Di nuovo una famiglia

La lontananza, la separazione, l’incomunicabilità, l’incomprensione: muri eretti a impedire un vero rapporto. In seguito la ricerca di un dialogo, l’incontro e, soprattutto, un grande affetto. Ovvero, come conquistare il cuore dei propri fratelli.

Dal ’61 vivo a Genova. Mia madre è morta nel giugno del’62 e con la sua morte finirono i rapporti con i miei, due fratelli e due sorelle e tanti zii e cugini.
In più di trent’anni ho solo sporadicamente sentito per telefono qualcuno, ma in modo deciso ho sempre chiuso ogni spiraglio di apertura con loro. Diversi da me, tutti di destra e discretamente razzisti. Non avevo trovato con loro spazio per la mia vita e non ho più inteso rischiare sofferenze: per cui ho sepolto ogni sentimento e semplicemente ho fatto a meno della famiglia.
Due anni fa passò da Genova in crociera mia sorella Rosaria ed io, spinta dalla mia amica Ines, andai a salutarla al porto. L’incontro mi commosse e presi a sentirla spesso per telefono, poi volai qualche volta a Napoli per conoscere i nipoti ormai grandi ed i figli dei miei nipoti. Intanto incontrai, dopo la morte di Ines, il Buddismo. Con la determinazione del mio carattere iniziai a praticare subito con costanza e l’anno scorso ricevetti il Gohonzon.
All’inizio di dicembre feci una scappata da mia sorella e mentre mi accordavo con mio cognato per portare una stella di natale sulla tomba di mia madre, mia sorella mi disse: «E poi sai Nino sta sempre peggio». Nino è mio fratello maggiore.
In un lampo pensai: «Che senso ha che vada a portare una pianta alla mamma se resto indifferente alla malattia di Nino che era il cuore del cuore di mia madre


A casa di Rosaria, la sorella

Antonia: «Da quanto tempo non vedi Nino?»
Rosaria: «Da più di vent’anni non vuole vedere nessuno della famiglia e oltre tutto non so nemmeno perché: io non gli ho fatto nulla. Ma lui è rimasto testa dura... All’inizio ci sono rimasta male, ci ho sofferto... ma poi... peggio per lui. Ogni tanto sento Giovanni suo figlio; sai si è sposato, ha un bambino e fa il medico; ma anche con lui è difficile incontrarsi, un po’ perché abita dalle parti di Salerno e un po’... con l’ostacolo di Nino è tutto più difficile».
Antonia: «Hai il suo numero di telefono?»
Rosaria: «Perché vorresti mica vederlo?» Antonia: «Mi sembra che ci devo provare».

