La vittoria di maestro e discepolo

Mentre le dinamiche della società si mostrano sempre più come il riflesso di un'ingiustizia di fondo che appare impenetrabile, è emerso un flusso di speranza alimentato da persone comuni e sconosciute. Nel mezzo di ogni tipo di difficoltà personale, i membri della SGI hanno ingaggiato una lotta in campo aperto contro la sofferenza. Alla base di questa lotta c'è la convinzione che ogni persona possiede la possente forza della vita, la forza vitale di tutto l'universo, il cui nome è Nam-myoho-renge-kyo.
Ognuno di noi è un tesoro di inestimabile valore. Anche quando siamo avvolti dalla negatività e dall'apatia, possiamo brillare della nostra umanità. La recitazione di Nam-myoho-renge-kyo e le attività della Soka Gakkai esistono per riuscire a stabilire nella nostra vita lo stato vitale del Budda, una condizione di assoluta felicità che non si lascia sconfiggere da nulla.
Il Buddismo spiega che sperimentare lo stato vitale di Buddità è però difficile, perché le sofferenze hanno l'effetto di togliere gioia ed energia vitale. Questo avviene perché quando soffriamo, tendiamo a coltivare un dubbio fondamentale sul nostro valore e perdiamo la fiducia di riuscire a risolvere il problema che stiamo affrontando. A volte arriviamo anche a convivere con il dolore, che si fa totalizzante e ci immobilizza.
Questo dubbio che non ci fa credere nelle nostre e altrui infinite potenzialità si chiama oscurità fondamentale, è connaturato alla vita e secondo il Buddismo di Nichiren Daishonin è la causa profonda della nostra infelicità e del karma negativo.
Tutti noi, senza eccezioni, ci siamo ritrovati a coltivare questo dubbio, succede anche a chi pratica il Buddismo da molti anni, perché affrontare il dolore è un'impresa colossale. Ma anche se la sofferenza sembra insostenibile o abbiamo commesso gravi errori, possiamo decidere di non fuggire più e sconfiggere ogni volta la nostra oscurità fondamentale, recitando Nam-myoho-renge-kyo davanti al Gohonzon, che è la manifestazione concreta dello stato vitale del Budda, e agendo con coraggio. In quanto persone comuni, senza il bisogno di apparire diversi da come siamo, decidiamo di metterci al fianco degli altri e condividiamo insieme questa lotta.
Questo è il modo di vivere che ci hanno trasmesso Nichiren Daishonin e i tre presidenti della Soka Gakkai, Tsunesaburo Makiguchi, Josei Toda e Daisaku Ikeda. Grazie al loro esempio, innumerevoli persone hanno trasformato le loro esistenze rendendole luminose e realizzate.

Vivere per un grande ideale
Alla base di questa trasformazione c'è la formulazione di un grande voto, di un fulgido desiderio da portare avanti per tutta la vita, anche di fronte a ostacoli che ci sembrano insormontabili. Questo è il voto di kosen-rufu, ossia la costruzione di una società pacifica attraverso l'ampia propagazione della Legge mistica, Nam-myoho-renge-kyo. Quando propaghiamo la Legge mistica stiamo agendo affinché sempre più persone costruiscano autonomamente, attraverso la loro stessa forza intrinseca, una vita di autentica felicità.
La pratica per realizzare kosen-rufu si chiama shakubuku. Tutto parte dalla preghiera di risvegliare noi stessi e gli altri al nostro potenziale infinito, lottando contro l'oscurità fondamentale. Shakubuku è la pratica coraggiosa condotta attraverso un dialogo sincero per regalare gioia e speranza e sconfiggere la causa profonda delle sofferenze. Perciò è l'azione che ci permette di trasformare il karma.
