Fuori dalla gabbia

«Dacché passavo le giornate a controllare la vita, come le calorie, nei minimi dettagli, pian piano cominciai a partecipare alle riunioni, e siccome si tenevano di mattina, la giornata prendeva una piega insperata».

Ho trentacinque anni e ho conosciuto il Buddismo dieci anni fa. Se dovessi dire per quale motivo ho continuato a praticare tutti questi anni potrei ricorrere a un brano del Gosho L’unica frase essenziale: «Anche se una persona non legge, né studia il sutra, recitarne il solo titolo è la sorgente di un’immensa fortuna. Il sutra insegna che le donne, gli uomini malvagi e coloro che vivono nei mondi di Animalità e Inferno - di fatto tutte le persone dei dieci mondi - possono raggiungere la Buddità. È possibile comprendere ciò quando ci ricordiamo che si può produrre il fuoco da una pietra raccolta dal fondo di un fiume, e che una candela può rischiarare un luogo che è rimasto buio per un miliardo di anni. Se persino le cose più comuni di questo mondo sono così stupefacenti, quanto è dunque più mirabile il potere della Legge mistica!» (SND, 4, 240). Si parla di “donne e uomini malvagi” e io, oltre a essere una donna, ho spesso creduto di essere malvagia.

La mia tendenza di base prima di conoscere il Buddismo, infatti, era ritenermi “sbagliata” in qualsiasi situazione mi trovassi ad affrontare. Forse anche perché ho una sorella gemella e per mia madre, il più delle volte, io ero la parte in ombra e lei quella illuminata. A quel tempo il mio problema maggiore si chiamava anoressia e bulimia, e tutti i pensieri, 24 ore su 24, erano concentrati su un’unica cosa: come evitare di mangiare. In compenso avevo una fame spropositata, ma evitavo anche la più piccola briciola per paura di non riuscire più a smettere di ingurgitare cibo. Avevo lo stesso atteggiamento anche nelle relazioni affettive: evitavo di desiderare l’amore per paura di non riuscire a tollerare un rifiuto.
Quando Anna mi parlò di Nam-myoho-renge-kyo cominciai a praticare, senza farmi molte domande. Dacché passavo le giornate a controllare la vita, come le calorie, nei minimi dettagli, pian piano cominciai a partecipare alle riunioni, e siccome si tenevano di mattina, perché era il gruppo di chi lavorava di sera, la giornata prendeva una piega insperata. Vivevo a Rieti, avevo rapporti tesissimi con la mia famiglia e cercavo invano un’autonomia professionale. Il lavoro dei miei sogni era scrivere ma pensavo che senza presentazioni illustri non avrei mai potuto realizzarlo. Forte della scoperta del Gohonzon, decisi di venire a Milano a cercare lavoro. I primi tempi furono durissimi. Passai in lacrime la prima riunione buddista a cui partecipai perché, appena dopo un mese di impiego, m’avevano accusato di aver calunniato il mio datore di lavoro, che era a capo di un multilevel marketing, ed era una specie di guru. Non era vero niente, tanto che dopo un mese di pratica regolare, come mi consigliarono le mie responsabili, ottenni le loro scuse e ripresi le mie mansioni. Questo fu il mio esordio a Milano. In compenso il mio gruppo era proprio al piano superiore di quell’ufficio di “pazzi” e l’attività buddista mi faceva alzare lo stato vitale come nessuna altra cosa in “commercio”. Volevo star bene e volevo farlo insieme agli altri, mentre fino ad allora mi ero costruita una gabbia protettiva da cui non riuscivo più a uscire. Mi sentivo una sorta di profuga, che doveva sempre scappare perché in difetto e il mio ambiente non poteva che rispondermi alla stessa maniera. Dalla casa, al lavoro e alle relazioni ero precaria e senza diritti in tutto.
Appena tre mesi dopo aver preso il Gohonzon gli stessi pazzi che mi avevano creato quelle difficoltà sul lavoro, mi chiesero di collaborare per una nuova rivista della loro casa editrice. Si realizzò il principio buddista per cui il “veleno si trasforma in medicina”. Da quel momento ho fatto solo il lavoro di giornalista realizzando un “sogno impossibile”. In tutti questi anni mi sono concentrata nel mettere buone cause per realizzare i miei scopi professionali. La strategia prevedeva un’ora di Daimoku al mattino e l’azione di presentarsi direttamente in redazione, perché al telefono non mi avrebbero passato nessuno. Così mi sono fatta commissionare articoli da caporedattori e direttori del Corriere della Sera, Marie Claire, Specchio, Focus e tanti altri. Una di quelle volte, nonostante l’articolo da me proposto non fosse stato accettato, uscendo dalla redazione lessi, in una bacheca del corridoio, il bando per concorrere al premio della Stampa cattolica. Dovevo inviare un pezzo che avesse per tema la solidarietà e fosse stato pubblicato nell’anno in corso. Io un articolo del genere l’avevo scritto, solo che nessuno me l’aveva ancora pubblicato ed eravamo a novembre. Un giorno, da lì a poco, recitando davanti al Gohonzon mi viene in mente il nome di una rivista a cui non avevo mai pensato perché non mi sembrava adatta. Decisi di tentare. Me lo pubblicarono immediatamente dopo averlo letto, giusto in tempo per mandarlo al concorso che stava scadendo. Quella storia parlava di una mia grande sofferenza, anche se il finale era diverso. A diciassette anni rimasi incinta e mia madre scelse al posto mio di farmi abortire. Fu un’esperienza devastante. La paura, il senso di colpa verso i miei… Il giorno prima dell’operazione temevo che sarei morta sotto i ferri, sentendo di aver fatto qualcosa di irrimediabilmente sbagliato. E quell’articolo parlava di una comunità dove le giovani mamme possono andare a partorire anche senza l’appoggio della propria famiglia. L’articolo vinse il primo premio. La cerimonia si tenne esattamente il giorno dopo un’intensa attività buddista per la Mostra sui Diritti Umani che aveva avuto luogo a Venezia. Ritirai il premio a Verona, sulla strada di ritorno da Venezia a Milano.
