L’amore necessario

«Recitavo e ringraziavo il Gohonzon per essere ancora viva, provando per la prima volta gratitudine per i miei genitori… e mentre pregavo piangevo, come se dovessi lavare via tutta quella sofferenza che avevo accumulato in tanti anni»

La mia vita fino a quando non iniziai a praticare il buddismo era stata molto triste e senza futuro, tanto che il mio solo scopo era quello di morire e a questo fine era rivolto tutto ciò che facevo.
Figlia di una ragazza-madre, avevo subito tutte le conseguenze di questo stato: la vergogna, l’abbandono, l’umiliazione… Poi mia madre si sposò, ma io non accettavo quell’uomo, per cui litigavamo quasi sempre. Lui era disoccupato e si ubriacava molto spesso, quindi vivevamo in povertà, tanto da non saper mettere insieme il pranzo con la cena. La mamma poi, trovò lavoro insieme a lui: pulivano le scale dei condomini, per cui non erano mai a casa e io, essendo figlia unica, ero sempre per strada fin da piccola, abbandonata a me stessa.


Nell’età adolescenziale, delusa dalla situazione politica di allora, da cui per breve tempo ero stata attratta, mi ero ritrovata a bere, “fumare” e mangiare smisuratamente in modo da potermi distruggere e piano piano morire. A diciannove anni mi trasferii in Spagna e poi in Inghilterra, dove speravo di cambiare la mia situazione; ma le cose peggiorarono tanto che tornai a casa molto più delusa di quando ero partita.
Quando tornai, non trovai gli stessi amici di una volta: erano tutti andati via, incarcerati o morti per droga; quindi mi ritrovai da sola con una grande depressione e di nuovo con una grande voglia di morire. Di lì a poco tra fumo e alcolici, mi ridussi a una larva vivente. Trovai un lavoro per tre mesi alle poste ferroviarie, dove per fortuna incontrai la persona che mi ha fatto conoscere la pratica buddista. Iniziai a praticare subito, pensando che avrei potuto ammazzarmi anche dopo questi tre mesi (quello era il tempo che mi ero data per vedere se il Buddismo funzionava). Recitare Daimoku mi dette subito una sensazione di apertura. Si apriva uno spiraglio sempre più grande e tutta quell’angoscia si scioglieva come rugiada dentro di me.
Siccome ero alcolizzata, perdevo le forze giorno dopo giorno e tutti gli oggetti che tenevo in mano mi cadevano a terra, insomma non riuscivo a fare niente di buono. La prima verifica che ebbi dell’efficacia del Gohonzon fu il riuscire a tenere nuovamente le cose in mano senza farle cadere. Poi, a mano a mano che recitavo Daimoku e Gongyo, smisi di bere perché cominciai a sentire la nausea, il disgusto quando lo facevo. A questo punto, dopo qualche mese, decisi di prendere il Gohonzon e anche se fu dura riuscii a farlo accettare alla mia famiglia.
Nello stesso periodo fui assunta all’ospedale, come ausiliaria. Per me fu una grande notizia, dato che fino ad allora non ero mai stata capace di tenermi un impiego fisso. Avevo ventiquattro anni quando cominciai a lavorare in rianimazione, dove incontrai persone che lottavano con tutte le loro forze per riuscire a vivere.
Ebbi modo di riflettere quanto la vita fosse importante ma fu comunque un periodo molto duro e, alla fine di ogni turno, mi dicevo: «Domani non ci torno in questo posto!» Invece il giorno seguente tornavo perché recitavo ore e ore di Daimoku per ogni persona che era ricoverata lì. Recitavo e ringraziavo il Gohonzon per essere ancora viva, provando per la prima volta gratitudine per i miei genitori… e mentre pregavo piangevo, come se dovessi lavare via tutta quella sofferenza che avevo accumulato in tanti anni.
Recitare Daimoku per ogni paziente mi permise di tornare al lavoro tutti i giorni, se non altro per vedere come stavano e per incoraggiarli. Sono stata ripagata con grandi soddisfazioni dalle persone che sono riuscite a sopravvivere a quella difficile esperienza. Per fare un esempio: una ragazza che era in coma da circa venti giorni e per la quale recitavo ogni giorno puntualmente molto Daimoku, si risvegliò fra le mie braccia, facendomi provare una grande gioia. E ancora un altro episodio: una signora ormai dimessa venne a trovarci per poterci conoscere, dato che non si ricordava di nessuno; ma quando mi vide passare accanto a lei, mi venne incontro e mi abbracciò, dicendo che ero l’unica persona di cui si ricordava, perché le bagnavo le labbra e le carezzavo i capelli, dandole molto sollievo. Anche questo episodio mi emozionò molto. A mano a mano che andavo avanti sentivo che questa era la mia missione.
