Il devoto del Sutra del Loto

Perché Nichiren Daishonin sostiene che il Sutra del Loto è l'insegnamento definitivo del Budda Shakyamuni? Su cosa si basa? Quali sono i suoi riferimenti e i suoi maestri? Quali sono i templi dove si forma e le scuole che segue, le scritture che studia ed elabora fino ad arrivare alla proclamazione di Nam-myoho-renge-kyo come via diretta all'Illuminazione?

Voce improvvisa ed estemporanea nel panorama buddista della sua epoca, ai margini delle grandi correnti, estremista sia nei contenuti sia nelle espressioni. Quasi tutte le opere occidentali sul Buddismo descrivono così Nichiren e il suo pensiero filosofico-religioso.
Eppure la biografia narra di un lunghissimo periodo dedicato all’approfondimento religioso, come racconta lui stesso nella Lettera a Myoho-ama: «Avevo un solo desiderio: studiare tutti i sutra del Budda, i trattati dei bodhisattva e i commenti dei maestri che esistevano in Giappone. Avevo sentito parlare di molte sètte: Kusha, Jojitsu, Ritsu, Hosso, Sanron, Kegon, Shingon e Tendai. Sapevo inoltre dell’esistenza delle sètte Zen e Jodo. A tale scopo per più di vent’anni, dall’età di dodici anni all’età di trentadue, ho visitato uno dopo l’altro numerosi templi; a sedici anni fui ordinato prete. In questo periodo ho visitato Kamakura, Kyoto, il monte Hiei, il tempio Onjo-ji, il monte Koya, il tempio Shitenno-ji e molti altri templi in vari distretti».
A dodici anni entra al Seicho-ji, un tempio vicino al suo luogo di nascita, dove impara il cinese e studia le dottrine Tendai e Shingon decidendo di diventare «l’uomo più saggio del Giappone». In quell’epoca i templi generalmente non erano rappresentativi di un’unica scuola, al punto che il primo maestro di Nichiren è un fervente seguace della scuola Jodo, la più importante tra le scuole che si riferiscono al culto del Budda Amida. Per l’Amidismo – o Nembutsu – l’unica via per la salvezza, ossia per l’eliminazione della sofferenza, è la rinascita nella Pura Terra, o paradiso occidentale, grazie all’immensa compassione del Budda Amida. Questo è possibile attraverso la recitazione del mantra “namu Amida Butsu” (dedico me stesso al Budda Amida), qualsiasi possa essere stato il comportamento nella vita presente. Anche il Daishonin abbraccia inizialmente questo insegnamento, come afferma in Lettera da Sado (ibidem, vol. 4): «Poiché Nichiren offese la Legge nel passato, è diventato un prete Nembutsu in questa esistenza».
Spinto dal desiderio di scoprire l’insegnamento corretto per la sua epoca, in un Giappone in cui coesistevano miriadi di correnti diverse, dopo uno studio approfondito di sutra e commentari presso la biblioteca del tempio Hachiman di Tsurugaoka a Kamakura, si reca presso i centri delle principali scuole buddiste dell’epoca.
Visita così il tempio Enryaku-ji sul monte Hiei, il grande santuario della scuola Tendai, dove studia sotto la guida del prete Nasho-bo Shumpan, mentre sul monte Koya soggiorna presso il tempio principale della scuola Shingon. A Kyoto continua ad approfondire lo Shingon presso il To-ji, mentre presso i templi Onjo-ji e Shitenno-ji ritorna alle dottrine Tendai e Jodo.
Alla fine di questo lungo periodo di analisi e di ricerca delle radici più profonde del Buddismo «dopo uno studio ampio dei sutra e dei commentari presso questi centri, Nichiren conclude che il Sutra del Loto rappresenta la più alta e autorevole affermazione della verità buddista, mentre tutti gli altri sutra sono semplicemente insegnamenti strumentali o introduttivi a esso» (B. Watson, in P. B. Yamplolsky, Letters of Nichiren, Columbia University Press, New York, 1996, p. 8).
Torna al tempio Seicho-ji e il 28 aprile del 1253 rende pubbliche le sue conclusioni: davanti al suo maestro e agli altri preti dichiara la supremazia del Sutra del Loto e recita Nam-myoho-renge-kyo, affermando che la recitazione di questo mantra è il mezzo più diretto per ottenere l’Illuminazione.
Poiché Myoho-renge-kyo è il titolo cinese del Sutra del Loto e il prefisso nam significa dedizione o unione, recitare Nam-myoho-renge-kyo equivale, a prescindere dal suo significato letterale, ad abbracciare in pieno il messaggio del Sutra del Loto, la cui sintesi è la possibilità che ha ogni essere umano di ottenere la Buddità.

