La fragranza della buddità

Una frase dal Gosho

Sentendo il “profumo della Buddità”, tutti i fenomeni dell’universo manifestano la loro natura di Budda, funzionando come divinità protettrici. È questa fragranza il mezzo e il fine di chi recita Nam-myoho-renge-kyo

Buddità. Come vivere sott’acqua con una cannuccia sottile e stretta per respirare, il corpo impedito nei movimenti dalla massa liquida, gli occhi appannati, la mente lenta, intorpidita dalla mancanza di ossigeno. E improvvisamente uscire fuori. Polmoni che incamerano aria, ossigeno al cervello, chiarezza di idee, di sentimenti; testa leggera e movimenti liberi, fluidi, occhi che vedono chiaro e lontano. Lo si conosce così, improvvisamente, quello stato di cui è impossibile dire, di cui si possono solo tentare analogie, metafore, esperimenti linguistici. E immediatamente si ripiomba giù, sott’acqua, con la cannuccia sottile e stretta: ma questa volta è diverso, questa volta si sa cosa cercare, si sa che i polmoni possono respirare liberi, pieni: e allora si risale e poi si ridiscende e poi si risale, mentre si impara a tornare a galla sempre più facilmente ora dopo ora, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Sentendosi “felici e a proprio agio” (Sutra del Loto), vivendo pienamente, senza rifiutare niente, senza chiedere nulla, se non di condividere con quante più persone possibile questo stato di indicibile grazia.

