Fare molto con poco

«Quelli che credono nel Sutra del Loto sono come l'inverno, ma l'inverno si trasforma sempre in primavera». Come spiega Daisaku Ikeda, «in queste parole è concentrata tutta la filosofia della speranza che è l'essenza del Buddismo di Nichiren Daishonin» (BS, 130, 5).
Perché la speranza è una costola della fede, è dentro la sua carne come una preziosa nervatura, che tende e muove come nessun'altra. Muove il presente, lo anima e lo organizza: ribadendo il principio fondamentale secondo il quale "causa ed effetto" convivono "in un singolo istante di vita", esprime tutto il suo potere proprio nel momento in cui la difficoltà, la sofferenza, la mancanza e l'assenza tracciano un perimetro vuoto nel quale parrebbe impossibile ricomporre il disegno della gioia.
Ma «per chi abbraccia il Sutra del Loto, l'inferno diventa la Terra della luce tranquilla». La speranza immersa nella fede si presenta non solo come una buona disposizione dello spirito, ma come un atto propositivo e creativo, che ha il profilo familiare e galvanizzante di un'occasione e insieme l'immediata operosità di un atto trasformativo.
Chi spera con i piedi ben fermi per terra e una fede altrettanto salda può allenarsi e acquistare la rara capacità di fare molto con poco. L'esercizio della speranza, infatti, appare il più delle volte connesso al concetto del limite e il primo fascio di luce che la preghiera getta sui nostri personali confini è la visione di un'opportunità, che trasforma come prima cosa l'impedimento in un attrito propulsivo, in una spinta ad agire. Da quel punto strategico è quindi in grado di cambiare in meglio anche il resto del paesaggio.
Quando non si hanno a portata condizioni esterne favorevoli o una facile disponibilità di mezzi, quando entrano in campo soprattutto una grande forza e una robusta determinazione, la speranza diventa l'anima della battaglia.
Non si tratta, a mio avviso, di compiere una forzatura, è semmai il contrario. Secondo il Buddismo siamo stati noi, e non altri, a scegliere di nascere in questo luogo, in questo momento storico, come pure abbiamo scelto le persone più vicine che ci circondano e ci accompagnano: in definitiva abbiamo scelto noi i nostri limiti e le sfide che prima o poi ci avrebbero messo di fronte. Decidere di superare queste barriere, con la certezza e la forza che solo la speranza - nutrita di preghiera e di fede - può mettere in campo,significa ritrovare la strada che avevamo scelto, riconoscerla profondamente, rinsaldare il legame con la nostra esistenza, riprendere con vigore quel percorso e portare così a compimento la nostra missione.
In quest'ottica la mancanza di speranza è un dialogo interrotto con la propria vita, è come rinunciare a vederla nella sua interezza, impedirle di manifestare tutto il suo magnifico potere, accontentarsi di piantare una bandierina sulla punta dell'iceberg.
Non ci sono dubbi e perplessità, non ci sono prospettive anguste e malinconiche rinunce intorno alla "gioia senza limiti della Legge", una chiave perfetta fatta solo per aprire. Attraverso la fede, spiega ancora Ikeda, «potete attingere a una fonte inesauribile di fortuna dentro la vostra vita. È come se, aprendo un magico scrigno, poteste avere accesso a tesori infiniti» (Il Gosho e le basi della fede, Esperia, p. 122). È la speranza che apre la strada, spinge nella direzione buona, butta giù recinzioni e paletti e tira dentro questa rivoluzione dello sguardo che spinge lontano anche ciò che ci circonda. Una gioiosa contaminazione che si propaga tutto intorno, e porta diritto verso quel magico scrigno.

di Simona Caleo - Buddismo e Società n. 160 - settembre ottobre 2013
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