, un singolo istante di vita contiene un potenziale infinito rappresentato da tutte le condizioni vitali possibili e il loro modo di manifestarsi nell’universo. «La vita in ogni istante abbraccia il corpo e lo spirito, l’io e l’ambiente di tutti gli esseri senzienti: le piante, il cielo e la terra, fino alla più piccola particella di polvere. La vita in ogni istante permea l’universo e si manifesta in tutti i fenomeni» (Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza, op. cit., pp. 3-4).
Ritenere che la vita esista al di fuori del singolo istante presente è un’illusione che ci impedisce di costruire la nave della felicità. Il passato è passato e non esiste più, mentre il futuro deve ancora avvenire, ma un sutra spiega che entrambi esistono nell’istante presente. Nel passato abbiamo creato le cause che si manifestano nel presente, e nel futuro raccoglieremo gli effetti di ciò che stiamo facendo adesso. Sia il rimpianto per le gioie vissute nel passato che la speranza di realizzazioni future equivalgono a relegare la felicità fuori dalla dimensione dell’ichinen, e sono anch’esse illusioni che ci sbarrano l’accesso alla felicità.
LaBuddità è contenuta nel singolo istante di vita. «Tathagata, o Budda – scrive Ikeda in I misteri di nascita e morte (Esperia, Milano, p. 122) – denota la verità fondamentale che manifesta se stessa in ogni istante come realtà fenomenica. Sebbene l’istante trascorra inevitabilmente con il fluire del tempo, la vita in ogni momento trascende la struttura temporale in quanto racchiude la realtà fondamentale che rimane alterata attraverso il passato, il presente e il futuro».
La natura di Budda esiste già nell’istante presente, e il suo manifestarsi è la condizione di felicità a cui tutti anelano. Ma l’istante presente è ineffabile e sottile, e su di esso operano le influenze del nostro modo di essere, della nostra storia, ossia del karma creato nel passato. Per questo riuscire a produrre volontariamente un cambiamento del proprio ichinen è un’impresa quasi impossibile senza un mezzo adeguato come la preghiera. La ragione per cui recitiamo Nam-myoho-renge-kyo è modificare l’ichinen in modo che in esso si manifesti la natura di Budda. «Solamente la nave di Myoho-renge-kyo ci permette di attraversare il mare della sofferenza. In un brano del Sutra del Loto si legge: “…come se uno avesse trovato una nave per compiere la traversata”» (Nichiren Daishonin, op. cit., p. 262).
La preghiera equivale, per usare la metafora del Gosho, a costruire una salda nave che ci permetta di non affondare nella sofferenza, ma di sperimentare la gioia che deriva dalla vita stessa. Essa ci consente di trasformare la qualità dell’ichinen, attraverso l’ottenimento di un istante di autentica libertà dalla schiavitù del karma.
Nel Gosho è scritto che «il Budda, costruttore di navi dalla saggezza infinitamente profonda, raccolse i tronchi dei quattro gusti e degli otto insegnamenti, li levigò, scartando correttamente gli insegnamenti provvisori, tagliò e assemblò le assi, utilizzando sia il giusto che lo sbagliato, e completò l’opera fissando i chiodi dell’unico insegnamento supremo». Quando emerge la natura di Budda nella realtà dell’istante presente, ogni cosa acquista un significato e un valore, contribuendo a costruire la nave della felicità. La consapevolezza della Buddità ha l’effetto di «levigare i tronchi dei quattro gusti e degli otto insegnamenti», scartando le interpretazioni errate o incomplete della vita, e di utilizzare sia il giusto che lo sbagliato, sia il bene che il male, entrambi aspetti dell’esistenza. Accade allora che qualsiasi esperienza passata, anche la più negativa, rivela i suoi aspetti positivi e contribuisce alla ricchezza della nostra individualità, acquistando un posto, un senso e un valore.
La forza dell’infinito potenziale umano racchiuso nell’ichinen, descritto come «le vele delle tremila condizioni sull’albero della dottrina della Via di mezzo», ha la capacità di rivoluzionare la vita di una persona, mettendola in grado di accogliere e apprezzare il «vento di tutti i fenomeni rivelano la vera entità», cioè i fatti della vita, sia negativi che positivi.
La nave descritta nel Gosho accoglie e trasporta i discepoli di Nichiren e rappresenta la comunità dei credenti che, sostenendosi e rispettandosi l’un l’altro, affrontano assieme le avversità dell’esistenza, diffondendo con passione l’insegnamento che permette loro di intraprendere questo viaggio meraviglioso.

di Giulio Mario Rampelli - Buddismo e Società n. 96 - gennaio febbraio 2003
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