Uno stato, profondo, in cui si è liberi dalle catene del proprio piccolo meschino egoismo, in cui si è consapevoli dell’unicità di corpo e mente, di individuo e ambiente, di dentro e fuori, in cui, come è scritto nel Sutra del Loto (cap. 2, p. 40 e segg.), la saggezza del Budda illumina la vita degli esseri viventi, in cui è «estirpato il male tra i fenomeni», in cui si è «senza paura». Uno stato che si raggiunge senza dover essere speciale o fare chissà quale mirabolante e impossibile azione: è sufficiente recitare Nam-myoho-renge-kyo con sincerità, anche «una volta al giorno, una volta al mese, una volta all’anno o una volta ogni dieci anni, o anche una sola volta nella vita» (Nichiren Daishonin, Il daimoku del Sutra del Loto, vol. 8, p. 25). Ed ecco che si è subito a galla, subito si conosce, subito si sa.
La Buddità ha questa doppia valenza: è una percezione, una “sapienza”, una conoscenza immediata. Ma è anche un percorso. Infatti non appena la voce intona Nam-myoho-renge-kyo la “fragranza” della Buddità avvolge la nostra vita, anche se al momento possiamo non rendercene conto. Bellissima l’immagine della fragranza, la sua idea, le assonanze che fa vibrare: Nichiren Daishonin la espone nel Gosho I tre tipi di tesori (vol. 4, p. 172), dove afferma: «Un importante principio buddista dice che “la fragranza interna otterrà protezione esterna”». Ancora più bella se si considera il carattere giapponese di fragranza, nai-kun. Questo ideogramma è formato a sua volta da altri tre: quello di “erba”; quello di “sovrapporre”, “accatastare”, ma anche di “pesante” cioè “dare peso”; e quello di “fuoco”; insieme significano “fumo”, “bruciare senza fiamma”. Immaginiamo: un bosco, l’odore degli alberi, la luce che passa tra i rami e le foglie dritta verso la terra come improvvise fiammate, il silenzio rotto solo dalle melodie degli uccelli, il muschio tra le pietre, in lontananza un ruscello che cerca la valle e scende, scende. E una catasta di legna, arbusti e foglie secche impilata tra due tronchi: qualcuno la accende, la legna è umida, non prende; tuttavia si leva una sottile linea di fumo, la si vede bene, è bianca, si muove sinuosa per un attimo, poi scompare. Tutt’intorno diffonde un aroma anch’esso sottile, non invadente eppure ben percepibile, di rami, di alberi, di boschi e di erba, di funghi e di selvatico, di fuoco e di calore. Così è la fragranza interna: un sottile appena percettibile eppure inequivocabile aroma. Che si sprigiona dal nostro essere non appena iniziamo a recitare Nam-myoho-renge-kyo.
«Ottenere la Buddità non è tanto raggiungere una meta o uno scopo – spiega Daisaku Ikeda nella Saggezza del Sutra del Loto (vol. 2, p. 5) – quanto rafforzare il mondo di Budda nella propria vita, cioè “entrare nella via suprema”». Quella fragranza dunque esiste nella nostra pelle, nelle profondità del nostro essere. Soltanto che non è percepibile. Come una catasta di legna e foglie secche cui ancora non si è dato fuoco. Recitare Nam-myoho-renge-kyo è come accendere il fiammifero. «Nichiren Daishonin – continua Ikeda – ci insegna che ottenere la Buddità non significa “diventare” un Budda, bensì “manifestare” il Budda che è in noi, cioè coltivare nella nostra vita il mondo di Buddità».
La “natura di Budda” in sanscrito si dice buddha-dhatu o buddha-gotra: indica la causa interna o il potenziale per ottenere la Buddità. La parola sanscrita Budda, in India, significava originariamente il “risvegliato” o l’“illuminato”; nel Buddismo si riferisce a colui o colei che si è risvegliato alla verità ultima di tutti i fenomeni. Dhatu ha il significato di radice, base, fondamenta, terreno, o causa; mentre gotra significa famiglia, base, discendenza, origine, causa o seme. «Conseguire la Buddità – diceva Josei Toda, secondo presidente della Soka Gakkai citato da Ikeda nella Saggezza del Sutra del Loto (ibidem, p. 7) – non significa diventare o cercare di diventare un Budda. Significa credere alle parole del Daishonin che il comune mortale è l’essere supremo, che tutti i fenomeni manifestano la vera entità e convincersi che lo stato di Budda esiste in noi dal remoto passato all’infinito futuro».
La “protezione esterna” di cui parla il Gosho I tre tesori si manifesta al manifestarsi della Buddità. Ma cos’è questa “protezione esterna”? Cosa indica? E soprattutto: cosa accade? Accade che, secondo il Buddismo, iniziando a recitare Nam-myoho-renge-kyo si “risveglia” la Buddità che attiva le forze dell’universo, il che significa, per esempio, trovarsi al posto giusto al momento giusto, vedere incastrarsi le cose in un modo inaspettatamente perfetto, essere testimone e protagonista delle tante piccole grandi incredibili “coincidenze” e, dopo qualche anno, guardarsi indietro e scoprire che la propria vita è diventata qualcosa di inaspettato: di inaspettatamente bello e pieno. Queste forze dell’universo, shoten-zenjin in giapponese, sono le divinità benevolenti o gli dèi celesti, gli dèi buddisti, gli dèi protettivi, le divinità tutelari, gli dèi guardiani e così via. Essi indicano il panthèon buddista che include Brahma, Shakra, i quattro dei celesti, gli dèi del Sole e della Luna, e altre divinità, moltissimi dei quali facevano parte dei sistemi religiosi indiani, cinesi e giapponesi e, al diffondersi del Buddismo in queste varie