Quando il 3 maggio del 1951 Josei Toda fu nominato secondo presidente della Soka Gakkai, dichiarò alle poche migliaia di partecipanti l'obiettivo - poi realizzato - di convertire settecentocinquantamila famiglie prima della sua morte. In quella occasione egli disse: «Se la nostra mente è la stessa del Budda e noi desideriamo dedicarci sinceramente alla causa di kosen-rufu, spinti da un amore sincero per gli esseri umani, dobbiamo necessariamente sviluppare l'azione di shakubuku, la via migliore per realizzare la felicità individuale e contemporaneamente dare un contributo alla prosperità della nazione. Ritengo che lo shakubuku sia la più nobile forma di pratica buddista. Dato che lo shakubuku è dedicato alla felicità di tutti gli esseri umani e rappresenta il concetto buddista della salvezza, manifesta la condizione vitale del Budda. Coloro che si dedicano a questa attività non dovrebbero mai dimenticare che la loro azione è un atto di compassione. Shakubuku non equivale a sostenere un dibattito religioso, né mira ad accrescere il numero dei seguaci in modo strumentale. È invece il modo più diretto per mettere in pratica la compassione del Budda originale, Nichiren Daishonin, e ci consente di agire esattamente come fece lui, come persone che dal Budda hanno ricevuto un compito. Non bisogna mai dimenticare questo atteggiamento essenziale» (MDG, 41).
In un passo de Il mondo del Gosho, un libro che studia la vita del Daishonin alla luce delle lettere e dei trattati da lui scritti, il presidente Ikeda approfondisce il significato del voto di kosen-rufu: «Kosen-rufu si svilupperà soltanto attraverso la vittoria sull'oscurità fondamentale che è il nucleo di tutti i conflitti e di tutte le discordie, una vittoria che si ottiene con una forte fede nella Legge mistica. In tutto il Gosho il Daishonin sottolinea che il flusso di kosen-rufu ha origine dal "grande desiderio di un'ampia propagazione". Questo "grande desiderio" è il cuore del Gosho ed è anche il pilastro dell'esistenza di Nichiren Daishonin. [...] Lo stato vitale del Budda e il grande desiderio di kosen-rufu sono la stessa cosa, perciò questo grande stato vitale si manifesta soltanto in coloro che si sforzano di realizzare kosen-rufu» (MDG, 9-10).
Quando ci risvegliamo a ciò, fiorisce la consapevolezza che lo scopo più grande che possiamo coltivare è condividere le sofferenze degli altri per sradicare la causa dell'infelicità e far emergere insieme la nostra natura di Budda. L'obiettivo di un Budda non sarà mai quello di diventare un essere speciale che è riuscito chissà come a eliminare i desideri e le sofferenze, ma quello di affrontarle al fianco delle persone, agendo affinché ciascuno realizzi le proprie aspirazioni. Alla luce di ciò, il karma di ognuno di noi assume un nuovo significato.
Scrive il presidente Ikeda in La saggezza del Sutra del Loto: «Le persone che non hanno sperimentato lotte difficili e sofferenze non possono capire il cuore degli altri. Solamente chi ha gustato l'amarezza della vita può aiutare gli altri. Considerare semplicemente le nostre sofferenze come karma significa guardare indietro. Il nostro atteggiamento dovrebbe essere piuttosto: "Queste sono le sofferenze che ho scelto per realizzare la mia missione. Ho giurato di superare questi problemi attraverso la fede"» (Esperia, vol. 1, p. 421).
Comprendere che le sofferenze sono ciò che ci permette di realizzare il nostro voto ci porta a vivere ogni situazione come l'occasione per manifestare il potere della Legge mistica, con l'obiettivo che quante più persone possibili consolidino lo stato vitale di Buddità nella propria vita.
Quando lottiamo a viso aperto contro il nostro karma sulla base del voto di kosen-rufu, stiamo offrendo speranza agli altri. Il desiderio che tutti possano costruire una felicità indistruttibile ci permette di provare un senso di soddisfazione anche nei momenti di difficoltà e di ottenere la vittoria nella nostra vita personale, non importa quanto tempo debba trascorrere.
Il presidente Ikeda scrive: «Il Daishonin era pienamente consapevole che le grandi persecuzioni che stava affrontando erano le difficoltà che aveva voluto per il suo desiderio di realizzare la propria missione. Ed esse erano una fonte di grande gioia perché le stava affrontando per condurre le persone all'Illuminazione. Egli poteva aiutare coloro che soffrono soltanto condividendo i loro stessi dolori e avversità e dimostrando, da essere umano come loro, come superarli. È per questa titanica impresache lo consideriamo il Budda dell'Ultimo giorno della Legge» (MDG, 465).
