Eroe per “caso”

Lo sventolio di una bandierina rossa, gialla e blu. Quel semplice gesto del presidente Ikeda gli aveva “tolto sofferenza e dato gioia”. La stessa cosa ha provato avvistando il disperato S.O.S. del sequestrato, una maglietta bianca sventolata su un picco inaccessibile dell’Aspromonte.

Tutto cominciò quando mi arresi alle insistenze della mia ragazza e partecipai alla prima riunione buddista. Sono un agente di Polizia e di lì a poco mi trasferirono nel Lazio, poi in toscana, dove cominciai a praticare regolarmente grazie all’aiuto di un mio collega-superiore, in cui mi imbattei quasi “per caso”. Il mio desiderio era quello di ritornare nella mia città, dove avevo lasciato la mia ragazza, ma senza chiedere raccomandazioni, condizione per me fondamentale.
Incominciò un periodo denso di ostacoli, caratterizzato da una profonda sofferenza che spesso si tramutava in esplosioni di collera nei confronti del mio responsabile; lo accusavo di raccontarmi frottole sul potere del Gohonzon e ogni volta che qualcosa non andava per il verso giusto mi precipitavo a casa sua, percorrendo una distanza di circa venti chilometri, con l’intenzione di picchiarlo; ma puntualmente lui non era in casa.
Ad ogni modo, nonostante le mie difficoltà, riuscivo a praticare regolarmente, e le occasioni di fare attività non mancavano. Dopo circa un anno il Ministero degli Interni respinse la mia domanda di trasferimento, imponendomi la permanenza in sede per almeno quattro anni. Mi crollò il mondo addosso e subito mi confidai col mio responsabile. «Tornare alla tua città dipende solo dalla tua determinazione» fu il suo consiglio. Facile a dirsi. Tuttavia mi rimboccai le maniche e mi dedicai ancora di più alle attività buddiste. Un mese dopo fui trasferito nella mia città, dove trovai casa in un quartiere residenziale, vicino a un bellissimo parco e a un prezzo irrisorio. Ma la cosa più importante fu che ricevetti il Gohonzon.
Accettai la responsabilità di un piccolo gruppo, ma non riuscivo ad instaurare dei veri rapporti di fede e in più la presenza della mia ragazza nel gruppo mi bloccava. Per due anni rimanemmo sempre i soliti sei e io non mi sentivo all’altezza della situazione: lentamente, davanti al Gohonzon, con le lacrime agli occhi, compresi che un gruppo buddista non è un reparto di Polizia, e anziché impartire compiti e rimproverare i membri, dovevo semmai instaurare rapporti umani e incoraggiare ognuno a utilizzare le proprie capacità. Era questa la chiave per far crescere il gruppo da sei a ventisette persone. L’entusiasmo fu tale da farmi desiderare di diventare ricco per acquistare una casa spaziosa dove poter fare tanta attività. Il mio stipendio non me lo consentiva, l’unica cosa era tentare la fortuna con lotterie, schedine e gratta e vinci; ma... niente.
Mentre il rapporto con la mia ragazza si spegneva e senza guadagnare una lira di più, vinsi un concorso interno per sottufficiali. Il corso di formazione di sei mesi era previsto in piemonte; la mia buona fortuna però lo dirottò in campania, da dove potevo fare la spola con casa mia per partecipare alle attività. Finito il corso si concluse anche il mio rapporto sentimentale e mi trovai di nuovo solo. Ero ritornato per un legame che ora non c’era più.
All’obiettivo di migliorare la mia situazione economica, aggiunsi il desiderio di rientrare in Sardegna, invece mi venne comunicato che il Ministero aveva disposto il mio trasferimento d’ufficio al Nucleo Antisequestri Eliotrasportato con sede in calabria. In quel momento non riuscivo a capire per quale motivo proprio io ero stato trasferito in un posto considerato, nel mio ambiente di lavoro, punitivo. Cercai di non farmi prendere dal panico e mi precipitai davanti al Gohonzon: un motivo sicuramente c’era e doveva essere molto importante, e io volevo capirlo.
Intanto scoprii che l’unico gruppo buddista nel raggio di cento chilomentri si trovava proprio vicino al Nucleo A. E.; poi venni a sapere che il Ministero era solito concedere il trasferimento, dopo un tempo di permanenza ridotto, a chiunque avesse lavorato nel mio nuovo reparto di destinazione. Il mio Comandante, però, considerandomi a torto uno scansafatiche per la sola ragione di essermi presentato in ritardo il primo giorno, mi inviò sull’Aspromonte per punizione, a quota 1100 metri. Fui spedito, dunque, in un campo containers costruito sul di un passo. Mi trovavo a ricoprire un posto di grande responsabilità con molte decine di uomini da coordinare. Ricoprendo l’incarico di vice responsabile del reparto, poiché ero stato trasferito per esigenza d’ufficio e inviato in missione in una località di alta montagna dove erano previsti numerosi voli in elicottero, il mio stipendio si era più che triplicato. Altro che punizione! Fu una grande fortuna.