L’apertura degli occhi
Il percorso spirituale compiuto da Nichiren Daishonin per arrivare a tale conclusione è tracciato in modo chiaro ed esauriente nel trattato L’apertura degli occhi (Nichiren Daishonin, op. cit., vol. 1). Il nucleo delle sue convinzioni si basa su tre presupposti: il brano del Sutra Muryoji (Sutra degli infiniti significati, introduttivo al Sutra del Loto) che afferma: «Durante questi quarant’anni e più, non ho ancora rivelato la verità» (The threefold Lotus Sutra, Kosei Publishing Co., 1987, Tokyo, p. 14), e i seguenti punti del Sutra del Loto: «L’Onorato dal mondo ha esposto a lungo le sue dottrine e adesso deve rivelare la verità» (Il Sutra del Loto, Esperia, 1998, p. 33) e « ...mettendo da parte onestamente gli espedienti, esporrò unicamente la Legge suprema» (ibidem p. 56).
Questa “Legge suprema” è assolutamente rivoluzionaria, come constata lo stesso Nichiren: «Tuttavia, nel Sutra del Loto predicato negli ultimi otto anni, il Budda improvvisamente, ritrattando le precedenti affermazioni, insegnò che i due Veicoli raggiungeranno la Buddità. Potevano gli uomini e gli dèi riuniti nell’assemblea per ascoltarlo, credergli? Non solo non gli credettero; ma iniziarono a nutrire dubbi su tutti i sutra predicati nei periodi precedenti» (Nichiren Daishonin, op. cit., vol. 1, pp. 88-92).
Quali sono le teorie rivoluzionarie del Sutra del Loto e quali credenze mette in discussione?
- Il principio secondo cui tutti gli esseri (anche coloro che, secondo altre correnti buddiste, hanno bruciato il seme della Buddità) possiedono la natura di Budda;
- l’affermazione secondo cui il Budda non ha ottenuto l’Illuminazione quarant’anni prima a Buddhagaya sotto l’albero di bodhi (come affermano tutti gli altri sutra) bensì in un passato lontanissimo (« ...sappiate che il tempo trascorso da quando raggiunsi realmente la Buddità è illimitato e sconfinato», Il Sutra del Loto, Esperia, p. 229) e da allora è riapparso innumerevoli volte in questo mondo;
- la concezione cosmica della vita individuale rappresentata dalla Cerimonia nell’aria, codificata dallo studioso cinese Chih-i T’ien-t’ai nel principio di ichinen sanzen (tremila condizioni in un istante di vita) e materializzata da Nichiren Daishonin nel Dai-Gohonzon, l’oggetto di culto per tutta l’umanità.
A proposito di quest’ultimo punto, Bernard Frank e Henri-Charles Renondeau (in H. C. Puech, Storia del Buddismo, Mondadori) così commentano: «Mentre le altre sètte hanno in genere adottato come honzon (oggetto di culto, ndr) delle figure di Budda – Amitabha, Mahavairocana, ecc. – non era facile per Nichiren offrire ai propri fedeli una raffigurazione semplice del Budda esaltato nel Sutra del Loto. Egli compose, quindi, come si faceva nell’esoterismo, un mandala, che recava al centro il titolo del sutra (in giapponese Myoho-renge-kyo) circondato dai nomi di Shakyamuni, di vari Budda e bodhisattva, nonché di divinità protettrici; non si trattava, dunque, dell’immagine di un personaggio, ma di un complesso simbolico».