Subito dopo continua affermando: «In ciò risiede anche il significato della relazione tra maestro e discepolo nel Buddismo. Il maestro, nel Buddismo, è sempre qualcuno che agisce in maniera esemplare, che conduce una vita basata su un'immensa missione. Il discepolo impara sinceramente da questo e si sforza di emulare la maniera di vivere del maestro. È svolgendo questa pratica in accordo con l'insegnamento del Budda che giungiamo ad afferrare la Legge con la nostra vita stessa. Perciò la relazione tra maestro e discepolo è il cuore stesso del Buddismo» (Ibidem).
La sorgente del potente flusso della SGI che sta portando pace e speranza a tutte le persone del mondo non è altro che la relazione di non dualità di maestro e discepolo. Maestro e discepolo sono persone poste su un piano di parità, il legame indistruttibile che li unisce è il voto di kosen-rufu, il desiderio della felicità di tutta l'umanità. Maestro e discepolo lottano insieme in ogni momento, non importa quanto possano essere distanti fisicamente. Ciò che conta è quanto siano uniti nel cuore e nelle azioni volte alla realizzazione dell'ampia propagazione della Legge mistica. Maestro e discepolo recitano Nam-myoho-renge-kyo all'unisono, come leoni invincibili, perché lottano per realizzare lo stesso ideale.
In un saggio sulla Legge di causa ed effetto, il presidente Ikeda scrive: «Quando il sole del voto condiviso di maestro e discepolo sorge nei nostri cuori, inizia una grande trasformazione. Non c'è karma che non possiamo superare, non c'è battaglia che non possiamo vincere. La relazione tra maestro e discepolo è, in realtà, una componente indispensabile nel processo di causa ed effetto per realizzare la fondamentale trasformazione dello stato vitale insegnata nel Buddismo. La causalità della Legge mistica, in un certo senso, è la causalità di maestro e discepolo. Il discepolo rappresenta la causa e il maestro rappresenta l'effetto. In realtà è la consapevolezza interiore, o senso di responsabilità, del discepolo, la causa che fa partire tutto.
[...] La vittoria del discepolo è la vittoria del maestro. La vittoria del maestro è la vittoria del discepolo. Questo è uno dei più profondi princìpi del Buddismo e l'essenza della non dualità di maestro e discepolo» (Maestro e discepolo, Esperia, pp. 35-36).
Nella mia vita non ho provato una gioia più grande di quella sperimentata nella lotta condivisa di maestro e discepolo, grazie a essa sento di poter affrontare tutte le difficoltà e le sfide fino in fondo, fino a ottenere la vittoria, e di non smettere di migliorare, lottando contro la negligenza e l'arroganza e approfondendo sempre lo spirito di ricerca.
Nei momenti più bui e difficili ho deciso di vincere facendo una promessa concreta al presidente Ikeda. Recitare Nam-myoho-renge-kyo per me significa pregare con forza per realizzare insieme ai miei amici le promesse fatte al maestro. Per questo so che, a dispetto di tutte le difficoltà, non avremo rimpianti e non saremo mai sconfitti.
Come membri della SGI, ognuno a proprio modo, viviamo tutti sulla base del grande voto di kosen-rufu, che ci unisce direttamente a Nichiren Daishonin, Makiguchi, Toda e Ikeda. Recitiamo Nam-myoho-renge-kyo e abbiamo deciso di trasformare il karma dell'umanità. Ci impegniamo nello shakubuku, cercando di toccare il cuore di tante persone, tutte diverse tra loro. Così ogni differenza è una potenzialità meravigliosa messa a frutto concretamente per la pace nel mondo. Anche i pregi e i difetti di ciascuno di noi brillano di nuova luce. L'unità nella diversità di cui parla il Buddismo è l'unità dei maestri e discepoli Soka. È la vittoria della nostra comune umanità sulla sofferenza e l'ingiustizia.
Questa è la storia che la Soka Gakkai sta scrivendo in tutto il mondo, dove ogni persona è una protagonista insostituibile. È una storia luminosa che continua ogni volta che cominciamo un nuovo dialogo portando nel cuore il nostro maestro.

di Mirko Lugli - Buddismo e Società n.169 - marzo aprile 2015
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