La potenza di quell'attimo

Il cambiamento parte da quell'istante di preghiera al Gohonzon dove mettiamo tutto di noi

Una delle prime cose che mi viene da dire quando parlo della pratica a qualcuno è che recitando Nam-myoho-renge-kyo si smette di subire la vita e da impotenti si diventa potenti.
Io non ero abituata a vivere una vita dura. Non ero stata educata ad affrontare la sofferenza e quando si è presentata, violenta e improvvisa, mi ha annientata. Il dolore per la perdita di mia madre, la persona che amavo di più al mondo, e il senso di colpa per non aver capito ed evitato la tragedia avevano appiattito la mia vita in un'infelicità cupa, impotente, senza desideri. Non avevo ancora vent'anni e mi sentivo schiava di un destino impietoso, oscuro, che incombeva minaccioso, senza mezzi per reagire al di là di un forte senso del dovere. Che mi faceva andare avanti, certo, ma con una grande fatica di vivere, con il cuore vuoto, rassegnato. Intanto l'onda apparentemente inarginabile di eventi negativi che aveva travolto la mia famiglia si portava via anche mio padre, alla fine di una lunga malattia.
Quando a venticinque anni ho cominciato a praticare è successo qualcosa. Improvvisamente si è alleggerita la vita e ogni sforzo ha cominciato a dare un risultato. Tutto diventava più fruttuoso, più produttivo, come se il grosso macigno della mia esistenza, che da anni spingevo con tutte le mie forze e riuscivo a spostare solo di qualche millimetro, improvvisamente cominciasse a rotolare, anche se il cammino era sempre in salita e i problemi non erano affatto scomparsi.
Si stava facendo strada un altro punto di vista. Nuovamente sembrava possibile ciò che anni prima mi ero del tutto negata, cioè progettare, costruire e realizzare. C'era una direzione.
Cosa stava cambiando? Stavo cambiando io, anche se allora non me ne rendevo conto. Stavo diventando "potente", imparando a rispondere diversamente ai fatti della vita. «Quando il gioco si fa duro, i duri entrano in campo», diceva una battuta di un noto film. Se la vita è dura, devo mettere la mia vita in grado di vincere. E per vincere devo decidere di lottare, rinnovando questa decisione ogni volta che mi tremano le gambe e il cuore.
Così, sto costruendo una vita che non si arrende. Con tanti risultati. E con la vera grande conquista di aver imparato un "metodo".
Cerco di spiegarlo attraverso un'immagine.
A volte mi sembra di camminare in una giungla senza l'ombra di un sentiero, senza alcuna indicazione. Tutto è chiuso intorno a me, devo aprire la strada. Ma verso dove? E con quale energia? Non ha molta importanza. Quell'attimo di vita in cui metto tutta me stessa e prego il Gohonzon, faccio un passo, traccio un metro di strada, con la fiducia assoluta che va bene così, quello è il grande beneficio della praticabuddista. In quell'attimo è concentrata tutta l'energia dell'universo, come alle soglie del Big bang. È un attimo di vita libero dal mio modo di vedere le cose, dalle mie solite reazioni, libero dalla mia esperienza e dalla mia storia. Un istante di vita libero dal condizionamento del karma.
Nell'ultimo editoriale il presidente Ikeda parla della forza della preghiera, della potenza che la cerimonia di Gongyo infonde alla nostra vita: «Gongyo è la causa che ci permette di far pulsare con energia il potere fondamentale di Myoho-renge-kyo, la vita stessa di Nichiren Daishonin, in ogni aspetto del nostro essere. Con Gongyo riusciamo a far emergere il coraggio e la saggezza del Budda, e ad assaporare "la più grande delle gioie". [...] [Gongyo] infonde in noi uno stato vitale indistruttibile come il diamante, che spalanca le porte alla vittoria» (Il nuovo rinascimento, n. 367, p. 3).
Attimo dopo attimo, con la consapevolezza del tutto in questo luogo e in questo istante, grazie alla preghiera al Gohonzon la vita diventa potente perché si fonda sulla Buddità e non sul karma. Anzi usa liberamente il karma per manifestare il suo potere. È una vita "senza preoccupazioni" perché sta dando il massimo, non c'è spazio o tempo per altro. È una vita che è fonte continua di gioia irrefrenabile, contagiosa. È una vita che trasforma il karma.

di Maria Lucia De Luca - Buddismo e Società n.121 - marzo aprile 2007
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