Libera, per sempre

«In quei ventuno giorni di carcere sperimentai una condizione vitale al di là di ogni immaginazione. Era come se avessi per compagno di cella Josei Toda, di cui leggevo l’esperienza di prigionia su La rivoluzione umana»

Quando a vent’anni conobbi G, lui faceva uso di sostanze stupefacenti e conduceva una vita sregolata: ai miei occhi appariva brillante, ma anche tormentato. All’epoca non sapevo che questo era dovuto alla droga. Più cercava di tenermi a distanza, più io insistevo per toccare il suo cuore. Dopo i primi mesi ero riuscita a instaurare un rapporto di fiducia e G aveva cominciato a confidarmi ciò che lo teneva sveglio di notte. Per ripagare un debito ad alcuni spacciatori del quartiere, si era messo lui stesso a spacciare. Pur non condividendo minimamente questo suo stile di vita, non riuscivo a contrastarlo e, in qualche modo, era come se assecondassi le sue scelte. Ero praticamente sua complice. Ma non riuscivo a staccarmi da lui.
Qualche mese prima di conoscere G, mi ero avvicinata al Buddismo, spinta dal desiderio di trasformare la mia insicurezza. Cominciando a fare Gongyo mattina e sera, sentii sempre più l’esigenza di sradicare questa dipendenza da lui. Dopo un corso buddista, incoraggiata dai compagni di fede, presi la decisione di affrontarlo e dissi a G che se continuava così ero disposta anche a perderlo. L’effetto non si fece attendere. Dopo una settimana, alle cinque di mattina, le forze dell’ordine vennero a casa con un mandato d’arresto nei miei confronti. Ebbi solo il tempo di prendere La rivoluzione umana vol. 1, che mi era stato regalato la sera prima dal mio gruppo e, tra la sofferenza dei miei genitori, ignari di tutto, partire alla volta del carcere.



