Una mente che danza di gioia

Vorrei parlare di quando la mente danza di gioia. Di quando ascolti o leggi o trovi quella risposta che cercavi da una vita, forse da cento. Quando senti sgorgare l'infinito. Una fontana che zampilla di gioia e irradia tutto il corpo. Hai sofferto, faticato, cercato oltre le tue forze, sfidato i limiti allenandoti ogni giorno a non mollare, a trovare il piacere di andare avanti. Come per l'atleta, attimo dopo attimo, quasi senza fiato, è sempre l'ultimo sforzo che permette di tagliare il traguardo. E ricominciare, con il sorriso, una meraviglia, una consapevolezza in più. Col senso della tua esistenza tra le mani.
È Shariputra a descrivere per primo nel Sutra del Loto questo tipo di gioia. «Ora ho udito dal Budda ciò che non avevo mai udito prima, una Legge che mai nel passato è stata conosciuta, e questo ha posto fine a tutti i miei dubbi e rimpianti. [...] Il mio corpo e la mia mente sono sereni e provo una meravigliosa sensazione di pace e sicurezza». Come racconta nel capitolo Parabola con parole poetiche che ben descrivono lo stato di sconforto che a volte anche noi viviamo quando sembra insopportabile la nostra vita, il nostro karma, Shariputra dopo aver cercato invano l'Illuminazione, dopo essersi sentito diverso, escluso dai benefici della via suprema, comprende che anche lui è un figlio del Budda, anche lui può manifestare la Buddità. Così come Shakyamuni gli dichiara di fronte alla grande assemblea.
E in quel momento la sua mente si riempie di immensa gioia e cessano per sempre dubbi e rimpianti. Cessa quella strana sensazione di non essere all'altezza, non essere capaci, non avere la possibilità di gustare appieno la meraviglia della vita. Il Sutra del Loto è costellato di momenti in cui i discepoli, quasi uno a uno, nominano quella danza che pervade la loro mente quando Shakyamuni predice loro che saranno Budda. Perché la Buddità non è un premio o un miraggio, non è prerogativa solo di qualcuno, è la nostra natura, da sempre, è la natura di ogni persona che incontriamo, amiamo o odiamo. E con gli occhi della fede possiamo vederla e vivere di conseguenza.
«Spesso - si interroga Katsuji Saito ne La saggezza del Sutra del Loto - mi viene chiesto che cosa significa concretamente "conseguire la Buddità" [...]. Molti ritengono che sia uno stato da raggiungere e che, una volta ottenuto, si diventi una persona completamente diversa». In realtà, spiega Daisaku Ikeda, è un cammino, una via che ha inizio e non ha mai fine, una strada che decidiamo di intraprendere e dalla quale ogni istante possiamo continuare a decidere di non discostarci. «Conseguire la Buddità non significa "diventare" un Budda, bensì "manifestare" il Budda che è in noi, cioè coltivare nella nostra vita il mondo di Buddità. "Conseguire la Buddità, diceva Josei Toda, [...] significa credere alle parole del Daishonin che il comune mortale è l'essere supremo, che tutti i fenomeni manifestano il vero aspetto e convincersi che lo stato di Budda esiste in noi dal remoto passato all'infinito futuro».
È uno splendido punto di partenza, l'inizio di un percorso per il quale la vita assume il suo vero aspetto, diventa preziosa così com'è, perfetta cosi com'è, e ogni sfumatura, particolare, ogni colore aggiunge bellezza e si armonizza con il resto. Mi tolgo l'abito dell'inevitabile, dell'ineluttabile, dell'autocommiserazione, della rinuncia o della accettazione passiva, per svelare il corpo del Budda lucente, del Bodhisattva della Terra che avanza con il desiderio di salvare tutte le persone. Decido di non subire più il mio karma, la mia vita, ma di usarla, di usare tutto: mani, occhi, lacrime, pensieri, la voce, l'esperienza, i ricordi. Che farne? Quali cose straordinarie potrò farne di tutta questa ricchezza di odori e persone e affetti, saperi e competenze, desideri e passioni?
