Contro ogni pregiudizio

Le donne dell'epoca di Kamakura, come la moglie di Daigaku Saburo, erano particolarmente attratte dall’insegnamento del Daishonin perchè affermava la possibilità anche per loro di ottenere l’Illuminazione.

articolo tratto dalla rivista Daibyakurenge

Una figura di spicco fra le donne che seguivano l’insegnamento del Daishonin era la moglie di Daigaku Saburo (non si conosce il suo nome), che si convertì al Buddismo assieme al marito nel 1260, mantenendo una salda convinzione per tutto il corso della sua vita.
Nel 1264, Nichiren Daishonin le inviò una lettera nella quale si congratulava con lei perché ogni giorno si dedicava alla recitazione del Sutra del Loto (Sulle mestruazioni, DuemilaUno, n. 31 pag. 59).
Anche lei, come altre seguaci del Daishonin, era una donna colta e intellettualmente assai dotata, capace di recitare il sutra in caratteri antichi: una rarità, in un’epoca come quella di Kamakura, in cui la quasi totalità della gente non era in grado di leggere e scrivere. Perfino i samurai che si istruivano presso i templi locali, a causa dei loro impegni militari non possedevano una simile cultura.
Suo marito, Hiki Daigaku Saburo Y oshimoto (1202-1286), faceva parte della famiglia Hiki, una famiglia di samurai in seguito distrutta dal potente clan Hojo, e aveva studiato confucianesimo a Kyoto dove aveva servito l’ ex-imperatore Juntoku. Successivamente si trasferì a Kamakura dove fu assunto dal governo militare come maestro di Confucianesimo: il suo nome, Daigaku, era proprio il termine con cui veniva designato l’ insegnamento confuciano.
Quando, nel 1260, Nichiren Daishonin sottopose allo shogunato il trattato Assicurare la pace al paese attraverso l’adozione del vero Buddismo (Rissho ankoku ron) chiese a Daigaku Saburo, che aveva fama di grande letterato, di correggere la presentazione. Fu proprio in quell’occasione che, dopo aver letto il Rissho ankoku ron, Saburo e sua moglie si convertirono al Buddismo del Daishonin.
Nichiren Daishonin lo teneva in grande considerazione, reputandolo il miglior erudito della regione. Infatti, benché nei suoi scritti utilizzasse l’alfabeto kana, comprensibile a tutti (e sappiamo che per questo fu molto criticato dai suoi avversari), nelle lettere indirizzate a Saburo adoperò i caratteri cinesi, una sorta di latino ad uso dei letterati. In cinese sono anche le lettere indirizzate a Toki Jonin, al signor Ota e a Soya Nyudo, tutti uomini di notevole cultura.
La moglie di Daigaku Saburo aveva scritto al Daishonin ponendogli una serie di domande sulle formalità da osservare nella pratica del Sutra del Loto. La prima domanda riguardava il fatto se il capitolo Yakuo fosse il capitolo più importante di tutto il Sutra del Loto. Il Daishonin all’inizio della lettera ci dice che la donna si era dedicata ogni giorno alla lettura di un capitolo del sutra e che nell’arco di ventotto giorni l’aveva letto interamente. In seguito, aveva ripreso la lettura del capitolo Yakuo, il ventitreesimo, che suscitava grande interesse nelle donne per il suo contenuto innovativo. Nell’ultima parte, infatti, si narra di una donna che riuscì a ottenere la Buddità seguendo l’insegnamento senza aggiungervi niente di personale. Questo era un concetto davvero rivoluzionario poiché, per gli insegnamenti buddisti precedenti il Sutra del Loto che erano anche quelli maggiormente diffusi, non soltanto le donne non potevano raggiungere la Buddità, ma, peggio, conducevano anche gli altri verso l’infelicità e per questo erano oggetto di disprezzo.
Per esempio nel Sutra Kegon si legge: «Le donne sono i servitori dell’ inferno. Distruggono i semi della Buddità negli altri. Il loro aspetto è quello di un Bodhisattva, ma in fondo a loro stesse sono degli esseri diabolici».
Si riteneva, dunque, che le donne non avessero la capacità di ottenere la Buddità e che a nulla sarebbero valsi anche sforzi incredibili. Da bambine dovevano subire la volontà del padre, in seguito obbedire al marito, e nella vecchiaia essere al servizio dei figli. Essenzialmente questa concezione delle tre obbedienze derivava dal confucianesimo che permeava l’intera società.
Nichiren Daishonin, invece, elogiò la moglie di Daigaku Saburo perché aveva seguito l’insegnamento del Sutra del Loto in un periodo in cui la maggior parte della gente l’aveva ripudiato ritenendosi superiore.
Così le scrisse: «Può accadere che il sole e la luna non sorgano più a est, che la terra cessi di ruotare, che cessi il flusso e il riflusso delle maree, che una pietra spezzata si ricomponga, che i fiumi e i torrenti non si riversino nell’oceano, ma non accadrà mai che una donna che crede nel Sutra del Loto cada nei cattivi sentieri a causa di colpe mondane» (Ibid., pag. 61).
Queste parole sono un chiaro messaggio per tutte le donne. Il Buddismo non fa nessuna differenza tra gli individui in base all’età, al sesso, alla condizione sociale, alla nazionalità o alla razza, poiché ognuno possiede in egual misura la natura di Budda e ha pieno diritto alla felicità.
