Nascita: mistero, casualità o causalità?

Secondo il Buddismo la vita è eterna. Quando moriamo la nostra esistenza non scompare nel nulla ma semplicemente recede da una condizione manifesta a una di “latenza” in attesa delle condizioni appropriate per rimanifestarsi, che altro non sono che le condizioni karmiche di due genitori che si accordano con le proprie.
Dunque gli “ingredienti” per generare un bambino per il Buddismo sono tre: un’esistenza individuale nello stato di latenza che, in virtù del karma immagazzinato nella propria ottava coscienza (alaya) sceglie due genitori, selezionando da essi quelle informazioni genetiche che si accordano con il proprio karma. Così si spiega come da genitori uguali nascano figli a volte molto diversi fra loro. E ci viene fornito qualche lume in più anche sulle cause della sterilità. Secondo il Buddismo oltre a motivi fisiologici vi possono essere anche cause karmiche. NelloYugashiji ron vengono citate tre cause che impediscono il concepimento: 1) disordini e malattie dell’utero; 2) disordini e malattie del seme; 3) disordini e malattie del karma. Quest’ultima causa significa che «il padre o la madre non hanno creato o approfondito il karma per avere figli, oppure che entrambi i genitori non hanno un karma tale da attrarre figli, o ancora significa che l’esistenza intermedia non ha creato o approfondito il karma per attrarre dei genitori» (vedi DuemilaUno, n. 5, pag. 24). Per curare quest’ultimo problema gli aspiranti genitori devono trasformare il proprio karma in modo da poter stabilire un legame fra la loro vita e l’esistenza ancora in fase latente.
Ci sono innumerevoli esperienze di coppie che apparentemente non riuscivano ad avere figli e, dopo un periodo più o meno lungo di pratica assidua, hanno realizzato il proprio desiderio. Sembra tutto molto mistico. Ma Nam-myoho-renge-kyo non è una magia; è un modo per trasformare concretamente la nostra vita, attingendo alla saggezza del Budda che esiste dentro di noi e applicandola nelle azioni quotidiane, accumulando così maggiore fortuna.
Darina Lasova, ora madre di una bellissima bambina di un anno e mezzo racconta: «Dopo il matrimonio desideravamo un figlio ma non veniva. A quell’epoca svolgevo un lavoro che gratificava molto le mie ambizioni di carriera ma era molto stressante e mi teneva spesso in giro per l’Italia. Recitando Daimoku e chiedendo un consiglio sulla fede capii che cosa mancava, cosa non piaceva al bimbo: voleva le condizioni ottimali, la casa nuova, il suo bagnetto, e una mamma tranquilla. Così come altre volte nella mia vita ho provato a rinunciare a un mio attaccamento, in questo caso, quello alla carriera a tutti i costi. Ho cercato di trasformare la mia situazione lavorativa in modo da poter fare una vita più tranquilla e, a forza di Daimoku, ci sono riuscita. Fra l’altro la mia rinuncia è stata solo apparente perché la nuova soluzione di lavoro si è rivelata addirittura migliore di quella precedente. E al bambino, anzi alla bambina, deve essere piaciuta perché un mese dopo ero già in attesa».

Tratto da: il Nuovo Rinascimento n° 282 15 Maggio 2003
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