I suoi maestri
Nichiren non è il primo tra i successori di Shakyamuni a sostenere la supremazia del Sutra del Loto. Suoi illustri predecessori sono, tra gli altri, il filosofo indiano Nagarjuna e soprattutto il prete cinese Chih-i, più noto come Gran maestro T’ien-t’ai. Le sue opere, assieme ai sutra originali di Shakyamuni, costituiscono la base teorica principale dell’insegnamento del Daishonin.
T’ien-t’ai è un grande classificatore, e suddivide le dottrine di Shakyamuni seguendo vari criteri; da qualsiasi punto di vista, comunque, considera il Sutra del Loto come l’insegnamento perfetto e definitivo. Allo studio di questo sutra dedica le sue opere principali: l’Hokke gengi (Il profondo significato del Sutra del Loto) dove, partendo dalla convinzione che l’essenza di un sutra è contenuta nel suo titolo, analizza il titolo del Sutra del Loto, Myoho-renge-kyo, alla luce dei cinque princìpi di nome, entità, qualità, funzione e insegnamento; l’Hokke mongu (Parole e frasi del Sutra del Loto) in cui analizza l’intero sutra; e infine il Maka shikan (Grande contemplazione), in cui concretizza i suoi studi nel principio di ichinen-sanzen.
T’ien-t’ai è estremamente poco conosciuto in Occidente. Questo è un problema generale per tutto il Buddismo cinese, che spesso viene analizzato solo quale progenitore delle scuole buddiste giapponesi. Queste ultime sono senz’altro più importanti dal punto di vista della durata temporale e del numero di seguaci, ma dal punto di vista dei contenuti dottrinali è doveroso fare delle distinzioni tra le scuole amidiste e zen, che hanno conosciuto il massimo sviluppo teorico in Giappone, e la scuola Tendai, fondata da Dengyo nel IX secolo, la cui base teorica di partenza (prima degli influssi Shingon) è invece la filosofia di T’ien-t’ai. La scarsa importanza data alla figura di T’ien-t’ai conduce inevitabilmente a un’incomprensione generalizzata del pensiero di Nichiren, essendo il filosofo cinese uno dei suoi principali ispiratori, alla luce delle cui dottrine può essere invece ricostruito il filo diretto che lega saldamente il Daishonin a tutta l’evoluzione del Buddismo mahayana.

Le altre scuole
Scrive Burton Watson, analizzando le relazioni tra le scuole buddiste in Giappone nel 1200: «Mentre il Buddismo precedente, come quello del periodo di Nara, era stato spesso caratterizzato da un pluralismo di approcci, ora viene posto l’accento su una singola dottrina o pratica devozionale da privilegiare rispetto alle altre. Honen, il fondatore della scuola della Pura Terra, in un passaggio che Nichiren spesso cita con grande disapprovazione, esorta i suoi seguaci a “scartare, chiudere, ignorare e abbandonare” tutti i sutra e le pratiche diverse da quelle relative ad Amida, perché non sono più utili in quest’epoca. Gli insegnamenti zen, d’altro canto, insistevano sul fatto che la meditazione era l’unica strada per la vera Illuminazione. Nichiren espose il suo punto di vista con eguale convinzione e determinazione, condannando tutti gli altri approcci non solo come semplicemente futili ed errati ma, nel loro rifiuto della supremazia del Sutra del Loto, come offensivi dello stesso Dharma» (in Yampolsky, op. cit., p. 7).
Nel rapporto con le altre tradizioni, Nichiren accetta pienamente la globalità degli insegnamenti di Shakyamuni, facendo propria la frase del Sutra del Nirvana che dice: «Tutte le scritture e tutti gli insegnamenti sono, in ultima analisi, la rivelazione della verità buddista. Essi nonsono insegnamenti non buddisti» (Nichiren Daishonin, op. cit., vol. 1, p. 72). E parte dalla convinzione, citando lo stesso sutra, che «coloro che ricercano l’Illuminazione devono abbandonare lo spirito settario, cessare le contese fra loro e le altre sètte e non devono disprezzare i loro simili» (ibidem, p. 162).
Predice però infelicità e sofferenza a chi perseguita i seguaci del Sutra del Loto: «Alla luce di questi fatti, io penso che coloro che leggono e praticano gli insegnamenti dei vari sutra Kegon, Kammuryoju o Dainichi saranno senza dubbio protetti dai Budda, bodhisattva ed esseri celesti che appaiono in questi sutra. Tuttavia, se i seguaci dei sutra Dainichi, Kammuryoju e altri dovessero diventare nemici dei seguaci del Sutra del Loto, allora quei Budda, bodhisattva ed esseri celesti li abbandoneranno e proteggeranno i seguaci del Sutra del Loto» (ibidem, p. 155).

