Buddismo: dalla pratica alla teoria #1/7

La pratica fondamentale del Buddismo di Nichiren Daishonin consiste nel recitare Nam myoho renge kyo (daimoku, lett. titolo) davanti al Gohonzon, un'iscrizione composta da ideogrammi cinesi e da alcuni nomi in sanscrito. La recitazione del daimoku, prolungata "finché non ci si sente soddisfatti", viene preceduta - mattina e sera - dalla lettura ritmica e a voce alta di due importanti capitoli del Sutra del Loto (gongyo, lett. "pratica assidua"). Se, oltre a fare questo, si studiano i principi del Buddismo e si insegna ad altre persone al meglio delle proprie capacità il punto di vista del Buddismo nei confronti della vita, si riuscirà a sviluppare uno stato vitale di incontrollabile fiducia e soddisfazione, che consentirà di realizzare i propri desideri e di "creare valore" per se stessi e per la società nella quale si vive. Il tutto indipendentemente dalla difficoltà dei problemi che ci si trova ad affrontare.

Nichiren Daishonin, il fondatore della scuola buddista che da lui prende il nome ha detto: "Una legge così facile da accettare e da mettere in pratica è stat concepita per la salvezza degli esseri umani che si trovano a vivere in questo esecreabile Ultimo Giorno della Legge.
Tutto ciò può sembrare troppo bello per essere vero, addirittura utopistico: una totale illusione. Come si possono ottenere simili risultati solo recitando più e più volte una frase incomprensibile davanti a un pezzo di carta? E, prima di tutto, cosa significa Nam myoho renge kyo, e che cosa ha di speciale questa iscrizione che si chiama Gohonzon?
Interrogativi più che legittimi e comprensibili, ai quali cercheremo di rispondere nei post che seguono. Per il momento limitiamoci ad affermare che uno degli aspetti più stimolanti del buddismo del Daishonin è che ci obbliga a rimettere in discussione tutte le nostre convinzioni, anche le più radicate, sulla natura della vita individuale e collettiva.
Convinzioni in genere così connaturate in noi che spesso non siamo neppure consapevoli di avere.
Prendiamo per esempio il problema della sofferenza. E' naturale che nessuno voglia soffrire. Tutti vorremmo vivere felici, ma nessuno in questa vita può sfuggire a una certa quantità di dolore. E' probabile che il detto "siamo nati per soffrire" non abbia alleviato di molto le pene di Giobbe, ma non possiamo negare che si tratti di un fatto indiscutibile. 

(continua) (Richard Causton)
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