Riguardo alla domanda sul capitolo Yakuo, le spiegò precisamente che tra i ventotto capitoli del Sutra del Loto, l’Hoben è il cuore dell’insegnamento teorico e il Juryo dell’insegnamento essenziale, e che recitando questi due capitoli si ottengono grandi benefici, senza che sia necessario recitarne altri. Sia il capitolo Devadatta (dodicesimo) che il capitolo Yakuo (ventiduesimo), dove si parla dell’Illuminazione delle donne, in realtà non sono altro che un’ulteriore approfondimento dell’insegnamento dell’Hoben e del Juryo. In definitiva le chiarì che non era necessario leggere il capitolo Yakuo, ma che bisognava leggere assiduamente l’Hoben e il Juryo, stabilendo così che questi fossero la base della pratica quotidiana di supporto alla recitazione del Daimoku.
La seconda domanda riguardava le particolari restrizioni da osservare durante il periodo mestruale.
Sia la domanda che la risposta del Daishonin devono essere considerate nel contesto storico. Lo Shinto (o Via degli dèi), la religione indigena giapponese, dava grande importanza alla purezza rituale e aveva stabilito un gran numero di veti o tabù: morte, malattie, ferite, parto, mestruazioni e così via, erano viste come fonti di contaminazione, e chi veniva in contatto con esse doveva sottoporsi a una purificazione rituale. Tali tabù erano profondamente radicati nella coscienza popolare ed entrarono a far parte anche delle pratiche buddiste. Pochi erano consapevoli della loro origine non buddista cosicché, per esempio, alle donne era proibito varcare la soglia di un monastero buddista durante il periodo mestruale.
Il Daishonin affermò che nessun testo buddista accenna a tali tabù e alle relative pratiche di purificazione. Inoltre non c’era ragione di considerare le mestruazioni fonte di contaminazione, in quanto sono solo una funzione naturale legata alla perpetuazione della specie.
Coloro che non abbracciano il Sutra del Loto – proseguì – e che ostacolano le donne che desiderano prendere fede in esso, difendono di fatto questa concezione secondo la quale esse sarebbero impure. Ma le donne, senza lasciarsi influenzare da queste idee, possono continuare la loro pratica buddista libere dalla paura.
Così Nichiren Daishonin combatteva i pregiudizi della sua epoca, causati dall’influenza della cultura cinese.
Tuttavia, tali tabù erano fermamente radicati nella società giapponese e, secondo il principio di zuiho bini (adattare l’insegnamento alle tradizioni locali), è meglio astenersi dal violare gli usi e i costumi di una società. Il Buddismo nella sua divulgazione si è sempre adattato agli aspetti marginali dei paesi e dei tempi, abbracciando le usanze locali, ma mantenendo intatto il suo messaggio fondamentale. Quindi spiegò alla moglie di Saburo che, pur rispettando le convenzioni sociali, non bisogna seguirle ciecamente quando interferiscono con la pratica buddista. La lettura del sutra e la recitazione del Daimoku sono la pratica fondamentale per un credente e non devono essere omesse in nessuna circostanza.
Delle lettere scritte dal Daishonin, una su cinque è indirizzata a una donna; sappiamo che egli iscrisse trentadue Gohonzon per gli uomini e quindici per le donne. Si calcola inoltre che durante la sua vita ci fossero circa duecentosettantatre seguaci, di cui sessantasei monaci e duecentosette laici. Di questi ultimi, centoquarantuno erano uomini e sessantasei donne. Le donne rappresentevano quindi il 22% dei discepoli del Daishonin considerando sia i monaci che i laici e il 30% se invece si considerano solo i laici: un’ottima proporzione, dunque. Evidentemente, erano particolarmente interessate all’insegnamento del Daishonin, che spesso attribuì loro dei titoli onorifici come per esempio Ama, Ama Gozen, Shonin, Jonin.
Raramente egli appellò un suo discepolo con l’attributo di Shonin (saggio), ma lo fece per la madre di Oto Gozen, che gli fece visita durante il suo esilio nell’isola di Sado, in un momento in cui imperversavano più che mai le persecuzioni: «Tu sei la più grande seguace del Sutra del Loto fra tutte le donne del Giappone. Perciò, seguendo l’esempio del Bodhisattva Fukyo, ti darò un nome, Nichinyo Shonin (Nichinyo la saggia)» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 5, pag. 147).
Nichiren Daishonin ha sempre mostrato un grande rispetto verso le donne sue seguaci, considerandole quasi delle eroine della fede. Desiderava che afferrassero il senso della loro vita divenendo consapevoli della loro missione, libere dalle visioni errate degli insegnamenti precedenti, così radicate nella mentalità della gente, che le volevano inferiori agli uomini.
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Commenti

  1. Complimenti per il blog!
    Anche io, pur non essendo buddista, sono molto influenzato dalle filosofie orientali.
    Ancora complimenti,
    Enrico

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  2. Grazie Enrico sei molto gentile. Ciao :)

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