È vero che i buddisti sono gente coraggiosa...

In prima persona

Camminavo in via dei Fori Imperiali a Roma con il mio non ancora marito, Antonio, buddista da dodici anni. Passeggiavamo e parlavamo di tante cose, anche della sua religione.
Io venivo da sei anni di psicananalisi, avevo fatto arti marziali, lettere all'università, un corso di affresco, diploma all'Istituto europeo del design, un corso di ceramica al tornio, di professione illustratrice, interessata al Taoismo, leggevo Gandhi, lavoravo il legno, imparavo a fare la carta. Giravo i mercatini del Lazio proponendo improponibili affreschi pret-à-porter, illustravo per la pubblicità ma mi sarebbe piaciuta l'editoria; non era comunque escluso che per campare avrei fatto l'istruttrice di nuoto. Ho provato a essere un'artista, ho virato verso l'artigianato; scolpivo, tiravo con l'arco, a volte andavo in canoa. Amici: vari e confusi come me.
A trentasei anni avevo deciso di scegliere con ponderazione la parte migliore delle varie filosofie che offre la vita, e di metterle insieme in una ricetta suprema.
Per una religione no grazie; c'era bisogno di fede.
Così, ero a posto.
Seguivo talmente tante traiettorie che non avrei potuto evitare di avanzare almeno di un passo, di tanto in tanto; mi fermavo raramente e con grande sforzo, e giravo, giravo in tondo, come un criceto nella ruota.
In via dei Fori Imperiali Antonio non ha insistito.
Poi è nata mia figlia, ho perso il poco lavoro che avevo, e mi sono ritrovata in giornate di pappe, passeggini e lamentele con le mamme al parco.
è stato a quel punto che ho sentito nella mia vita l'acuta mancanza di quel qualcosa chiamato fede. La fede che portava mio marito a praticarela sua religione con coerenza tutti i giorni, con lo stesso spirito, nello stesso modo. Ogni giorno iniziava, e ogni giorno finiva con lo stesso progetto e la stessa promessa.
Antonio aveva un solo centro; il resto girava intorno a questo perno. Quel centro aveva un solo nome: Nam-myoho-renge-kyo.
Ringrazio la mia sanissima invidia per questa sua dedizione, perché è allora che ho voluto trovare anch'io il coraggio di fare una scelta, di mettere alla prova una religione fino in fondo; scoprire com'era fatta la farina del mio sacco.
Rischiare, e assumermi la responsabilità del rischio; questo è stato l'inizio della mia pratica e della mia rivoluzione umana.
Ho cominciato sette anni fa, e a parte venti giorni di rabbia e confusione non ho più smesso.
è vero che i buddisti sono gente coraggiosa.

di Valeria Gasparrini - Buddismo e Società n.123 - luglio agosto 2007


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