Il sogno di volare

«Ormai erano passati sei mesi da quando mi ero reso autonomo da mio padre e non c'era giorno in cui non pensassi a lui. Ogni giorno recitavo Daimoku per la sua felicità, desideroso di risolvere il conflitto che c'era tra di noi».

Da quando ero bambino avevo un sogno: desideravo volare, pilotare gli elicotteri e li guardavo, sulle colline intorno a casa mia. Un sogno... la realtà era diversa.
Da piccolo ero di salute cagionevole, al punto di dover concludere l'anno scolastico ad aprile per andare al mare a curare l'asma allergica, non vedevo bene, avevo difficoltà a studiare, sicuramente condizioni ben lontane da quelle richieste per fare il pilota. A nove anni la mia salute cominciò a migliorare e nello stesso periodo i miei genitori decisero di separarsi, così mi trovai a dover decidere con chi vivere. Non scelsi né mio padre, né mia madre, ma di restare nella casa dove avevo sempre vissuto; in realtà avrei voluto essere scelto, ma nessuno dei due lo fece. Mi sentii abbandonato e la paura dell'abbandono ha per molti anni condizionato le mie relazioni.


Restai con mio padre che, dopo un anno, accolse in casa una nuova compagna con una figlia mia coetanea, con cui ben presto si crearono grossi problemi di relazione. Nei confronti di mia madre, che vedevo nei fine settimana, provavo un forte rancore, ricambiato dal senso di colpa da parte sua. Con lei non parlavo dei miei problemi, in quanto sapevo che non era in grado di sostenerli.
A scuola avevo grandi difficoltà, studiare era una sofferenza, non riuscivo a concentrarmi. Mio padre leggeva questa incapacità come pigrizia, mancanza di impegno e menefreghismo. Non mi faceva mancare nulla, ma mi faceva pesare la sua insoddisfazione. Io cercavo di riscattarmi in tutti i modi: ero ordinato, educato, curato nell'aspetto e mi offrivo spesso di aiutarlo nel lavoro per dimostrare che non ero pigro ma, nonostante gli sforzi, i risultati scolastici non miglioravano e lui continuava a non avere fiducia in me.
Anch'io, da parte mia non avevo una buona opinione di lui e lo ritenevo responsabile dei miei fallimenti; la serenità e l'affetto che non era riuscito a darmi erano da me ritenute le cause di com'ero: viziato e arrogante, anche se non me ne rendevo conto.
A vent'anni una mia compagna di scuola mi parlò del Buddismo e cominciai a partecipare alle riunioni. Sentii dire che avrei potuto realizzare i miei sogni e che tutto dipendeva da me. Il mio obiettivo era fare il pilota e, visto che conseguire il brevetto privatamente aveva costi proibitivi, decisi di provare ad entrare come allievo ufficiale nell'esercito, con la speranza di far carriera e trovare la strada per concretizzare il mio desiderio. Non riuscii a passare il concorso e durante la leva obbligatoria mi resi conto che la divisa era un modo per acquisire identità, per sentirmi forte e riscattarmi con me stesso e con mio padre dal senso di sconfitta che provavo. Tutto ciò non era coerente con quello che il Buddismo insegna su come costruire una forte identità. Capii che io avevo sempre affrontato i problemi scappando e non cercando di risolverli. Poi ebbi un piccolo incidente che comportò una lunga convalescenza a casa e in quel periodo iniziai a lavorare nell'azienda di mio padre e a recitare Daimoku per non tornare più in caserma, un'esperienza che, a quel punto, non aveva più senso per me.
Il lavoro era molto pesante e poco gratificante: portavo i mobili dai clienti e non avevo un ruolo preciso nell'azienda. Per non sembrare un "figlio di papà" ero continuamente nella condizione di dover dimostrare qualcosa non solo a mio padre, ma anche ai suoi soci e a tutti i dipendenti. Nonostante il lavoro mi offrisse l'opportunità di mantenermi e avere una bella casa, non provavo alcuna gratitudine verso mio padre, lo colpevolizzavo del mio non riuscire ad emergere e a trovare un mio spazio.
Approfondii il Gosho di Capodanno che dice: «L'inferno esiste nel cuore di chi disprezza suo padre e non si cura di sua madre» (SND, 4, 271) e compresi che il problema era la mancanza di gratitudine verso la mia vita e i miei genitori.
Avrei voluto recitare per trasformare questa condizione, ma anche un solo Daimoku mi comportava uno sforzo immenso. Trovai però il coraggio di andare da una psicologa, per affrontare le sofferenze dalle quali ero sempre fuggito. La cura si concluse in tre mesi e la velocità del cambiamento portò la psicologa a riconoscere la validità del Buddismo.
