Al diavolo l’abitudine

Le azioni ripetute ogni giorno rischiano di diventare solo una vuota routine. Un pericolo che, quando si parla di pratica buddista, è sconsigliabile correre. Per evitarlo, basta ricordarsi dove si vuole arrivare.

Che le azioni ripetute ogni giorno diventino un’abitudine è risaputo. Che le abitudini, soprattutto quelle sane, divengano a poco a poco automatiche, anche. Riflettere su quali e quante abitudini rientrino nella vita quotidiana di chiunque può essere più o meno interessante. Di certo più intrigante sarebbe scoprire il peso e l’influenza delle azioni ripetute meccanicamente, anche quelle compiute senza applicare alcuno sforzo di concentrazione. Se poi, nel caso, l’oggetto della riflessione è la quotidiana pratica buddista, vale la pena fermarsi un momento e interrogarsi. Per evitare, anche, che ciò che dovrebbe essere rivitalizzante diventi a sua volta una routine stanca.
Gongyo e Daimoku sono, come tutti sanno, l’unica «regola» indicata dal Buddismo di Nichiren Daishonin. Anche perché senza di essi la pratica stessa del Buddismo si troverebbe sganciata dalla sfera pragmatica e proiettata in una dimensione solo teorica. Ora, capita più o meno a tutti, prima o poi, di attraversare periodi in cui la recitazione del libretto di Gongyo al mattino e alla sera e quella del Daimoku appaiono vuoti rituali privi di vitalità, una sorta di contenitori svuotati del loro contenuto.
E questi periodi, di solito, sono accompagnati da chiari segnali. «Quando pratichi il Buddismo con un atteggiamento aperto e ricettivo - ha scritto una volta il presidente Daisaku Ikeda - riceverai benefici e migliorerai la tua vita. Con un atteggiamento passivo invece, tenderai a sentirti schiacciato e a nutrire dei risentimenti; perderai la tua ispirazione nella pratica, otterrai pochi benefici e sarai condotto dalla forza dell’abitudine. Agire positivamente con la fiducia che ogni cosa serve alla tua crescita, costituisce la vera pratica del Buddismo». Come si vede, i sintomi sono chiaramente riconoscibili. Quando l’atteggiamento è negativo, la pratica individuale assume le sembianze di un elemento posticcio, inserito nella propria quotidianità perché magari lo si fa da un po’. Il tutto può paragonarsi ad un viaggio meraviglioso, intrapreso però solo sfogliando le pagine di un atlante. Avventura stimolante per l’immaginazione che, del viaggio vero, certifica la negazione. Diventa così impellente trovare qualcosa che permetta di sbloccare la situazione e soprattutto trovare una via d’uscita alternativa a quella domanda che chiunque, più o meno esplicitamente, sente affiorare dentro di sé: «È meglio continuare a praticare così, svogliatamente, o forse sarebbe meglio smettere per un po’ e poi ripartire con una energia rinnovata?».
Dunque diviene inevitabile riflettere. Principalmente su due aspetti fondamentali della pratica «per sé» (dove «per sé» sta ad indicare ciò che ognuno deve fare - e non può che farlo da sé - e non una forma di gratificazione egoistica). Il primo punto di riflessione riguarda specificamente gli elementi della pratica, cioè Gongyo e Daimoku. Per questo è importante guardare al di là di quelle spinte superficiali - posizione nell’organizzazione, ruoli diversi nelle attività, paura del giudizio di altri e così via - che spesso contribuiscono a fornire stimoli, ma che non devono sostituirsi alle reali motivazioni per le quali si continua a seguire gli insegnamenti del Buddismo. Utile allora interrogarsi sul significato della propria pratica: se questa serve davvero per affrontare meglio le difficoltà di ogni giorno; se per ogni problema si usa «la strategia del Sutra del Loto prima di ogni altra» o se invece ci si lascia ingannare ritenendo sufficienti le proprie capacità personali. Senza pensare, peraltro, che attraverso una pratica costante, giorno dopo giorno, sono proprio loro - le capacità individuali - ad aumentare in modo sorprendente. Da qui la necessità di operare continui approfondimenti, rinunciare magari al risultato immediato e verificare se il Daimoku serve per sentirsi coinvolti dalle cose (dalla più insignificante alla più importante), se consente di trovare motivi per i quali esse possano entrare in relazione con noi, in un modo diverso, più profondo, più personale. Diventa insomma indispensabile non accontentarsi di una pratica costante, ma riflettere se questa sia supportata o accompagnata da una fede costante.
Ma c’è dell’altro. Pratica costante non equivale infatti automaticamente a una fede costante. Proprio perché è facile percepire uno scollamento tra ciò che si è di fronte al Gohonzon (luogo in cui diventano legittimi e più vicini i sogni, i voli pindarici e i frutti della fantasia più sfrenata) e la realtà che sta dietro le spalle, una volta richiuse le porticine del butsudan. Lì si annidano le insidie e le conseguenze di una pratica abitudinaria. E si scopre che purtroppo le due cose - pratica e fede - non procedono sempre di pari passo.
Verrebbe da chiedersi che cosa si intenda per fede costante. E verrebbe da dire, semplificando, che una fede costante è lo sforzo di agire tutti i giorni per rendere concreti i propri ideali e i propri programmi. Così, avendo la consapevolezza che dietro ogni azione si nasconde un passo in avanti verso kosen-rufu, si può costruire una fede costante. Qui sta la differenza. Ed è qui che bisogna puntare: sul fatto di riuscire a costruire dentro di sé questa convinzione. Del resto Nichiren Daishonin è molto chiaro quando spiega nel Gosho Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza: «Finché non percepisci la vera natura della tua vita, la tua pratica sarà un’infinita e dolorosa austerità».
A questo punto le azioni da compiere sono individuate. Si tratta di metterle in pratica. Magari partendo dalla più semplice: raccontare a qualcuno una piccola esperienza ricominciando così a cercare il confronto, ad instaurare un dialogo sincero senza soggezioni o presunzioni, nell’uno come nell’altro caso, inutili e dannose. Si tratta di una delle tante strategie possibili per rivitalizzare la pratica per sé. E per scoprire infine che mai come in questo caso la pratica per sé è anche - e soprattutto - per gli altri.

di Laura de Benedetti - NR n° 197 Luglio 1998
stampa la pagina

Commenti

  1. Interessante. Stampo subito. Grazie

    RispondiElimina
  2. Grazie.
    Utilissimo in questo periodo, per me, di troppo lavoro.

    RispondiElimina
  3. Queste riflessioni, queste sane domande,sono profonde , importanti e mi aiutano ad illuminare l'oscurità ....grazie infinitamente 🌷🙏

    RispondiElimina
  4. Grazie!!!!!
    Come spesso accade, quando ho un dubbio questo blog mi risponde esattamente con cio' che mi serve xD
    Itai-doshin <3 .
    NMhRgK e buona giornata a tutti!!!!!

    RispondiElimina

Posta un commento