Quando ci si risveglia da quella visione per cui il karma è qualcosa da cancellare, espiare, sopportare, e si inizia a credere, veramente, a ciò che è scritto nel Sutra del Loto, alle parole di Nichiren e dei nostri maestri, per cui noi, tutti noi, siamo Budda, nati per essere felici, perfettamente dotati di tutte le capacità per avere fede e mostrare la nostra Buddità, ecco, in quel momento, in quel preciso momento di fede e gioia, iniziamo a usare la vita, a usare il nostro karma, qualunque esso sia.
È un salto. Trovarsi d'un tratto nel mondo della fede, dove non è sufficiente capire, spiegare, trovare le ragioni o le soluzioni della nostra sofferenza, c'è bisogno a un certo punto di credere, fidarsi, lasciarsi andare a briglie sciolte come al galoppo, seguire la propria voce, la legge che pronunciamo, Nam-myoho-renge-kyo: seguire la via del Budda. Senza paura, senza dubbi, senza più chiedersi perché. Noi siamo Bodhisattva della Terra, abbiamo scelto di nascere qui, in questa epoca difficile, dove impariamo a sopportare, a resistere, a non soccombere alla nostra oscurità. Ognuno e ognuna con un proprio compito, qualcosa che solo io, solo tu puoi fare, per mostrare che si può. È possibile vivere con dignità e valore ogni circostanza rimanendo se stessi, fedeli alla propria umanità, al proprio desiderio di pace e condivisione, usando quello che siamo per donare un sorriso, una speranza, una luce al mondo che ci circonda, a noi stessi e agli altri.
«Siamo compagni che giurarono tutti insieme durante la Cerimonia nell'aria di realizzare kosen-rufu - si legge nella Saggezza del Sutra del Loto - Toda spesso incitava i membri a "ricordarselo" [...] Nascere come comuni mortali in circostanze avverse è il karma (o espediente) che abbiamo volontariamente scelto per dimostrare il potere della Legge mistica (verità). È dunque inconcepibile non riuscire a risolvere qualsiasi problema ci troviamo ad affrontare. Nel tormentato mondo di saha interpretiamo il ruolo di protagonisti del dramma di kosen-rufu. [...] A volte dimentichiamo che stiamo recitando un ruolo e ci immedesimiamo talmente nella parte dell'eroe tormentato, che finiamo per sprofondare nell'angoscia. Ma non dobbiamo permettere che accada».
È come se in ogni momento potessimo decidere se vivere quello che ci sta capitando come karma, frutto del nostro passato, o come missione, per cambiare il nostro futuro e il futuro dell'umanità manifestando il potere della Legge mistica. Ogni cosa è utile per farlo. Che sia una malattia, un lutto, una paura, una tendenza karmica che ci fa incontrare sempre circostanze e persone simili, che sia la mancanza di soldi, lavoro, amore, o la fortuna di essere troppo belli, troppo intelligenti e incompresi, che sia la "condanna" di vivere una vita apparentemente noiosa, non piena di gesti eroici ma di piccoli riti quotidiani, o la fatica di dover continuamente fare cose strabilianti, qualunque essa sia, in ogni istante, possiamo decidere come viverla questa vita. A volte, pensando alla nostra missione può capitare di essere sviati, di pensare che si tratti di qualcosa di enorme che dobbiamo intraprendere. In realtà è qui la nostra missione, qui dove siamo in questo momento. È questa malattia, questo mancare di qualcosa, questo desiderio irrealizzato, questo essere chi sono la mia missione. La materia attraverso la quale dimostrare il potere di Nam-myoho-renge-kyo, il potere della Buddità. Non c'è un altro spazio, un altro tempo. Questo karma è tutto quello che ho, è la mia vita, i miei occhi, la mia storia, il mio tesoro, è tutto quello che posso offrire e usare per cambiare il mondo, mostrare agli altri come attraverso la fede è possibile creare felicità da qualunque situazione. Creare da una materia informe la bellezza.
C'è un altro aspetto, fondamentale, da tenere in considerazione. Spesso quando siamo concentrati solo sul nostro karma e cerchiamo in tutti i modi di trovare soluzioni, di aggirarlo, di "risolverlo" in qualche modo, siamo soli. Immensamente soli. Con un io grande e pesante quanto un macigno che soffre e quasi amplifica la sofferenza. Quell'io (quel piccolo io!) sta al centro di tutto, si ingigantisce, si fa prepotente, totalizzante, invade ogni cosa, ogni relazione, ogni raggio di sole.Io che cerco di capire, di trovare i motivi, le cause passate, sondare gli effetti. Io che soffro, io che penso, io che giudico, io che ho ragione di tutto e non riesco a sciogliere niente, io che mi arrabbio e impreco, io che alla fine non vedo che me. Insomma un circolo tortuoso nel quale inciampo, a volte pur praticando ma senza fidarmi davvero perché mi fido solo di me.