Generalmente, per non inquinare le prove, si viene trattenuti in carcere due o tre giorni fino a ratifica del provvedimento. Nel mio caso quei due o tre giorni diventarono tre settimane, a causa di lungaggini burocratiche. Mi accusavano di essere la contabile di un ingente traffico di stupefacenti. Per un anno avevano tenuto sotto controllo il telefono di G e in tre casi avevano sentito gli interlocutori chiedere di me in sua assenza. Niente di più facile, visto che frequentavo spesso casa sua e che le persone a cui forniva le dosi erano gli amici che facevano parte della nostra compagnia abituale. Era bastato ciò per far dedurre agli investigatori che io ero parte attiva di un’organizzazione criminale. Nella perquisizione di casa mia ovviamente non trovarono nulla. In realtà gli investigatori avevano preso un macroscopico abbaglio, non solo nei miei confronti che mi ritrovavo a subire in prima persona una terribile ingiustizia, ma anche, in un certo senso, nei confronti di G e dei suoi amici. Pensavano di aver messo le mani su chissà quale rete di spacciatori, mentre invece si trattava solo di ragazzi che si erano messi in un gioco più grande di loro.
Comunque alla fine, in quell’assurda situazione mi ci trovavo incastrata anch’io. E la soluzione non poteva che partire da me. In quei ventuno giorni di carcere sperimentai una condizione vitale al di là di ogni immaginazione. Era come se avessi per compagno di cella Josei Toda, di cui leggevo l’esperienza di prigionia su La rivoluzione umana. Dormivo con il libro sotto il cuscino, mettevo in pratica tutto ciò che studiavo e decisi di fare otto ore di Daimoku al giorno, decidendo di sentirmi già libera. Mi accertai che la recitazione non desse fastidio né alla mia compagna di cella né alle guardie. Praticare tante ore al giorno non mi pesava, anche se ero continuamente assalita dai dubbi: secondo le mie compagne se non uscivi nei primi tre giorni di reclusione, voleva dire che non saresti più uscita fino al giorno del processo. Cercai di allontanare la paura e man mano che andavo avanti con il Daimoku affiorava in me la sensazione di essere già libera. Percepii il piacere di condividere le sofferenze delle altre detenute, m’intrattenevo con loro, volevo imparare a vivere bene lì dove mi trovavo, in carcere, cercando di non usufruire di quei privilegi che il personale mi riservava per il fatto che ero “tanto diversa dalle altre recluse”. In quei giorni mi sentii profondamente a mio agio. Fino al punto in cui una mattina, svegliandomi, sentii una gran nostalgia di dover prima o poi separarmi da quelle persone. Quello stesso giorno, poco prima di pranzo, arrivò una guardia dicendomi: «Preparati, da oggi sei libera». Era una giornata di sole pieno. Il motivo per cui mi avevano inspiegabilmente rilasciata era che il Pubblico Ministero non aveva potuto rispondere al ricorso avviato dal mio avvocato al Tribunale delle Libertà perché aveva smarrito i fogli relativi alla mia causa.
Il mio iter processuale in questi anni è stato il seguente: in primo grado sono stata condannata a 3 anni e 4 mesi di reclusione, in appello a 3 anni meno 21 giorni e in Cassazione quest’ultima condanna è stata confermata. Avrei dovuto scontare la pena in carcere se, nel frattempo, non fosse passata una legge con cui ottenere l’affidamento ai servizi sociali. Dovevo però dimostrare al giudice di essere perfettamente inserita nella società. In cuor mio sapevo che era così, anche per via della mia posizione lavorativa – come commessa in un negozio – che andava migliorando sempre più. Ma come fare a persuadere chi mi doveva giudicare? Nei giorni che precedettero l’udienza, venni colta dal timore di subire un’ulteriore limitazione alla mia vita. Nuovamente la mia unica risorsa era il Daimoku, il mio obiettivo quello di incontrare le persone più idonee a giudicarmi. La risposta fu immediata. Il magistrato che presiedeva il mio ricorso era un distinto signore con cui, negli ultimi mesi, mi ero intrattenuta spesso a parlare nel negozio in cui lavoravo e dove lui veniva a comprare regali per sua moglie. Quando in aula i nostri sguardi si sono incrociati, non potevo credere ai miei occhi. Ho ringraziato ancora una volta il Gohonzon, chiedendo scusa per i tanti dubbi che avevo nutrito e che ora si scioglievano come neve al sole. Chi meglio di una persona che mi aveva conosciuto “fuori”, poteva giudicarmi per ciò che ero in realtà e non per quello che la legge aveva voluto far credere? La mia richiesta venne accettata e con l’inizio di questa pena alternativa, fui obbligata a stabilire il domicilio a casa dei miei genitori e rincasare entro le 22. Dovetti smettere, quindi, di fare la mia consueta attività buddista, ma ottenni come beneficio immediato una posizione lavorativa migliore. Ancora una volta, intenzionata a non volermi far condizionare da nessun limite, determinai di vivere la mia vita al cento per cento, in modo che anche un minuto divenisse prezioso.
Il primo desiderio che affiorò fu di incontrare un compagno per creare in futuro una famiglia di valore per kosen-rufu. Lo trovai prima di quel che pensavo: lavorava nel negozio di fronte al mio. Iniziammo a frequentarci. Mi sentivo molto felice. Per lui la mia situazione di libertà “condizionata” non rappresentava alcun problema. Dopo qualche mese, decidemmo di trovare una casa insieme. Per far questo, oltre alla difficoltà di trovare una casa a prezzi contenuti, dovevo chiedere e ottenere dal magistrato l’autorizzazione a spostare il mio domicilio. Non sapevo ancora qual era la cosa migliore da fare, ma mi affidai completamente al Gohonzon. Comprai i giornali per gli affitti, misi in giro la voce che cercavo casa, andai a vedere molte abitazioni. Sapevo come volevo la mia e, soprattutto, quanto spendere. Recitavo senza mai perdere di vista l’obbiettivo. Dopo cinque mesi di alti e bassi, mi giunse la notizia che stava per essere approvata una nuova legge, il cosiddetto “indultino”, che prevedeva uno sconto pena per buona condotta. Ovvero, sei mesi di condanna venivano ridotti a 45 giorni. «Il viaggio da Kamakura a Kyoto – scrive Nichiren nel Gosho Lettera a Niike – dura dodici giorni: se viaggi per undici giorni e ti fermi quando ne manca uno solo, come puoi ammirare la luna sopra la capitale?». A quel punto capii che ero arrivata all’undicesimo giorno.
Nel frattempo avevo trovato la casa che desideravo. Avevamo già dato una caparra senza poter dire al proprietario, che tra l’altro era un avvocato, che non tutto dipendeva da noi. Dovevo aspettare il via libera dal tribunale. Poco tempo dopo mi venne confermata l’approvazione dello sconto pena, seppur non ancora operativo, nell’attesa di essere ufficializzato. A quel punto capii che, per la vittoria definitiva, dovevo liberarmi dal dubbio. Ogni mio Daimoku era indirizzato a eliminare la paura di non riuscire ad andare a vivere, finalmente libera, in quella casa. Mi incoraggiava una frase di Ikeda: «Nel momento in cui decidete di essere vincenti, ogni fibra, ogni nervo del vostro corpo risponderà immediatamente e vi predisporrete al successo» (NR, sett 97, pag. 12). Da lì a poco, i servizi sociali mi confermarono la richiesta per lo sconto pena. Si trattava quindi di un passo in avanti, seppur non risolutivo per la realizzazione del mio obiettivo. Continuando a recitare, a un certo punto, sentii di aver già vinto e ringraziai il Gohonzon per i numerosi benefici già ottenuti. A quel punto oltre al Daimoku, mi chiesi quale fosse l’azione migliore per una completa vittoria. Qualche giorno prima, mi avevano chiesto di raccontare la mia esperienza in occasione del 16 marzo. Decisi allora di superare l’imbarazzo di parlare in pubblico e acconsentii, anche se riluttante, poiché, secondo me, non avevo ancora vinto del tutto. Il giorno dopo quella decisione, mentre camminavo per strada, squillò il cellulare. Era l’assistente sociale che mi comunicò di essere una delle prime persone a usufruire dello sconto pena. Realizzai di essere giunta al mio dodicesimo giorno. Facendo infatti due rapidi calcoli, esattamente da quel preciso momento, ero libera per sempre. (G. C) (dati modificati)
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Commenti

  1. Ti ringrazio di cuore x la tua bellissima Esperienza , mi ha incoraggiata tanto . Ti auguro tante vittore !

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