Guarire dentro

«Cosa poteva saperne lei del mio dolore? A un certo punto però disse l’unica cosa che poteva smuovermi: “…e poi, non pensi ai tuoi figli, che esempio vuoi dar loro, di una persona che lotta o che si arrende?”».

A tre anni sono stata letteralmente trasportata a vivere a casa dei nonni paterni che conoscevo a malapena, con una spiegazione apparentemente logica: «Mamma è morta, papà insegna a Roma, devi rimanere qui».
Tre anni sono pochi per capire la morte e la lontananza, per cui mi adattai al mio ruolo di povera orfanella e crebbi prepotente e arrogante come tutti gli insicuri.
A diciotto anni la stupefacente rivelazione: non solo mia madre era viva e vegeta, ma scoprii di avere anche una sorella. Tutta la sofferenza accumulata in quei quindici anni, si trasformò in un torrente di odio e di rancore verso tutti. Come avevano potuto farmi ciò? Naturalmente l’atteggiamento immediato fu di rifiuto totale: non volevo nemmeno vederle. Da tempo ero fidanzata con un bravo ragazzo che mi adorava, con cui ci saremmo dovuti sposare entro due mesi, ma la ribellione folle che mi pervadeva mi fece fare un bel colpo di testa: conobbi un artista alternativo e simpaticone, così diverso dalle persone noiose che conoscevo, e fuggii con lui in Svezia. Dopo un periodo colorato e confuso, in cui ci nutrivamo solo di arte e fantasia, il tipo eclettico e pieno di risorse divenne mio marito e il padre dei miei due adorati figli. Cosa potevo desiderare di più? Il resto era stato rimosso, avevo la mia bella famiglia, un negozio che rendeva, eravamo felici, chi si poteva intromettere tra noi? Fu l’alcool il veleno corrosivo che distrusse il nostro castello, la sua testa e i nostri sogni.