Le parole appena citate del presidente Toda ci ricordano invece che la nostra esistenza è indissolubilmente legata agli altri, dai quali dipendiamo e che dipendono da noi, dai nostri stati vitali, dal nostro coraggio o dalla nostra paura. La spinta, il movente, che ci fa muovere verso la ricerca della felicità assoluta non è sinonimo di egoismo, l'egoismo non basta. È una spinta altruistica, aperta, dove l'egocentrismo si scioglie nell'acqua della fede e della fiducia. Qualcun altro ha creduto in noi e ci ha abbracciato, incoraggiato, sostenuto. E ciò che ci ha fatto iniziare è anche l'empatia con questa persona, la fiducia che abbiamo avuto nei suoi occhi e nelle sue parole, nel suo desiderio di vederci più felici. Che poi è l'origine del Buddismo, l'origine di ogni domanda che cerca e trova risposta. Nichiren, Shakyamuni, Daisaku Ikeda stesso hanno trovato la forza di andare avanti, superare ogni ostacolo, ogni oscurità, spinti da un desiderio, da una decisione che non riguardava solo loro stessi, ma tutta l'umanità, tutte le persone. Noi abbiamo abbracciato un movimento che ha questa genesi, questo inizio e questo fine: felicità non solo per se stessi, ma per tutti.
«Agli occhi del Budda - ovvero della prospettiva del vero aspetto di tutti i fenomeni - tutti i fenomeni dell'universo compongono una unica entità vivente; per gli esseri viventi non è possibile conseguire la felicità indipendentemente dal loro ambiente. Altrettanto impossibile è che vi sia pace nell'ambiente ma non negli esseri viventi che lo abitano. Non possiamo essere veramente felici se gli altri rimangono tristi. Né l'infelicità di una persona riguarda lei sola. Più felicità riusciamo a portare agli altri, più felici diventiamo noi stessi. Finché una sola persona è triste, la nostra felicità non è completa. Di conseguenza, trasformare la realtà è la nostra eterna missione».
L'amore per gli altri è la causa motrice che ci fa emergere dalla terra, ci sveglia dal torpore e dall'impotenza, ci accompagna nel flusso della fede dove i limiti dell'io non hanno tanto senso. Che ci faccio col mio karma, ora? Come decido di viverlo?
È la decisione che muove pensieri, parole, azioni. Compiere la mia missione, forse, è decidere istante per istante che siamo Budda, che l'Illuminazione sta anche anche in un solo Daimoku in più, quell'istante in cui, dopo un serio allenamento, riesco a sentirmi veramente libera dalle circostanze esterne, spicco il volo e ritrovo la purezza e la gioia di un'antica promessa, di un voto fatto nel tempo senza inizio. Sta proprio lì il mio valore, eccolo, lo riconosco, la missione per cui sono nata; niente di straordinario, di pomposo, sta nella semplicità di vivere ogni giorno con fiducia e rispetto della mia vita e di quella degli altri, scartando onestamente ogni pensiero che vuole negare valore a ciò che sto facendo, che tende a svilirmi o peggio a farmi rinunciare perché ancora non vedo risultati. La decisione è dispari, ho sentito dire a volte, perché prima decido, poi cado, poi di nuovo ridecido. E lo faccio non perché devo, ma perché mi fa stare bene ricominciare ogni volta, mi rende felice risvegliarmi al senso della mia esistenza profonda, mi fa sentire parte importante di un tutto che cambia in continuazione, assumendo forme e colori diversi anche in base alla direzione che scelgo io, che sto scegliendo, come lo stormo di uccelli che volteggiando nell'aria disegna forme transitorie senza mai fermarsi.

di Manuela Vigorita e Francesca Ponziani - Buddismo e Società n. 169 - marzo aprile 2015
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Commenti

  1. Una prospettiva diversa del karma, che fa vedere i problemi in modo diverso e da speranza. Bello!!!

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