aree, furono poi in esso inglobati: non con culti propri o come oggetto di devozione, ma piuttosto in qualità di funzioni di supporto o protezione del Budda, della Legge, degli insegnamenti buddisti e dei praticanti. «La natura fondamentale illuminata si manifesta come Bonten e Taishaku (Brahma e Skakra, ndr) – scrive Nichiren Daishonin nel Gosho Curare la malattia (vol. 5, p. 78) – la natura fondamentale oscurata si manifesta come il Demone del sesto cielo. Gli dèi benevoli odiano gli uomini malvagi, gli spiriti maligni odiano gli uomini buoni. Dato che siamo entrati nell’Ultimo giorno della Legge, è naturale che gli spiriti maligni riempiano il paese, numerosi come pietre e mattoni, alberi e piante, mentre gli spiriti benevoli sono pochi perché in questo mondo sono rare le persone sagge e meritevoli». Non si tratta di qualcosa di esterno, qualcosa da adorare, qualcuno – un’entità, un’idea – cui chiedere aiuto, protezione, sostegno. Ma di qualcosa che, al pari della Buddità, esattamente come la fragranza, parte dall’interno, da noi stessi, gli unici e i soli in grado di attivarli. Gli shoten-zenjin, o divinità benevolenti o, per dirla con le parole del Gosho, la “protezione esterna”, si attivano, sorgono, si manifestano naturalmente, nel momento incui si manifesta la “fragranza”, la Buddità. «Quando abbracci questo mandala – spiega il Daishonin in Risposta a Myoshin-ama (citato in Il Buddismo di Nichiren Daishonin, Esperia, p. 22) – tutti i Budda e le divinità benevole si riuniranno intorno a te e ti proteggeranno notte e giorno così vicino come l’ombra segue il corpo. Ti proteggeranno devotamente come i guerrieri difendono il loro re, come i genitori amano i loro figli, come il pesce dipende dall’acqua, come le piante e l’erba desiderano la pioggia e come gli uccelli dipendono dagli alberi su cui dimorano. Dovresti credere a ciò con tutto il cuore».
Come l’ombra segue il corpo. Non il contrario: spesso si crede che le “divinità benevolenti” si attivino indipendentemente dai nostri pensieri, dalle nostre azioni, dalle nostre parole. Ma esse non fanno che seguire il nostro intero essere, esattamente come l’ombra segue il corpo. «Quando veneriamo come oggetto di culto Myoho-renge-kyo presente nella nostra vita, la natura di Budda che è in noi viene richiamata dalla nostra recitazione di Nam-myoho-renge-kyo e si manifesta» scrive Nichiren Daishonin nel Gosho Il Sutra del Loto porta all’illuminazione. «Questo si intende per “Budda”. Per fare un esempio, quando un uccello in gabbia canta, gli uccelli che volano liberi nel cielo sono richiamati e si radunano intorno a lui. E quando gli uccelli che volano nel cielo si radunano, l’uccello in gabbia cerca di uscir fuori. Così, quando con la bocca pronunciamo la mistica Legge, la nostra natura di Budda viene richiamata e invariabilmente emergerà. La natura di Budda di Bonten e di Taishaku, richiamata, ci proteggerà e la natura di Budda dei Budda e dei bodhisattva, richiamata, gioirà».
Ma è partendo dalla “fragranza interna”, dalla cura della propria Buddità, senza una ricerca spasmodica di questa “protezione”, senza spostare l’attenzione sull’esterno, che la protezione stessa arriva. Anche in modo del tutto inaspettato. E questa protezione sicuramente arriverà, come «una freccia che puntata verso terra colpirà sicuramente il suo bersaglio». (Gli Scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, pag. 233)
Una persona chiusa nel proprio “piccolo” dolore faticherà ad “attivare” queste funzioni, perché si aspetta che dall’esterno arrivi un segnale, mentre questo deve partire da dentro. «La protezione degli dèi dipende dalla forza della fede di una persona – afferma Nichiren Daishonin (Gli Scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, p. 183). – Il Sutra del Loto è una spada affilata, ma la sua forza dipende da chi la impugna».
Senza espandere la propria vita, restando imprigionati nel proprio minuscolo mondo, senza desiderare di condividere con gli altri la fragranza della Buddità aiutandoli a “liberarla” dal loro profondo, difficilmente si vedranno le divinità benevolenti, le funzioni protettive, in definitiva la propria Buddità, all’opera. Spiega ancora Ikeda nella Saggezza del Sutra del Loto (vol. 2 p. 6): «Potremmo addirittura affermare che l’unica differenza nella condizione di una persona dopo aver ottenuto la Buddità consiste nell’aver tracciato stabilmente il percorso della propria vita, e cioè dedicarsi alla propria e all’altrui felicità».
Sono lì, sul fondo, con quella cannuccia tra le labbra. Respiro a fatica, ho la vista appannata. Sono stanca. D’improvviso vedo un amico, un’amica di fronte di a me. Mi tende la mano, mi cerca. E io l’afferro quella mano, mentre mi accuccio un po’ verso il basso e poi con i piedi mi spingo con forza verso l’alto. Una spinta decisa: e non appena esco fuori, respiro a pieni polmoni, il mio sguardo si protende lontano, sempre più lontano, con una visione perfetta. Vedo tanti intorno a me e anche l’amico, l’amica che mi ha preso per mano. Mi saluta e scende a prendere qualcun altro. Dalla mia pelle si leva un fragranza meravigliosa. Mi inebrio di quel profumo: e poi scendo anch’io ad aiutarli.

di Rory Cappelli - Buddismo e Società n. 97 - marzo-aprile 2003
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