Così, quasi all’apice della gioia, dedicai il mio poco tempo libero all’attività, percorrendo più di centomila chilometri in quasi due anni, al punto che fui costretto a comprare una macchina nuova, ma i soldi ora c’erano. Facevo attività nella provincia di Reggio Calabria, in quella di Messina, al Centro culturale di Firenze, senza risparmiarmi.
Ma per il mio lavoro mi trovai a fare i conti con le mie paure: quella del vuoto (dovevo lanciarmi dall’elicottero in volo), quella dei boschi (dovevo stare giorni e notti in silenzio nascosto nella macchia), quella di prendere delle decisioni (avevo la responsabilità di molti uomini, cosa che mi richiedeva spesso di prendere decisioni immediate).
Il mio Gohonzon era chiuso da diversi mesi a casa della responsabile del gruppo. Lo volevo con me anche a costo di trovargli un posticino nel mio container. E così feci, riuscendo ad inserire il butsudan all’interno del mio stipetto metallico.
Partecipai a un corso buddista in Sicilia, dove incontrai Mariella. Era la donna che avevo sempre sognato, dolcissima e affascinante. Sentivamo la massima naturalezza nello stare insieme, era come se ci fossimo riconosciuti appartenenti ad un’unica famiglia: la nostra.
Intanto si avvicinava la visita del presidente Ikeda. Per quell’occasione, insieme ad altri miei colleghi, pensavo al modo di mettere la nostra conoscenza e professionalità a disposizione degli associati. Il presidente Ikeda decretò la nascita del gruppo “Vittoria”, unico al mondo nel suo genere, formato da membri che lavorano nelle forze dell’ordine.
Fu un’attività che mi procurò molta sofferenza. Desideravo tanto incontrare il nostro presidente e questo mi allontanava, senza che me ne rendessi conto, dal motivo principale per cui mi trovavo a Firenze, sorvegliare e proteggere la manifestazione. Ma non lo incrociavo mai. A mettere il dito nella piaga ci pensavano le telefonate della responsabile che mi chiedeva: «Hai incontrato Ikeda?». E io rispondevo: «No, non l’ho visto!». Poi mia madre dalla Sardegna: «Hai visto Ikeda?». Ed io: «Nooo! Non l’ho visto». La goccia che fece traboccare il vaso fu però un collega del gruppo Vittoria che mi disse: «Sai, sono stato fotografato da Ikeda». La mia delusione aumentò e andai a parlarne con un amico. «Anche se tu andassi tutti i giorni a cena con lui, la tua vita non cambierebbe di una virgola» mi disse. «Quello che conta è la spinta che il presidente Ikeda dà alla tua vita. E comunque lui va dove c’è gioia». Rimasi a pregare tutta la notte e piano piano la sofferenza si sciolse. La mattina seguente ero particolarmente in forma mentre mi trovavo all’ingresso del Centro Culturale. Prima passò Tamotsu Nakajima che mi salutò, chiedendomi: «Come va?». Poi incontrai Eichii Y amazaki che, sorridendo, mi chiese: «Tutto ok?». Per finire, passò Sensei, a bordo della sua macchina: si affacciò al finestrino sventolandomi la bandiera della SGI. Con quel semplice gesto quell’uomo mi aveva “tolto sofferenze e dato gioia”, e per poter essere un suo degno discepolo dovevo fare altrettanto con gli altri, cominciando dal mio lavoro.
Tornato in Aspromonte cominciai a recitare con un nuovo spirito e, dopo aver assistito inerme a numerosi sequestri, non riuscii più a restare indifferente di fronte al dramma delle persone sequestrate, che mi coinvolse in tutta la sua atrocità. Decisi perciò di recitare per dare il massimo nel mio lavoro.