Assicurare la pace al paese
Ma cos’è che spinge Nichiren a ricercare così strenuamente l’insegnamento religioso più adatto per la sua epoca? Il periodo di Kamakura (1192-1333), epoca in cui visse e operò il Daishonin, è teatro di inquietanti tensioni politiche, una grave crisi economica, epidemie e terremoti, nonché di una profonda decadenza religiosa e morale come dimostrano le lotte, spesso armate, nelle quali sono coinvolti i monasteri buddisti ai quali il governo aveva concesso vasti domini fondiari. Il carattere violento dei monaci è una costante nella storia del Buddismo giapponese e lo testimonia l’imperatore Shirikawa (1072-1086), vissuto tre secoli prima di Nichiren, quando affermava che vi erano tre condizioni su cui egli non aveva alcun potere d’intervento: «I capricci del fiume Kano, la caduta dei dadi, la turbolenza dei monaci». E ancora, si trovano tracce d’intolleranza più antiche se pensiamo alla nota guerra tra i monaci dei templi Kofuku-ji e Todai-ji, scoppiata nel 968 per il possesso di alcuni territori.
Dal punto di vista politico il paese è amministrato da un feudalesimo molto rigido, in cui il potere sembra spartito tra i clan guerrieri dei Samurai, che praticavano il Buddismo Zen, e la Corte imperiale, la quale invece seguiva l’insegnamento shingon. Alla base della piramide i ceti più bassi, di solito contadini che offrivano la loro devozione ad Amida.
In una tale situazione di spartizione religiosa del potere è chiaro che un personaggio determinato e convinto come il Daishonin non fosse ben visto. Intanto si susseguivano disastri naturali, terremoti, siccità e un preoccupante e costante aumento della povertà. I governanti cominciarono ad appellarsi alle loro divinità intimando alla popolazione di pregare, ma la situazione non accennava a migliorare.
Tutto ciò confermava inoltre l’avvento dell’epoca di Mappo, o Ultimo giorno della Legge che, secondo quanto esposto nelle scritture buddiste, sarebbe stato caratterizzato dalla decadenza o inefficacia della Legge buddista.
Nichiren sentì profondamente i pericoli per il suo paese e per la sua gente, rendendosi conto che non c’era più tempo da perdere. Si recò al tempio Jisso-ji, famoso per la sua biblioteca, e per ben due anni studiò tutti i sutra della tradizione buddista. Cercò di capire quali fossero le cause che avevano determinato tutto questo e quindi le soluzioni per porvi rimedio.
«Io, Nichiren, preoccupato per ciò che stava accadendo, decisi di consultare i numerosi scritti buddisti. Trovai così, nei brani dei sutra, la prova dell’inefficacia di queste preghiere e il motivo per cui la situazione fosse addirittura peggiorata. A questo punto scrissi il Rissho ankoku ron esponendo tutte le conclusioni alle quali ero giunto. [...] Feci tutto questo unicamente per poter ripagare il debito di gratitudine verso il mio paese d’origine» (Rissho ankoku ron, Esperia, 1991, p. 45).
Più e più volte egli chiese un confronto diretto con gli altri, ma gliene fu sempre negata la possibilità: la prima volta che espresse le sue idee gli fu teso un agguato dalle autorità locali allo scopo di ucciderlo; le sue richieste di un dibattito religioso con le altre scuole (metodo molto in voga all’epoca) non furono quasi mai accettate; addirittura venne esiliato (e precedentemente quasi decapitato) per impedirgli di “infastidire” le altre correnti buddiste.
Nichiren Daishonin difese con estrema determinazione le sue convinzioni ma, al contrario di come molti lo dipingono, fu sempre aperto al dialogo e alla discussione. Il seguente brano ne è una testimonianza eloquente: «Questo io affermo. Che gli dèi mi abbandonino. Che tutte le persecuzioni mi assalgano. Io continuerò a dare la mia vita per la Legge. [...] Sia che venga tentato dal bene o venga minacciato dal male, chi abbandona il Sutra del Loto si condanna all’inferno. Qui io faccio un grande voto. Anche se mi offrissero il governo del Giappone a patto che abbandoni il Sutra del Loto e aderisca al sutra Kammuryoju per rinascere nel paradiso d’occidente, anche se minacciassero di decapitare mio padre e mia madre se non recito il Nembutsu, qualunque disgrazia possa capitarmi, a meno che uomini saggi non provino che i miei insegnamenti sono falsi, io non accetterò mai le pratiche delle altre sètte. Tutti gli altri problemi per me non sono più che polvere al vento. Io sarò il pilastro del Giappone. Io sarò gli occhi del Giappone. Io sarò il grande vascello del Giappone. Questo è il mio voto e non lo romperò mai» (Nichiren Daishonin, op. cit., p. 195).

di Maria Lucia De Luca - Buddismo e Società n.85 - marzo aprile 2001
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