Le domande

Vorrei approfondire il principio della non dualità tra sé e gli altri, espresso da Nichiren attraverso l'esempio della pratica del bodhisattva Mai Sprezzante. Può aiutarci a risolvere i nostri conflitti?

Il Daishonin afferma: «In questo senso il regno del Dharma si inchina rispettosamente al regno del Dharma, un inchino rispettoso che riconosce il fatto che l'"io" e gli "altri" non sono in realtà due cose differenti. Per questa ragione, quando il bodhisattva Mai Sprezzante si inchina rispettosamente alle quattro categorie di credenti, la natura di Budda innata nelle quattro categorie di credenti prepotentemente arroganti si sta inchinando rispettosamente al bodhisattva Mai Sprezzante. È come il caso in cui ci si inchina rispettosamente davanti a uno specchio: l'immagine nello specchio allo stesso modo si inchina rispettosamente davanti a noi» (La raccolta degli insegnamenti orali, Buddismo e società, n. 120, p. 53).
"Non dualità", in giapponese funi, non significa esattamente "la stessa cosa", ma indica degli elementi che a seconda del punto di vista possono o non possono essere considerati diversi e separati. Da una certa visuale la relazione tra il bodhisattva Mai Sprezzante e le persone arroganti che lo attaccano può essere considerata come quella tra una vittima e i suoi persecutori. Tuttavia il bodhisattva Mai Sprezzante non vive nella prospettiva di vittima e supera così lo schema del conflitto. In questo senso c'è non dualità tra le parti.

I persecutori continuano a perseguitarlo secondo uno schema conflittuale, ma il bodhisattva Mai Sprezzante persevera fino in fondo nella sua pratica di rispettare gli altri. Considera i persecutori dal punto di vista del mutuo possesso dei dieci mondi, riconoscendo in loro la Buddità alla quale si inchina. Questo rispetto nei confronti dei persecutori ritorna come un riconoscimento della Buddità che è in lui stesso. Il brano della Raccolta degli insegnamenti orali citato all'inizio vuole dire che nel rispettare vicendevolmente la Buddità c'è il principio di non dualità tra sé e gli altri.
Nichiren afferma inoltre che il regno del Dharma si inchina rispettosamente al regno del Dharma, e che in tale atto consiste la non dualità tra sé e gli altri.
Secondo il Daishonin, sia la nostra apparentemente piccola vita sia l'intero universo sono l'entità della Legge mistica, e in questo senso sono la stessa cosa. La frase precedente allora può essere letta come: l'universo si inchina rispettosamente all'universo, e qui c'è la chiave per risolvere i conflitti sociali.
Continuando con un atteggiamento conflittuale si va sempre di più verso il mondo d'Inferno, si peggiora invece di risolvere. I nostri litigi quotidiani si basano su questo schema conflittuale tradizionale. Se una o entrambe le componenti della relazione alzano lo stato vitale si arriva alla soluzione. L'importante è avere la saggezza di abbracciare entrambe le parti. Solo chi è veramente interessato a risolvere il conflitto può trovare l'atteggiamento necessario. Una preghiera sincera al Gohonzon, con il desiderio profondo di uscire dal mondo di Collera o dal mondo di Inferno, ci permette di scoprire lo stato vitale che abbraccia tutto e sperimentare così la non dualità tra sé e gli altri.
Per riassumere: c'è una prospettiva in cui esistono due parti differenti, ma esiste un'altra dimensione in cui queste differenze non esistono. Cercare e scoprire questa dimensione è la chiave per risolvere i conflitti.

L'individualismo può costituire un ostacolo sul cammino per diventare Budda? In Occidente temiamo molto - praticando in una organizzazione - di perdere la nostra identità individuale...