Era agosto quando giunse la notizia di un nuovo sequestro di persona. Feci Gongyo e Daimoku e poi via al lavoro. Per cominciare, la mattina seguente ritrovai l’auto del sequestro e questo mi caricò d’energia. Il giorno dopo sarei dovuto uscire in elicottero con la mia squadra, alla ricerca del sequestrato, mi fiondai così davanti al Gohonzon, la mattina mi alzai alle tre e recitai Daimoku fino alle sei con un’unica determinazione: «Sarò io a liberare questa persona!», chiedendo al Gohonzon molta protezione per la mia vita. Così riunii la squadra ed espressi la convinzione, fra l’ilarità dei miei colleghi, che quella mattina avremmo liberato il sequestrato. Dopo alcune ore di perlustrazione, individuai dall’elicottero un uomo a torso nudo che, seduto su una roccia a strapiombo, posta in posizione inaccessibile, sventolava una maglietta. Incredibile, era lui, il sequestrato! Saltai giù dall’elicottero con un collaboratore cercando di tirarlo su con una fune, ma non fu possibile. Diedi allora disposizione all’elicotterista di calare il cavo d’acciaio. Quando vidi l’uomo risalire sull’elicottero imbragato dal cavo e abbracciare i colleghi, sentii un’esplosione di gioia nel mio cuore per la grandezza del Gohonzon. Poco tempo dopo arrivarono con gli elicotteri le più alte cariche istituzionali, compreso il mio comandante, che mi diede l’ordine inspiegabile di rimanere sul posto. Mentre tutti rientravano e io rimanevo solo, scorsi due uomini correre a valle. Erano i carcerieri che, convinti di essere rimasti soli, cercavano di dileguarsi. Senza perdere tempo chiesi, via radio, l’ausilio di un elicottero e arrestai i due uomini. A quel punto decisi di portare fino in fondo l’operazione. Ripercorsi i passi dei sequestratori e giunsi davanti ad un cespuglio dove, fra le altre cose, trovai un fucile a canne mozze carico e pronto a sparare. Mi si gelò il sangue, ma subito dopo tirai un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Era proprio davanti a quel cespuglio che il mio collaboratore ed io eravamo caduti saltando giù dall’elicottero, e fu solo per una grande fortuna che, finendo di spalle al cespuglio, evitammo di incrociare lo sguardo dei sequestratori e un possibile scontro a fuoco. In quel momento sperimentai personalmente cosa volesse dire affidarsi completamente al Gohonzon.
Un inviato di un grande quotidiano mi intervistò: ero un eroe e non ero nessuno. Naturalmente il gruppo, appreso il fatto dai quotidiani, festeggiò l’accaduto, anche perché sapevano che dietro quella mia operazione c’era il Gohonzon.
Nel settembre appresi da mia madre che mio padre era stato ricoverato per accertamenti urgenti e che molto probabilmente si trattava di neoplasia polmonare. In quell’occasione mia madre cominciò a praticare regolarmente e con grande coraggio, dimostrando una forza vitale che sbalordì mio padre, abituato a conoscerla di salute cagionevole.
Nel febbraio successivo mi trasferirono in Sardegna e a marzo mi sposai con Mariella, la ragazza che avevo conosciuto in Sicilia, e di cui ero follemente innamorato. Con lei andai a vivere in una casetta in campagna. Nel novembre successivo mio padre si spense serenamente tra le mie braccia, dopo aver recitato Daimoku ogni giorno per due settimane e, come io desideravo, fino a poco prima di morire. Come mi aveva detto Nakajima qualche tempo prima a Firenze «Il problema non sta nella malattia di tuo padre, ma nella sofferenza che la sua possibile morte ti provoca. È questa che devi cambiare».
Da questa esperienza ho imparato che non si possono aspettare tempi migliori per costruire, perciò bisogna sempre vivere ogni giorno al massimo.
Nell’aprile dell'anno dopo nacque un bel bambino, mio figlio, Federico. Non sono ancora diventato ricco, ma ho potuto ristrutturare la casetta in campagna nella quale viviamo, realizzando nel piano inferiore un mini centro per le attività, dotato di fax, computer e segreteria telefonica. Mi è stata affidata la responsabilità di settore della Divisione uomini, mentre quella della Divisione donne è stata affidata a Mariella. Ho realizzato un altro mio sogno: portare il Gohonzon nel mio posto di lavoro. Infatti il mio comandante e sua moglie, che vivono nello stesso edificio che ospita gli uffici del Commissariato di polizia, hanno ricevuto il Gohonzon.
Vorrei concludere raccontando una piccola cosa: da bambino sognavo di incidere un disco. A Firenze l’ho inciso gratuitamente e ora sono socio di una casa discografica.

Tratto dal NR n° 186 dell'Agosto 1997
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Commenti

  1. Grazie per quest'esperienza bellissima. Qui ne leggo tante commoventi e che mi rincuorano ed incoraggiano. Ma questa mi ha toccato davvero il cuore. Grazie mille!

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