Gioia per kosen rufu

Quando ho iniziato a praticare, più di quattro anni fa, ricordo che la motivazione principale è stata quella di affrontare un grave problema di salute e, grazie a questo evento, mi si è presentata la possibilità di risvegliare una “spiritualità” che nel corso degli anni si era persa. Per un po' di tempo era andata bene così, ma col passare degli anni e col variare delle situazioni, dare un senso alla vita e soprattutto al correre del tempo era diventato un pensiero ricorrente che non potevo più ignorare.
Devo tuttavia riconoscere che il discorso legato a kosen rufu e alla diffusione della pratica buddista, il cosiddetto “voto” a cui tutti dobbiamo risvegliarci, restava piuttosto ai margini. Ne capivo l'importanza, ma all'inizio preoccuparsi della felicità degli altri quanto della mia e diffondere la pratica buddista non erano per me delle priorità.
Con una pratica costante tuttavia si cresce in consapevolezza, iniziando la “rivoluzione umana” grazie soprattutto allo studio, alle attività intrinseche alla Soka Gakkai, al mettersi in gioco con coraggio, come nello shakubuku. Possiamo parlare della pratica agli altri se siamo profondamente convinti che la nostra vita è cambiata grazie ad essa, è diventata globalmente “migliore”.
Quando incontro persone che non vedo da tempo e che mi chiedono come sto, il primo pensiero è che la grossa novità entrata a far parte della mia vita è stato l'incontro col buddismo di Nichiren Daishonin, grazie al quale la mia vita è decisamente migliorata, a tal punto da non riuscire ad immaginare la mia esistenza senza il Daimoku.
Ricordo ancora una delle mie prime esperienze di shakubuku ad una persona conosciuta casualmente in palestra: dopo aver più volte affrontato il discorso con lei, la invitai ad uno zadankai ed il suo “sì” mi rese così felice che andai a trovare una compagna di fede e glielo raccontai. Lei mi rispose che mi vedeva “raggiante” e da quel momento cominciai a capire che cosa voleva dire “risvegliarsi al voto di kosen rufu” e provare una gioia così profonda.
Se incontro un bravo medico che mi aiuta a stare meglio, la prima cosa che faccio è consigliarlo a chi sta soffrendo, garantendo per lui. La stessa cosa provo a mettere in atto col buddismo, specialmente quando incontro qualcuno che soffre. Conoscere da vicino il dolore delle persone mi ha fatto comprendere il significato delle parole del Budda, nel sedicesimo capitolo del Sutra del Loto, quando dice: ”Mai ji sa ze nen, I ga rio sciujo. Toku nju mu-jo-do. Soku jo-ju busshin”, parole che pronunciamo ogni giorno durante la cerimonia di Gongyo, cioè “Questo è il mio pensiero costante: come posso far sì che tutti gli esseri viventi accedano alla via suprema e acquisiscano rapidamente il corpo del Budda?”
Possiamo illuderci di esserci conquistati una “zona confort”, dentro alla quale ritroviamo sicurezza e tranquillità, ma isolandoci nel nostro “piccolo io” non faremo che proseguire nell'illusione che sia sufficiente la nostra felicità, a volte a discapito di quella degli altri.
Quello che mi ha colpito del buddismo è il discorso dell' “impermanenza”, per cui prima o poi capiterà di trovarci a dover affrontare sofferenze, difficoltà, lutti ai quali non eravamo preparati. Avere a disposizione una pratica che aiuta ad affrontare i problemi è una marcia in più, poter recitare davanti al Gohonzon è un sollievo nelle difficoltà ed una gioia immensa colma di gratitudine nei momenti positivi. E la semplicità della pratica, accessibile a tutti, la rende adatta a qualunque tipo di persona: questo è l'”umanesimo buddista”, la cui essenza è una profonda fiducia nelle potenzialità di ognuno e la forza straordinaria di una speranza illimitata, così come sono illimitati i poteri del Gohonzon.
Ogni volta che si conclude uno zadankai, rendersi conto che le persone sono riuscite a comunicare tra di loro, che il clima è stato gioioso, pur affrontando tematiche a volte dolorose, che si respirava fiducia reciproca e desiderio di condividere, che chi è ospite ha ascoltato e partecipato con coinvolgimento e curiosità, mi fa provare una gioia così profonda, che capisco che cosa vuol dire “kosen rufu”. Allora penso alla cura con cui era stato preparato lo zadankai, a quanto essere responsabile del gruppo sia un ruolo importante, che può dare all'incontro il giusto taglio e dimensione col contributo di tutti, creando uno spazio in cui ognuno possa esprimersi e diventare protagonista.
Mi piace anche pensare a Sensei e mi chiedo se sarebbe orgoglioso di me, nella consapevolezza che posso fare di più ogni giorno, che la mia felicità è nel percorso che sto facendo e che la mia fede voglio sia sempre come l'acqua che scorre e non come il fuoco o meglio, come dice Toda, una fede come l'acqua bollente, ardente di passione!

foto ed esperienza di Giulietta
stampa la pagina

Commenti