Il ruggito della leonessa

Sono una mamma di 63 anni e ho cominciato a praticare questo Buddismo nel 1986. Mio figlio e mia nuora, anche loro praticanti, si sono sposati a dicembre del 2003. Proprio in quel periodo mio figlio cominciò a dimagrire a vista d'occhio e in più aveva una costante febbriciattola. Così un giorno lui e sua moglie decisero di andare a fare analisi più approfondite in un'altra città. Io intanto recitavo molto Daimoku, pregandoli di darmi notizie il più presto possibile, ma il mio cuore era pesante, stavo male. Dopo due giorni mia nuora mi comunicò al telefono la terribile notizia: mio figlio aveva delle macchie linfatiche bianche nei polmoni, però non si sapeva ancora quanto fosse grave. Sentivo tutto il suo dolore e desiderai fortemente in quel momento di darle coraggio: «Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone, quale malattia può essere un ostacolo?» (Risposta a Kyo'o), e poi aggiunsi: «Nichiren Daishonin non mente». Mi sembrò un po' rasserenata. Tornati a Firenze con le analisi, andarono al Centro oncologico di Careggi per una verifica e quello che era un sospetto purtroppo si rivelò una certezza. Mio figlio fu subito ricoverato e io non volevo credere a quanto stava accadendo, nonostante lo vedessi stare male. Evidentemente la fiducia che avevo sempre avuto nel Gohonzon non mi faceva soccombere. Ma la realtà, intanto, era quella. Mentre recitavo, con grande stupore, mi accorsi che non era la malattia in sé che mi causava la sofferenza, ma il fatto di vedere mio figlio in uno stato di debolezza tale da riuscire a stento a recitare; insomma vedevo che non riusciva a combattere con tutta la forza che, secondo me, avrebbe dovuto impiegare per vincere un nemico così grande. Faceva un Gongyo risonante, ma poco Daimoku e questo mi addolorava tanto. Sapevo che quella sofferenza era il mio karma e allora presi in mano la mia pratica, recitando tutte le mattine Gongyo scandendo con forza parola per parola. Non so quanto tempo rimanevo a recitare, non riuscivo a staccarmi dal Gohonzon, era l'unico modo per non soffrire. I medici dicevano che al quarto stadio della malattia la gente muore, e mio figlio era proprio all'inizio di esso perché i suoi polmoni erano pieni di linfonodi. Io recitavo come se, ripulendo la mia vita, potessi entrare attraverso il mio Daimoku nei polmoni di mio figlio. Ripulivo la mia vita e la sua. A tutti i costi non volevo vedere mio figlio soffrire ed ero determinata a vincere. Cominciarono le cure, io accompagnavo Daniele a fare la chemioterapia e tutte quelle ore di attesa non erano sprecate perché quello era un ambiente dove di sofferenza ce n'era veramente tanta, la sofferenza di tante persone senza speranza che per anni e anni tiravano avanti senza vedere miglioramenti concreti. Io ero là anche per loro. Con un coraggio da leone continuavo a ripetermi la frase diRisposta a Kyo'o e a far ripetere loro Nam-myoho-renge-kyo. Recitavo davanti al Gohonzon per mio figlio e per tutti quelli che erano in cura. Vedevo la speranza tornare in quegli occhi, anche perché vedevano che mio figlio sopportava bene la terapia e che quando usciva era sempre allegro. Dopo sei mesi di chemioterapia (per due volte al mese) il viso di mio figlio non era più giallognolo, ma aveva un bel colorito. Pregai il dottore di anticipare le analisi di controllo. Mi assecondò, anche se era scettico, in quanto riteneva fosse troppo presto. Andai io stessa a ritirare le analisi, tenendole strette al cuore. Sentivo che avevo vinto. Il dottore le aprì, lesse, poi disse: «Signora, suo figlio è guarito! È incredibile, la malattia non c'è più, anche se è opportuno continuare la cura ancora per un po'». Ma io sapevo già che era guarito. «Ma adesso mi deve spiegare da dove veniva la sua forza e allegria che in tutto questo periodo ha manifestato con tutti quanti noi» disse il dottore. «Completamente dal mio cuore - risposi - è la potenza di una frase che comprende sia l'universo che la nostra vita». Gli chiesi se avesse un po' di tempo e lui mi rispose: «Tutto il tempo che vuole». Cominciai a raccontare partendo dal nostro Budda originale e, dietro sua richiesta, scrissi la frase. Conosceva dei buddisti, ma finora non ne aveva voluto sapere. La mia fiducia e determinazione lo avevano conquistato. Oggi mio figlio sta benissimo. Sono grata al Gohonzon e per questo recito Daimoku per tutte quelle persone che sono ancora senza speranza. So che vincerò anche per loro e prego anche per tutti quelli che soffrono sia moralmente che fisicamente e non hanno più la forza di recitare. (R. E.)

da: il Nuovo Rinascimento n° 331 del 1° Luglio 2005
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