Ci separammo tempestosamente in tribunale, facendoci reciprocamente a pezzi. Lui andò a vivere in un’altra città; io rimasi a Milano, con i figli da mantenere e da far crescere e il negozio da mandare avanti. Ero furiosa con la vita.
In un’obsoleta palestra lontana da casa mia, incontrai una curiosa signora che mi invitò a una riunione buddista e, fatto ancora più curioso, scoprimmo che abitavamo nella stessa via, una di fronte all’altra. Perplessa, scettica, incuriosita, iniziai subito a recitare Daimoku e a fare Gongyo; mi svegliavo di notte e pronunciavo quelle assurde parole, come se le sapessi da sempre. Dopo pochi mesi iniziarono a praticare anche i miei figli e, seppure con molta difficoltà, iniziò la ricostruzione della nostra famiglia che finalmente si aprì anche a mia madre e a mia sorella.
(Dieci anni dopo).
Mi venne la brillante idea di aprire un ristorante; naturalmente fui ostacolata dai condomini, dal comune e dai vari amministratori, ma nutrita di Daimoku chi mai poteva fermarmi? Riuscii persino a farmi aprire un archivio storico nel periodo di ferragosto per risolvere il problema di una canna fumaria per la quale non mi davano i permessi definitivi. Aperto il ristorante, iniziai a lavorarci quattordici ore al giorno, i clienti aumentavano, erano soddisfatti, insomma le cose cominciavano ad andare bene, ma quella che non andava bene ero io.
Io forte, io che non mi ammalavo mai, io che odiavo le medicine e gli ospedali, dovetti fare una biopsia. Quando andai a ritirare il referto, la dottoressa con fare di circostanza mi disse: «Signora le analisi sono tutte positive» e io: «Ah, meno male, che bello!». Lei allora cominciò a parlarmi in termini incomprensibili, paroloni difficili e io con gli occhi rotondi continuavo a guardarla sorridendo finché, pensando che fossi totalmente idiota, urlò: «Ma insomma, non ha ancora capito che ha un tumore, che è grave, che si deve ricoverare subito?». Uscii e iniziai a camminare, non so per quanti chilometri; la testa si era dissociata da quel corpo malato che non voleva accettare. I miei figli, saputa la notizia, mi fissarono subito un incontro per chiedere un consiglio di fede.
La prima cosa che dissi alla responsabile, tirando fuori tutta la mia arroganza fu: «Dimmi quello che ti pare, ma non mi dire che è una grande occasione e una grande sfida!». Sorridendo iniziò a parlare, ma io non ascoltavo niente, cosa poteva saperne lei del mio dolore? A un certo punto però disse l’unica cosa che poteva smuovermi: «…e poi, non pensi alla responsabilità che hai nei confronti dei tuoi figli, che esempio vuoi dar loro, di una persona che lotta o che si arrende?». Parole magiche! Da quel momento decisi che avrei fatto la leonessa. Recitavo tre o quattro ore di Daimoku al giorno ruggendo, come se Nam-myoho-renge-kyo fosse la “chemio” più potente del mondo e mi circolasse nelle vene; finalmente per me aveva un senso quella frase del gosho Risposta a Kyo’o che dice: «Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone. Quale malattia può quindi essere un ostacolo?» (SND, 4, 149).
Studiavo I misteri di nascita e morte e ruggivo e, quando non ero in grado di farlo, c’erano persone meravigliose che lo facevano per me con lo stesso sentimento. Nel frattempo, mentre ero in ospedale lottando tra la vita e la morte, il mio socio pensò bene di farmi causa per impadronirsi del ristorante.
I medici però cominciavano a essere ottimisti e io più di loro; intanto riflettevo sulla mia vita, su come era stata piccola, quanto l’avevo calpestata concentrandomi solo su quello che non avevo, quanto mi ero lamentata di tutto e di tutti. Dopo quasi un anno, un’operazione molto dolorosa e altri cicli di chemio, felice di avere vinto la malattia, di essere viva e di avere capito che era veramente stata una grande sfida e una grandissima occasione, decisi di rivedere alcune cose che non andavano, a cominciare dal rapporto col mio socio. Non volevo più tornare al ristorante a causa sua, perché era sempre ubriaco, trattava male tutti ed era impossibile farlo ragionare, ma ormai avevo imparato la lezione: lottare o arrendersi? Tornai, e le cose cominciarono a cambiare. L’ambiente ora si è trasformato ed è diventato meglio di prima. Io lavoro part-time, per cui ho più tempo per fare attività e la mia bella barista, studentessa universitaria ha preso il Gohonzon l’anno scorso.
Ma ancora rimaneva irrisolto il pessimo rapporto che da vent’anni si trascinava col mio ex marito. Il rancore e la rabbia non si erano mai sopiti e ogni volta che ci vedevamo ci “azzannavamo”. L’occasione non tardò a presentarsi e dopo alcuni mesi: dovevamo incontrarci per questioni burocratiche e io decisi che stavolta sarebbe stato diverso. Mi presentai all’appuntamento armata di Daimoku, di buona volontà e di un bel sorriso, e “stranamente” lui rispose allo stesso modo: mi invitò a pranzo, passeggiammo a braccetto come due cari amici e ci salutammo con un abbraccio dopo di che, toccandogli affettuosamente la pancetta prominente, gli dissi: «Piero ricordati che sei un Budda!». Il suo sorriso di risposta non lo dimenticherò mai.
Dopo quindici giorni, ci telefonarono da Bari, dove lui insegnava pittura e scultura in una comunità di recupero per tossicodipendenti, per dirci che l’avevano ricoverato per una polmonite. Già pronti per partire, chiamammo l’ospedale per avere notizie, ma il medico, in tono molto agitato, ci chiese di richiamare dopo dieci minuti. Utilizzammo quel tempo per fare Daimoku e quando ritelefonammo ci dissero che nel frattempo Paolo era morto. Arrivati a Bari nella camera mortuaria, dove erano presenti i suoi allievi e il dirigente della comunità, chiedemmo di poter fare Gongyo, dicendo che i presenti erano liberi di rimanere o di uscire. Rimasero tutti. Dopo Gongyo, con grande affetto lo salutammo dicendo: «Ci vediamo nella prossima vita».
Alla fine della cerimonia, mentre aspettavamo fuori che terminassero le ultime formalità, mi si avvicinò il dirigente della comunità che mi disse: «Senti, mi puoi spiegare cosa fate, non ho mai visto un rapporto così sereno con la morte!». Naturalmente gli parlai di questo Buddismo e scoprii che aveva grossi problemi di salute, per cui si dimostrò veramente interessato. Inutile dire che ha iniziato a praticare.
Al ritorno da Bari mi proposero la responsabilità di un nuovo capitolo, così piccolo e disastrato che mi misi a piangere, ma poi prevalse la voglia di sfidarsi. Lo chiamammo Dante, ispirandoci al poema del presidente Ikeda rivolto agli italiani e, poiché il territorio si chiamava Rinascimento e il capitolo dal quale ci si distaccava Leonardo, pensai: «Qui mettiamo in pratica il vero Umanesimo!».
Ebbene, in un anno il capitolo Dante è quasi raddoppiato e sta per nascere il terzo settore! Parallelamente, nello stesso anno, ho rispolverato il mio desiderio d’arte e ho realizzato diversi quadri e sculture con l’obiettivo di fare una mostra entro breve.
Ma la felicità più grande per me, spaventata dalla vecchiaia, è stata quella della nascita della mia nipotina, grazie alla quale sono entrata a far parte della “Divisione nonne”.
E quest’anno, il giorno prima di partire per Chianciano, dove si sarebbe svolto il corso nazionale della Divisione donne, mi ha telefonato il mio avvocato per dirmi che avevo vinto la causa contro il mio socio. Quanto è vera quella frase tratta dal Gosho Il prolungamento della vita che dice: «Se non vuoi prenderti cura di te stessa, sarà molto difficile che tu guarisca dalla tua malattia»! E per malattia intendo quella “dentro” e quella “fuori”. Considerazioni? L’avventura della mia vita è stata e sarà sempre un susseguirsi di grandi occasioni e di sfide. Perché? Pensate che mi fermi qui? (dati modificati)
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Commenti

  1. questa testimonianza(come sempre) capita a proposito.
    <3 Grazie

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  2. questa testimonianza(come sempre) capita a proposito.
    <3 Grazie

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  3. Grazie !! ti sto leggendo dall'ospedale, dove sono per aver permesso a tutti di fare scempio e pascolo della mia vita, e dove ho dato e ricevuto amore infiniti e inattesi. Stasera abbiamo fatto Gongyo sul mio letto, e quando uscirò la ita proseguirà con più valore e con tanto daimoku..sarà eccezionale, come questo ricovero. Spero di farne un'esperienza vittoriosa, oltre la mia inventiva !!!

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