La serenità conquistata

Quando pensava di aver raggiunto la tranquillità tanto attesa, la scoperta della tossicodipendenza del figlio. Il Buddismo entra in famiglia. Problemi grandi e piccoli si susseguono, e un’altra scoperta: la pace interiore si trova nella lotta di tutti i giorni.

Dopo quarant’anni di lavoro dedicati alla scuola, proprio quando mi accingevo a godere del meritato riposo facendo progetti insieme a mio marito, finalmente libera da orari e impegni, inizia invece il periodo peggiore della mia vita e di quello della mia famiglia con la scoperta che mio figlio Nicola, il maggiore, si drogava.
Da quel momento, per cinque lunghi anni, la nostra vita è stata un interminabile calvario sino a che, mio figlio minore Marco inizia a praticare il Buddismo, seguito subito da mia figlia Sara.
Nonostante fossi una cattolica praticante non li ostacolai perché capii che pur essendosi indirizzati verso un’altra religione, questo avrebbe potuto creare in loro una spiritualità che prima non avevano, ed accettai così che il Gohonzon entrasse nella mia casa.
Intanto vedevo il loro cambiamento in quella che era la vita di tutti i giorni ed in particolar modo nei confronti del fratello Nicola, che aveva sconvolto le nostre esistenze. Il loro desiderio era quello di far praticare tutta la famiglia, ma soprattutto me, che come madre avevo un legame molto profondo con questo figlio.
La mia casa era diventata luogo di riunioni, ed io che sono sempre stata una persona aperta e disponibile al dialogo con i giovani, avevo piacere di trovarmi in mezzo a loro e poterli ascoltare. I miei figli, molto furbescamente, usavano la “strategia del Sutra del Loto” invitando a turno persone che avevano abbracciato il Buddismo da tempo e che avevano avuto in famiglia esperienze comuni alla nostra, sperando che finalmente oltre ad ascoltare mi decidessi a praticare.
Improvvisamente muore mio marito, per cui la situazione già drammatica diventa per me insostenibile, dal momento che mi era venuto a mancare il suo conforto. E così decisi di recitare Daimoku.
In occasione di una visita del direttore della SGI, i miei figli ebbero l’idea di invitarlo a pranzo, proprio in un momento in cui le vicissitudini di Nicola stavano precipitando: infatti era al suo ennesimo ricovero in ospedale. Fra l’altro, ricordo che in quel periodo stavo preparando le conserve di pomodori per l’inverno, riempivo delle bottiglie di birra e queste, inspiegabilmente, scoppiavano sporcando tutti i muri fino al soffitto, dalla cucina al corridoio, mentre mia figlia cercava di incoraggiarmi dicendomi: «Non ti preoccupare, questo è un buon segno, sono solo demoni » e intanto perdevo tempo e pomodori.
Stufa delle sue spiegazioni sbottai: «In questa casa ci mancano solo i giapponesi».
Nonostante ciò la convinzione dei miei figli era tale che il pranzo riuscì perfettamente e anche Paolo appena dimesso dall’ospedale poté parteciparvi.
Di quella giornata serbo un ricordo meraviglioso e determinante per la mia fede. Ricordo ancora la frase che Kaneda mi disse salutandomi: «Lei ringrazierà suo figlio per questa sofferenza che sarà quella che la farà decidere di praticare il Buddismo».
A dicembre dello stesso anno, quando l’angoscia e la disperazione avevano raggiunto il culmine, incominciai a sillabare Gongyo; l’anno dopo feci la conversione riuscendo finalmente a sconfiggere il senso di colpa per aver abbandonato la mia prima e unica fede.
Quanto prima i famosi “demoni di mia figlia” comparvero immancabilmente, facendo a gara tra loro per mettere alla prova la mia fresca fede. Subii scippi, incidenti, ed ebbi un forte esaurimento nervoso peraltro superato in soli 45 giorni.
In quei momenti particolarmente bui, leggevo e rileggevo la frase del Gosho Felicità in questo mondo: «Considera la sofferenza e la gioia come fatti della vita, e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo qualunque cosa accada».
Così dopo le grosse sofferenze sono arrivate anche le gioie.
Proprio mio figlio Nicola, pur continuando ad avere il suo problema che gli aveva procurato anche grossi danni fisici, iniziò a praticare e fece anche lui la conversione.
I miei figli avevano veramente ragione a rimarcarmi la profonda relazione karmica che esiste tra madre e figlio, anche se è stato difficilissimo capire ed accettare che tutto ciò era l’effetto doloroso di una causa precisa che era dentro di me. Inizialmente, infatti, recitavo Daimoku per Nicola, ma non cambiava niente, fino a che pian piano non sentii che nella mia vita esisteva la Buddità e che quella era la via per poter influenzare la sua vita.
Non mi lesinai dal far conoscere il Buddismo a coloro che ancora non avevano avuto la fortuna di incontrarlo. Da quel momento un po’ di pace è entrata nella mia famiglia: gli altri due figli si sono sposati con delle splendide persone, che a loro volta praticano il Buddismo, regalandomi inoltre la gioia di quattro meravigliosi nipotini.
Sempre in quel periodo, dopo il loro matrimonio, si liberò una camera che riservai esclusivamente per il Gohonzon. Mi affidarono inoltre la responsabilità di un bellissimo gruppo pieno di giovani, ed intensificai la mia attività di propagazione. Tutte le occasioni erano buone. Giravo con le fotocopie delle esperienze di mia nuora e di mio genero che erano state pubblicate sul Nuovo Rinascimento, sia che andassi in palestra o che frequentassi l’Università della terza età, perché nonostante i miei 72 anni facevo e faccio tutte queste cose grazie al mio spirito e all’energia che mi viene dalla pratica e dall’attività buddista.
Quando qualcuno mi chiede il mio segreto rispondo: niente cure di bellezza, niente pozioni magiche, lo volete proprio sapere? Venite a casa mia il primo e il terzo giovedì di ogni mese per saperne di più.
E come dice la frase «Sofferenza e gioia fanno parte della vita», dopo la gioia ricomparve la sofferenza originale che mi aveva spinto ad avvicinarmi al Buddismo, con l’aggravarsi della salute di Nicola e conseguentemente con la sua morte.
In questo momento di estrema difficoltà la fede nel Gohonzon mi ha permesso di sentire quanto, anche in mezzo al dolore, si possa gioire; infatti Nicola prima di morire è riuscito a ridare una sorta di serenità alla nostra famiglia, avendo trascorso gli ultimi giorni di vita in una condizione di pace interiore che non aveva mai provato in questa sua tormentata esistenza.
Sono assolutamente convinta che la sua missione in questa vita sia stata quella di portarci tutti ad abbracciare il Buddismo e di questo gli sono immensamente grata. Inoltre sento attraverso la mia preghiera che lui ora è finalmente felice e trovo così ancora più forza per alleviare il mio profondo dolore per la sua mancanza. L.G. (dati modificati)
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