Esiste un modo corretto per pregare?

«Il termine originale giapponese – si legge nel volume Il Sutra del Loto – che sta a indicare le preghiere silenziose è gokan’nen mon, dove go è un prefisso onorifico (come nei termini Gosho e Gohonzon) e mon significa passo, frase. Kan’nen si riferisce alla meditazione: quando una persona chiude gli occhi e si concentra per ottenere l’Illuminazione. Nel contesto di Gongyo kan’nen significa «ciò che si ha nella propria mente» oppure «ciò che si prega al Gohonzon». Quindi gokan’nen mon significa «preghiere sincere alla fine di ogni recitazione».
Nel mondo occidentale il termine pregare indica l’atto di chiedere, implorare, invocare una divinità, il che è assai lontano dalla definizione di «pensieri solenni su cui meditare per ottenere l’Illuminazione». Molte persone, anche dopo anni di pratica buddista, sono portate a considerare le preghiere silenziose come un momento in cui chiedere con insistenza al Gohonzon di intervenire per realizzare un beneficio. Questo è piuttosto assurdo, perché essi stessi sono il Gohonzon, e loro devono agire. Rivolgersi al Gohonzon nella speranza di “rimediare” un aiuto è esattamente come chiedere a se stessi un prestito di denaro.
Durante le preghiere silenziose l’atteggiamento corretto dovrebbe essere quello di riflettere sinceramente su ciò che abbiamo in mente (i nostri desideri) per raggiungere l’Illuminazione (bonno soku bodai). Ed è il momento in cui ognuno è in grado di decidere di diventare artefice della propria vita e del proprio destino, basandosi sulla propria volontà e sulle proprie azioni secondo la legge di causa ed effetto. Le preghiere silenziose sono un momento in cui si raccoglie tutta la determinazione per porre, tramite la natura di Budda, le condizioni necessarie per il superamento dei problemi e realizzare ciò che si desidera. Spesso ci troviamo a pensare: «Aiutami Gohonzon, ti prego!» E questo è un grosso sbaglio; piuttosto è meglio non demordere, recitare e poi agire. Supplicare il Gohonzon è inutile: nessuno ci ascolta.
A maggior ragione, di fronte a una preghiera non esaudita, si è facilmente portati a pensare: «Perché pur praticando tenacemente non ho ancora realizzato la tal cosa?». E a questo interrogativo vi possono essere diverse risposte. Innanzi tutto è sempre bene controllare con obiettività se il nostro modo di praticare è corretto nei tre aspetti di fede, pratica (per sé e per gli altri) e studio.
Altre volte, prima di realizzare un certo beneficio, che ce ne rendiamo conto oppure no, si deve fare un passo in avanti nella nostra rivoluzione umana. Un po’ come il gioco del Solitario: su un lato ci sono tutte quelle belle pedine bianche in fila. Per vincere se ne deve mettere una nera nel mezzo, ma prima dobbiamo spostare o eliminare tutte quelle bianche che ostruiscono la strada verso la felicità. Nel compredere questo e nel superare l’ostacolo si sperimenta il principio di bonno soku bodai (i desideri terreni sono Illuminazione).
In altri casi ancora si deve agire concretamente per ottenere ciò che si desidera. Pensare di aver fatto tutto il possibile e dire a se stessi: «D’accordo, per adesso può bastare, al resto ci penserà il Gohonzon» può funzionare in alcune circostanze, ad esempio, di fronte al quesito su quando inizierà a praticare il proprio coniuge, ma non funziona senz’altro se si è in cerca di un lavoro.
Ci possono essere altre situazioni in cui non si capisce perché un obiettivo non si realizza, anche se il Gohonzon ci ha già suggerito la risposta. Facciamo un esempio: un bambino vuole un gelato. I genitori rispondono di no. Questo non significa che non hanno risposto alla richiesta del figlio. Il Gohonzon conduce ogni persona verso la propria felicità, ma la nostra visione del mondo è filtrata e distorta dall’ottava coscienza. Non sempre ciò che desideriamo è ottimale per la nostra vita. E basandoci sul Gohonzon – ovvero sulla condizione illuminata – si riesce a prevenire una situazione che per noi sarebbe fonte di sofferenza, ma questo si comprende solo dopo. A questo proposito il presidente della SGI Daisaku Ikeda ci incoraggia dicendo: «Tramite la fede nel Gohonzon, spero che superiate la tendenza a preoccuparvi se un desiderio venga esaudito o meno, bensì realizziate nella vostra vita la prova concreta sotto forma di benefici e felicità, con la convinzione di stare accumulando le cause che vi conducono verso una fortuna più grande».

a cura di Mark Prichard e Rita Filardi
stampa la pagina

Commenti