Abbandonarmi alla vita

Sono sul pullman per Trets, in partenza per una tre giorni di studio del Buddismo con la Divisione donne. È la prima volta che mi trovo in una attività con “adulte” (che parola buffa), ed è il primo corso dove non conosco assolutamente nessuno. Nonostante tutta la buona volontà che ho messo per partire con spirito costruttivo, sento addensarsi rapidamente nella testa un antico senso di isolamento, di insofferenza per persone la cui apparenza mi risulta estranea, diversa. Per una specie di sortilegio mi ritrovo a provare le sensazioni del mio spinoso periodo di naitoku, quando la “società dei Buddisti” mi sembrava solo in parte la mia. Cerco con sguardo ansioso qualcuno che mi assomigli un po’... e la vedo, una donna-ragazzino che mi attira subito per il taglio da adolescente inquieta, gli anfibi e la maglietta che indossa e il quotidiano che legge. Da allora la tengo d’occhio, anche durante il corso dove lotto tutto il tempo contro il senso doloroso di essere un marziano, mentre tutto quello che sento e che vedo ferisce un senso critico perennemente sulla difensiva. La sorveglio credendo di trovare in lei riflesse le mie stesse lotte. E invece guardala lì, quella tipa dall’aria rivoluzionaria, com’è immediata e semplice in tutte le sue reazioni, come recita tanto Daimoku con forza, come ride e anche si commuove con le altre, come parla con tutte, anche con chi sembra lontana anni luce da lei - ma finisce invariabilmente per trovarla simpatica - come riesce a dialogare pur mantenendo la sua identità tranquilla e scanzonata. La guardo, non ci parliamo praticamente mai ma mi aiuta a cercare nel mio Daimoku una sola voce con il resto della gente, per farli diventare da massa ostile e compatta a uniche menti e cuori che vivono per il mio stesso scopo (in tutti questi anni non ho mai amato recitare in sale affollate). Ci riesco a tratti e percepisco potenzialità incredibili in questo, mi sembra di concretizzare qualcosa di molto originale e reale per la pace, poi svanisce tutto e ricomincia la mia battaglia a testa bassa.
Nel viaggio di ritorno, mi sembra tutto sommato di aver abbandonato un po’ di pesantezza in quella casa sperduta fra i boschi. Di colpo l’altro pullman che trasporta le partecipanti si blocca sotto la galleria con un freno rotto: l’aria è velenosa lì dentro e le macchine vanno velocissime. Decidiamo di proseguire fino alla stazione di servizio successiva e chiamare soccorsi. Nel tragitto, una dopo l’altra le donne del mio pullman iniziano a recitare Daimoku per le altre. Non so come e perché ma mi sento così a disagio, come ai vecchissimi tempi mi tiro fuori con la mente, corro subito a verificare “sarà giusto o bigotto farlo in questo momento?”, e mi giro anche intorno in cerca di interlocutori, ma vedo solo persone che recitano e guarda un po’ anche lei, la quarantenne col codino lo sta facendo, con la sua solita determinazione senza fronzoli. Non mi resta che buttarmi nell’acqua anch’io e mentre la mia bocca formula timidamente Nam-myoho-renge-kyo, di colpo visualizzo con grande lucidità la sovrabbondanza di pensieri che si frappongono sempre fra me e la fede, fra me e la fiducia negli altri. Perché ho così paura ad abbandonarmi alla vita? E non è poi la stessa paura che provo ad amare? Recito piano piano con le altre mentre il pullman corre e non me ne importa niante se faccio qualcosa di “Buddisticamente corretto” o meno; so solo che in quel momento io sto vincendo.
E questa vittoria la dedico a noi due, a me e allo shoten zenjin con gli anfibi che ho avuto la fortuna di incontrare. (E. V.)
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