L’incontro fu commovente e devastante. Di lui riconobbi solo gli occhi. Avevo lasciato un uomo di quarant’anni e mi ritrovai davanti un vecchio distrutto dalla malattia. Per tutto il pomeriggio tirò fuori rancore, cattiveria, nodi di astio verso la famiglia e tutti gli amici; trattò malissimo sua moglie quando cercò di calmarlo.
Tentò di avermi alleata nel suo odio per il mondo: «Anche tu te ne sei andata lontano. Eri tanto giovane ed hai dovuto crearti tutto dal nulla». Non fui d’accordo. Con la gola arsa e chiusa da un nodo che non comprendevo gli dissi che anch’io avevo fatto tanti errori, che tutti sbagliamo e che non capivo perché continuava a farsi tanto male rifiutando di vedere Rosaria che gli aveva sempre voluto bene. Non ricordo cosa altro gli dissi, so solo che le piaghe che aveva sulle mani, sul collo, sull’orecchio e nella bocca mi sembravano il materializzarsi del veleno che gli usciva dall’animo.
Ogni tanto andavo fuori dalla sua stanza con scuse varie (una sigaretta, vedere la casa, cercare mia nipote Rosa) e mia cognata Liliana mi diceva: «Insisti, Antonietta. Insisti perché è la prima volta che lascia dire quello che dici tu senza urlare, parlagli, parlagli, poi lui ci ripensa». A sera mi accompagnò a Napoli mio nipote.
Ero esausta, ed in macchina ascoltai il resoconto medico della malattia senza scampo di mio fratello. Quando fui da mia sorella corsi in camera e recitai Gongyo sera e Daimoku così a lungo che mia sorella venne a cercarmi preoccupata. In volo per Genova realizzai che, essendo io l’unico contatto della famiglia con Nino, non potevo assentarmi a lungo come al solito, ma dovevo tornare presto a Napoli, anche perché la malattia era di quelle che non lasciavano scampo, né molto tempo.
Ho tentato di scrivergli: non ci sono riuscita. Ho cercato nella mente ricordi belli con lui e non ne ho trovati; anzi ho scoperto che essendo lui il cuore del cuore di mia madre era stato anche l’oggetto primo del mio rancore verso la famiglia. Lui aveva occupato tutto il posto nel cuore di mia madre e mi aveva sbattuto fuori.
Ho chiesto e mi sono chiesta cosa fare. I miei compagni del gruppo mi spingevano a recitare tanto Daimoku ed io l’ho fatto, ma pensavo contemporaneamente che dovevo cercare qualcosa di più «concreto» da fare.
Ho telefonato più volte a mia cognata, seguendo dall’inizio la terapia forte che gli ha procurato malesseri ulteriori dovuti all’aggravarsi dell’arteriosclerosi.
Ai primi di febbraio Nino mi telefonò in ufficio: «Antonietta – mi disse con la sua voce un po’ affannosa per la mancanza di ossigeno – non aspettare Pasqua per venire a trovarmi». Misi giù il telefono e andai in agenzia a prendere i biglietti per un week-end a Napoli. Mia sorella si dimostrò gelosa nel sentire che tornavo così presto per rivedere lui; le spiegai che per me era importante sciogliere il nodo di veleno che c’era nel suo cuore, che non sapevo come avrei fatto, ma che dovevo provarci, solo così potevo allacciare con mia madre un rapporto che non avevo mai vissuto, perché non l’avevo mai considerata una donna, una persona. Avevo solo preteso l’affetto che mi sembrava lei non mi desse e l’avevo lasciata con durezza. Rosaria accettò la mia decisione e non fece commenti.
Trovai che mio fratello stava molto meglio: sorrideva e scherzava. Gli dissi che aveva messo l’orologio della vita all’indietro. Passammo un pomeriggio a guardare foto e scoprii così che quando mia madre si era risposata con mio padre, Nino aveva già dieci anni. Lo vidi quindi ragazzo- adulto soffrire di gelosia e rancori anche perché dopo un anno nacque mia sorella Barbara che subito fu per mio padre il centro della famiglia. Quanto si era sentito escluso? E mia madre aveva vissuto dei sensi di colpa per avergli imposto un padre estraneo? Per questo Nino era il cuore del suo cuore?
Passavano veloci i pensieri con le foto e le battute scherzose di Nino che mi riportavano ad un passato, identico al mio, ma tanto diverso dai miei ricordi. Passai la serata e buona parte della notte a raccontare a mia nipote Rosa il mio incontro con il Buddismo.

A casa del fratello Nino, in cucina

Rosa (la nipote): «Sei dolce, zia. E pensare che i miei ti avevano descritto come un panzer, una persona molto determinata e razionale».
Antonia: «Non sono mai stata un robot». Liliana (la moglie di Nino): «Antonietta, sei cambiata, prima eri molto rigida, mi facevi persino soggezione. Ora hai la stessa determinazione, ma sento che ti posso dire qualsiasi cosa senza paura di un tuo giudizio».