Ci sono molte interpretazioni del termine "individualismo". A volte si parla di individualismo per sottolinere il valore dell'individuo e a volte se ne parla a proposito della relazione fra Dio e l'essere umano. L'idea dell'individualismo nella filosofia occidentale deriva dalla filosofia kantiana che considerava l'essere umano come fine e non come mezzo.
Se con "individualismo" si intende la condizione vitale di considerarsi completamente separati dagli altri, allora questo costituisce un ostacolo al conseguimento della Buddità perché implica l'attaccamento al sé.
Di certo l'individuo è importante, come lo è apprezzare se stessi ma, se ci apprezziamo per motivi sbagliati, finiamo per ottenere l'effetto opposto.
In Lettera da Sado Nichiren Daishonin spiega che pesci e uccelli, proprio perché sono così attaccati alla vita, alla fine abboccano all'esca o vengono catturati, perdendo così la stessa vita. Il modo stupido di apprezzare se stessi determina l'attaccamento al sé ed è una manifestazione molto tipica della nostra oscurità fondamentale. In tal senso è un ostacolo all'Illuminazione.
Considerarsi così preziosi da attaccarsi a se stessi, spiega Nichiren, alla fine conduce alla stupidità e al disprezzo di sé, perché non si comprende il proprio vero valore.
Per questo nel Buddismo si pone l'accento sul dare valore alla Legge; è allora che si apprezza veramente se stessi. La forma più alta del "darsi valore" consiste nel conseguire la Buddità.
Un esempio è quello del ragazzo delle Montagne Nevose (Sessen Doji) che, essendo disposto a dare la propria vita per la Legge, alla fine elevò la sua condizione vitale conseguendo la Buddità.
Abbandonando il piccolo io per manifestare il grande io non perdiamo la nostra identità, al contrario riusciamo a esprimere la forma miglioredi noi stessi e la nostra identità può davvero sbocciare pienamente.
Ma è sbagliato anche pensare che venga prima la Legge e poi la persona. Non è questo il significato di ricercare la Legge anche a costo della propria vita.
Ichinen sanzen significa che ogni forma di vita dell'intero universo è dotata dei tremila regni e questo vuol dire che ogni individuo in un certo senso è un microcosmo, ogni entità è in sé completa. In tal senso potremmo dire che il Buddismo è individualismo. Sessen Doji in realtà dà la propria vita consapevole di arricchire il proprio io.
All'epoca di Makiguchi in Giappone era diffuso il concetto nazionalista di "sacrificare se stessi per il bene comune", che esortava le persone ad andare in guerra. Il primo presidente della Soka Gakkai lo criticava con forza. Egli criticava il totalitarismo, che esige questa forma di sacrificio, ma anche l'individualismo che tende all'egoismo.

Come possiamo riconoscere il conseguimento della Buddità nella nostra vita?

Il segnale che ci fa riconoscere la condizione vitale della Buddità è sentirci in grado di vincere di fronte a qualsiasi ostacolo o illusione. Questo tipo di fede o assenza di paura è ciò che chiamiamo conseguimento della Buddità in questa esistenza.
Potremmo dire che il potere del mondo di Buddità si manifesta nella vita quotidiana in vari tipi di forza interiore. Ecco alcuni esempi:
- La forza che ci permette di superare ogni volta i nostri limiti e di migliorarci sempre.
- La forza del coraggio che ci permette di superare la paura e sfidarci senza timori.
- La forza spirituale che ci permette di riflettere profondamente su noi stessi.
- La forza che trasforma in trampolino di lancio qualsiasi sofferenza e difficoltà, facendo emergere la saggezza per creare qualcosa di valore.
- La forza che cancella il male e fa manifestare il bene.
- La forza che ci permette di manifestare la nostra umanità.
- La forza che ci permette di sopportare con tranquillità qualsiasi situazione di sofferenza o difficoltà.
- La saggezza che ci fa trovare una via d'uscita in ogni situazione difficile e ottenere quindi la vittoria, facendo emergere la forza necessaria per agire.
- La compassione verso gli altri nonostante le difficoltà e le sofferenze personali, che ci fa gioire dei benefici degli altri come se avessimo realizzato un nostro desiderio.
Inoltre anche le divinità buddiste che ci proteggono diventano più forti.
Per realizzare questo stato vitale è necessario costruire una forte fede e una perseveranza quotidiana, che ci permettono di continuare a praticare anche davanti a grandi ostacoli. La capacità che ci permette di superare le sofferenze della malattia e della morte è la manifestazione della Buddità.

Buddismo e Società n.126 - gennaio febbraio 2008
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