Ripresi a lottare facendomi guidare dalle parole di Ikeda che incoraggia i giovani a vincere lì dove sono e decisi di migliorare l'azienda di mio padre e diventare indispensabile. Mi resi immediatamente conto che, nonostante commerciassimo in ferro battuto da più di vent'anni, ci affidavamo ad altri per la produzione. Così, senza trascurare i miei compiti, ripulii la vecchia fucina e intrapresi il lavoro della forgiatura del ferro; a dispetto di ogni previsione, in pochi mesi cominciammo a sfornare i primi pezzi, rendendo l'azienda autonoma. Finalmente il luogo in cui avevo tanto sofferto era diventata la terra del Budda. Il lavoro prese a piacermi, mio padre decise di aumentarmi lo stipendio e comprò una casa per me, ma, scoprii con sorpresa, che continuava a lamentarsi di me con gli altri e, per l'ennesima volta, non mantenne la sua promessa di prendermi come socio in azienda. Recitai Daimoku per riuscire a parlare con lui, desiderando che fosse sincero con me. Mi disse che non aveva alcuna stima di me e che senza di lui ero una nullità. Decisi di lasciare l'azienda e promisi a me stesso e a lui di costruire il rapporto sincero che non c'era mai stato tra noi.
Trovai lavoro dopo una settimana. Un lavoro duro, a cui ne seguì un altro, entrambi poco compatibili con la mie condizioni di salute. Così mi trovai nuovamente disoccupato.
Anche con la ragazza, con la quale convivevo, stavano emergendo problemi: il nostro rapporto e i sentimenti reciproci erano più di amicizia che d'amore. In quel momento critico, mi proposero di svolgere un'attività di volontariato al Centro culturale europeo di Trets. Accettai subito con la determinazione di risolvere il problema lavorativo e sentimentale. Ricordo che recitai tantissimo e mi affidai completamente al Gohonzon. Dopo tre giorni telefonai in Italia e la mia fidanzata mi disse che il lunedì mi avevano chiamato per un colloquio di lavoro, proprio dove volevo io. Mi presero in prova per due mesi per poi farmi un contratto di collaborazione fissa con il compito di consegna e manutenzione estintori e impianti anti-incendio.
Ormai erano passati sei mesi da quando mi ero reso autonomo da mio padre e non c'era giorno in cui non pensassi a lui. Ogni giorno recitavo per la sua felicità, desideroso di risolvere il conflitto che c'era tra di noi. Il giorno del suo compleanno lo invitai a pranzo. Eravamo entrambi molto emozionati ma, per la prima volta, sentivo che tra di noi tutto stava cambiando. Avevamo gli occhi pieni di lacrime. Sentivo che finalmente potevamo avere un rapporto da uomo a uomo. Anche con la mia ragazza decisi di andare fino in fondo: le aprii il mio cuore e le dissi con coraggio che non l'amavo più. La sua reazione, nonostante la sofferenza, fu di grande dignità e così ci separammo. Una settimana dopo rividi mio padre per la seconda volta e, raccontandogli quello che era successo, lui mi guardò stupito e mi disse che era rimasto così colpito dal mio stato vitale da decidere di cominciare a praticare per risolvere un problema di salute molto grave: da tre anni infatti aveva il morbo di Parkinson. In quel momento sentii una gioia mai provata prima, mi sentii genitore. Quando raccontai questa cosa a mia madre non ci credeva e questo cambiamento condizionò anche il nostro rapporto. Non avevo più nessun rancore neppure verso di lei e il nostro rapporto era completamente cambiato.
Contemporaneamente il mio sogno del volo si risvegliò con forza e questa volta ebbi il coraggio di agire. Portai personalmente il mio curriculum nelle aziende elicotteristiche del Piemonte, chiedendo anche informazioni sulla scuola di volo. Trovai molta chiusura: ogni volta mi ripetevano che se non avevo i soldi non era possibile neanche frequentare quell'ambiente. Ad agosto, senza soldi e costretto a rimanere a Torino, rividi la mia situazione lavorativa.
In nove mesi sperimentai sei lavori diversi, migliorando ogni volta sia lo stipendio, sia la qualità del lavoro, finché finalmente approdai all'attuale occupazione. Fui assunto in un'azienda d'arredamento che mi consentì di mettere a frutto tutto ciò che avevo appreso negli anni di lavoro in questo settore e la mia formazione scolastica. Al momento sono impiegato presso l'ufficio tecnico come geometra con mansioni di rilievo misure e progettazione d'interni. Lavorare è diventato piacevole e gratificante, con i miei responsabili ho un buon rapporto e così con i colleghi.
Con mio padre tutto è cambiato: è successo che senza sapere che stavo frequentando un'azienda di elicotteri, si è offerto di aiutarmi a realizzare il mio sogno, dicendomi che nulla lo avrebbe reso più felice.
Da novembre sono iscritto alla scuola di volo, con l'obbiettivo di diventare un pilota di elisoccorso. (R.C.)
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Commenti

  1. Una sola parola: Grandissimo
    Grazie infondi tanto coraggio anche a me che soffro tantissimo per un grave problema non mio
    Un abbraccio Marco

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  2. Grazie della tua esperienza. Mi sono commossa nel leggere che non ti sei arreso e sei andato avanti per raggiungere il tuo SOGNO.
    Susanna

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  3. GRAZIE. Bellissima. Irene

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