Presi atto che il mio cambiamento era visibile, e continuai a raccontare delle mie esperienze con il Buddismo di Nichiren. Mia nipote mi raccontò la sua vita, il suo divorzio, la sua solitudine e le sue preoccupazioni per Freddy, il figlio diciassettenne all’ultimo anno dello scientifico. Appena a letto mi addormentai di colpo pensando che al mattino mi sarei alzata presto per parlare da sola con Nino, abitualmente mattiniero.
Mi svegliai all’alba, feci una doccia calda, recitai un forte Gongyo e tanto Daimoku e poi mi misi di nuovo sotto le coperte perché avevo freddo, sempre recitando Daimoku.
Quando mi svegliai era tardi e la casa era già in piena attività. Addio all’incontro solitario con Nino, e poi in effetti cosa potevo dirgli?

A casa di Nino in tinello, mentre prima di pranzo è seduta vicino a lui

Nino (le prende la mano): «Tra un po’ te ne vai... sei stata troppo poco con me».
Antonia: «Devo andare, ho una marea di problemi in ufficio, non posso proprio... Ho trovato un fratello maggiore che non sapevo di avere, ma ho anche bisogno di stare con Rosaria e i suoi problemi. Certo se potessi chiederle di venire a prendermi a Salerno e di salire su a salutarti, visto che lei ha tanta voglia di rivederti, potrei stare anche tutto il pomeriggio con te. Potremmo stare tutti e tre insieme fino a sera.
Nino (la guarda e fa): «Eh...». Antonia: «Ma se Rosaria viene fin qui,
poi sale su perché ha voglia di rivederti». Nino: «Eh...».
Antonia: «Vado, vado davvero a telefonarle» (va nel corridoio e rivolta a Liliana): «Telefono a Rosaria che mi venga a prendere, così sale su e stiamo un po’ tutti insieme».
Liliana (moglie di Nino): «Aspetta e Nino che dice ?»
Antonia: «Lui è d’accordo».
Liliana (moglie di Nino): «Gesù, Gesù chist è propriu nu miracolo. Per vent’anni non ho potuto manco nominare Rosaria senza che venisse giù la casa e poi tu in quattro e quattr’otto le telefoni e la fai venire. (Scuotendo la testa) È proprio nu miracolo».
Rosa (nipote): «No mamma, penso che sia l’effetto del Buddismo di zia. Zia devi spedirmi qualche libro, giornale, voglio capire questo Buddismo capace di fare cose simili».
Antonia: «No, Rosa non è la strada giusta, lo studio da solo non serve, il Buddismo bisogna praticarlo. Quando torno a Genova vedrò di fare qualcosa per farti contattare da qualche buddista di Salerno».
Antonia (al telefono, in corridoio): «Rosaria, subito dopo la partita Giovanni mi accompagna da te e quindi arriverò in serata; a meno che tu non voglia, se non hai altri impegni improrogabili, venire con Antonio a prendermi, così sali su e saluti Nino»
Rosaria (la sorella): «Ma che si’ scema ? Allura nun hai capito niente! Chill è ventanni che nun me vò vedè»
Antonia: «Gli ho parlato ed è d’ accordo».
Rosaria: «Ma io ora...».
Antonia: «Pensaci, non devi dirmelo subito. Se puoi, se anche Antonio può, dopo il riposino venite. Prima di partire fate un colpo di telefono così Rosa viene a prendervi all’uscita dell’autostrada... non me lo devi dire ora; pensaci, parlane con Antonio. Aspetto una telefonata. Ciao».

L’incontro tra Rosaria e mio fratello è stato toccante: privo di parole e denso di emozioni. Quando siamo ripartiti alla sera Rosa ha inseguito l’auto e attraverso il finestrino mi ha detto: «Zia non dimenticare, fammi telefonare da un buddista». Figuratevi se me lo dimenticavo. Sono tornata a Napoli a Pasqua. Mia nipote pratica in un gruppo che si riunisce vicino a casa sua e si chiama Universo.
Ho conosciuto Lucia la sua responsabile, che è una giovane donna con un grande cuore; ho praticato con loro e sono felice. Il nodo di astio si è sciolto. Le piaghe sul corpo di Nino sono meno vivide e sembrano cicatrizzarsi. Il Daimoku è entrato nella sua casa e sono certa che presto entrerà anche nel suo cuore. (A. G.)
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