Ma ho sempre avuto un carattere permaloso, chiuso e tendente alla depressione, tanto che per anni ho lottato, cercando di cambiarlo. E infatti, dopo cinque anni di lavoro in rianimazione, sono stata trasferita all’ospedale di Careggi, molto più vicino a casa mia, dove finalmente ho avuto l’occasione di correggere la mia tendenza a essere eccessivamente sensibile, cercando di aprirmi di più verso gli altri e ottenendo anche di farmi rispettare. Ero infatti derisa dai colleghi perché ero grassa e pacifica, per cui ho dovuto, cercando di mettere in pratica gli insegnamenti buddisti, difendermi da loro, tirando fuori piano piano la mia vera personalità, trovando il coraggio di parlare apertamente agli altri e facendo valere i miei diritti come donna e come collega.
Pur continuando a lavorare, ho frequentato un corso serale di tre anni in uno, per diventare maestra d’asilo e lì ho scoperto una Marta che voleva a ogni costo migliorarsi e confrontarsi con gli altri. Ho pregato con tutto il cuore per avere successo in quella scuola e infatti sono stata fra i pochi promossi. Questa grande vittoria mi diede il coraggio di frequentare la scuola per infermieri professionali, che dovetti interrompere perchè mia madre, in seguito a un ictus, era rimasta inferma.
Purtoppo, tra l’assistenza alla mamma malata, sei ore di lavoro e cinque di scuola ogni giorno, la stanchezza prese il sopravvento e piano piano, quasi senza nemmeno accorgermene, smisi di frequentare le riunioni e poi di praticare. Durante quel periodo di stasi nella pratica buddista durato quasi tre anni, acquistai un negozio di ortofrutta insieme a mia cugina. La mia intenzione era di licenziarmi anche dall’ospedale; ero stufa di persone malate e sofferenti e non sentivo più la mia missione nell’ambito ospedaliero. Però i soldi per comprare il negozio non c’erano e, superficialmente, ci siamo rivolti a una agenzia che faceva prestiti, “apparentemente” legale, che però ci chiedeva come interessi il doppio della cifra prestata. Ho avuto la fortuna d’incontrare un commercialista che si è accorto dello strozzinaggio e ha dato fine a questa estorsione. Ho percepito chiaramente che i tanti sforzi che avevo fatto in tredici anni di pratica buddista mi ripagavano così: proteggendomi e facendomi capire che era giunto il momento di ricominciare a fare Gongyo e Daimoku. Ma ancora non ce la facevo, mi mancava la forza, anche se saltuariamente andavo a qualche riunione buddista. Il negozio fu chiuso dopo un anno e fortunatamente senza grossi debiti. Ne ero fuori e nel frattempo parlai a una cara amica del Buddismo; fu per me l’occasione per ricominciare a praticare al 100%, sentendomi responsabile per lei e per la sua felicità.
Contemporaneamente cercavo di sostenere mia madre che, a causa dell’ictus, era ancora inferma. La malattia di mia madre mi ha permesso di conoscerla e apprezzarla soprattutto perché ho capito che mi ha accolto con tutto il cuore, senza mai pentirsi, quando tutti la maltrattavano per avermi messa al mondo. Tante volte anch’io da ragazzina l’avevo accusata di avermi dato la vita e non avevo mai capito il suo amore verso di me. Ora ero molto contenta di potermi prendere cura di lei e di poter sciogliere quei risentimenti che avevo nutrito nei suoi confronti. Ho scoperto che la mamma era molto buona, dolce e semplice e in quegli otto anni e mezzo, ho potuto apprezzare tutta la bellezza che era in lei: per me era come se fosse diventata mia figlia e l’accudivo, sentendo crescere ogni giorno la mia dedizione verso di lei.
Mia madre morì, mentre io le ero accanto e le parlavo con grande calore. Ho sentito tanta tenerezza dentro di me! Mi sono subito messa a recitare tanto Daimoku per lei e ho sentito tanta serenità; ho sentito che rimaneva viva per sempre nel mio cuore e non l’avevo persa del tutto.
Con il passare del tempo, la mancanza delle persone care si sente di più ma pregando davanti al Gohonzon con sincerità, non ci sentiremo mai troppo soli o abbandonati e anzi, potremo vivere appieno ogni gioia e sofferenza che la vita ci offre.
Nel lavoro sono cresciuta professionalmente e adesso sono operatore socio-sanitario nel Pronto Soccorso del Centro Traumatologico Ortopedico. Qui ho ulteriormente percepito il rispetto per la vita in ogni suo aspetto e soprattutto per la mia. A questo proposito, l’anno scorso ho smesso di fumare le mie 30-40 sigarette quotidiane che mi procuravano continue bronchiti: i colleghi mi hanno fatto una gran festa per questa vittoria, cosa che mi ha aiutato a non cedere.
Sento la consapevolezza che la cosa più importante è amare e avere rispetto per ogni forma di vita, soprattutto la nostra che prevede il percorso meraviglioso di condividere con altri la nostra felicità.
È proprio vero quello che c’è scritto sul Gosho: «L’inverno si trasforma sempre in primavera»! (M. S.)(dati modificati)
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