Nonostante la protezione del Gohonzon in questi anni la mia tendenza all’autolesionismo si è fatta comunque sentire. Tre anni fa accettai, presso un’importante multinazionale, un lavoro che sulla carta consisteva nel fare la giornalista. In realtà era tutt’altro. Mi ritrovai a dover scegliere tra un impiego ben pagato e i sogni che avevo inseguito fino a quel momento. La confusione prese il sopravvento in tutti gli aspetti della mia vita. Al lavoro presi una sbandata per un collega, a casa il rapporto con l’uomo che avevo sposato due anni prima si stava deteriorando e io vivevo la frustrazione di non fare il lavoro che desideravo e per cui avevo tanto combattuto. In breve precipitò tutto. Nell’arco di un mese decisi di lasciare mio marito, di licenziarmi e di cercarmi una casa per conto mio. Era la mia solita paura che mi spingeva a distruggere tutto quello che fino a quel momento avevo costruito. Non riuscivo più ad apprezzare ciò che avevo, compresa la relazione con mio marito che mi aveva accettato per quello che ero ed era stato il mio tifoso più accanito nella lotta contro la bulimia dalla quale ero guarita completamente. Dopo la separazione mi ritrovai, un anno fa, senza una casa, né un lavoro e libera di inanellare una serie di relazioni senza via d’uscita. Avevo anche cambiato zona d’attività e mi ritrovavo responsabile di un settore in cui non mi trovavo bene. Con il mio corresponsabile, Silvano, non c’era modo di interagire. Lui mi riteneva una persona superficiale. Non avendo più la speranza di realizzare i miei sogni e cercando di nascondermi dietro una maschera, quella era effettivamente l’impressione che davo all’esterno. Finché un giorno aprii la mia nuova casa, piccola, inadeguata e costosa, a un meeting giovani del nostro settore. Non venne nessuno, tranne lui e la mia responsabile di capitolo. A fine Gongyo scoppiai a piangere. Solo allora Silvano si accorse della mia sofferenza e mi parlò come nessuno faceva da tanto tempo. Nel frattempo avevo finito tutti i soldi, i miei non erano disposti ad aiutarmi e sarei dovuta tornare dopo tante lotte a Rieti. Recitai davanti al Gohonzon e mi resi conto che per tornare a credere nell’efficacia del Daimoku avevo bisogno di qualcuno che lo facesse con me. Dopo qualche giorno Silvano accettò il mio invito a recitare insieme un’ora di Daimoku al giorno.
Era lo scorso giugno. Quando già avevo subaffittato il monolocale per racimolare un po’ di soldi, mi chiamarono dalla casa editrice Mondadori per una sostituzione estiva. Era stato l’unico curriculum che sconsolata avevo inviato. In due mesi guadagnai circa cinquemila euro. E parlai di Buddismo alla mia vicina di scrivania che spesso si unì alle nostre recitazioni. L’estate passata a Milano, malgrado i quaranta gradi fu bellissima. A metà settembre, durante un fine settimana, Silvano e io decidemmo di fare dieci ore di Daimoku, allargando l’invito ad altre persone. Il giovedì dopo mi chiamarono da una redazione di un nuovo giornale, dove tutt’ora lavoro. Nel frattempo ero decisa a cambiare il rapporto con i miei genitori, verso i quali provavo ancora un forte risentimento. Il risultato fu una lite furibonda in cui gli urlai di essermi sempre sentita inferiore e scoraggiata da loro.
Questo confronto doloroso è stato però l’inizio del cambiamento. Mia madre qualche giorno fa ha recitato Daimoku durante la chemioterapia. Mi ha detto: «Stavo così male che non sapevo a che santo votarmi. Ho provato anche con Budda e ha funzionato». Mio padre sul lavoro ha avuto da poco un guadagno non previsto e ha deciso di dividerlo in parti uguali tra le figlie. Nonostante io abbia vissuto sotto il costante pungolo dell’inadeguatezza, continuando a praticare questo Buddismo non sono mai arrivata a un punto morto, poiché come dice Nichiren Daishonin: «Una mosca blu, se si posa sulla coda di un buon cavallo, può viaggiare diecimila miglia» (SND, 1, 31). Per me il Gohonzon ha rappresentato il cavallo più affidabile. In ogni momento, infatti, è possibile raggiungere la Buddità, come quando in una stanza buia da millenni viene improvvisamente accesa una piccola fiammella. (M. P.) (dati modificati)
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Commenti

  1. Bella e che dire ...so che è poco i pensieri nn trovano parole...bella!

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  2. Bella e che dire ...so che è poco i pensieri nn trovano parole...bella!

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    1. Ciao sono 10 anni che sono bulimia e mi sono ritrovata con le tue sofferenze rispetto alla famiglia e mia sorella ,e un anno quasi che ho il Gohonzon e adesso la bulimia mi sta facendo soffrire tantissimo anche perché lavoro in un forno che è della mia famiglia insieme a loro e mia sorella ti chiedevo come e che guida hai seguito per sconfiggere la bulimia?

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  3. Ciao, son da Malta e ho 31 anni, un Esperienza che da tanti emozioni... molto bella da leggere perche dopo una dura lotta esci Vincitrice NMRK Grazie

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