La libertà dal karma

Oltre l'orizzonte dei nostri limiti c'è un modo libero di stare nelle cose e di vivere il karma come la terra del Budda

Ricordo molto chiaramente quando, tra le pagine del Nuovo rinascimento, lessi la spiegazione di Ikeda sulla trasformazione del karma (oggi in Il mondo del Gosho, vol. 2). Ricordo la commozione, e che leggendo cominciai quasi a piangere, di gioia. Per la prima volta mi sembrò di percepire davvero lo sforzo che quell'uomo lontano stava facendo per aiutarci a capire come affrontare la nostra vita, la nostra realtà.
Chiamai una mia cara amica per condividere quella gioia, cominciai a parlarne durante le riunioni, ricordo che per un certo periodo divenne l'argomento centrale di molti corsi, ma che alcune persone, come la mia amica, non reagirono subito bene. Quello che il presidente Ikeda ci stava dicendo, quello su cui ci invitava a riflettere era qualcosa che aveva un nuovo sapore e che forse spiazzava il nostro pensiero, il nostro modo di studiare e spiegare il karma. Non si trattava tanto di capire meglio come funziona, in che modo le cause e gli effetti si manifestano nella nostra vita dall'infinito passato, in un susseguirsi di concatenazioni che spesso ci inchiodano a situazioni di sofferenza conosciute, quanto di comprendere che oltre la legge del karma, oltre l'orizzonte dettato dai nostri limiti, esiste qualcosa di puro, libero, incontaminato che il karma non tocca, non distrugge, non fa morire. Qualcosa che è in noi così come gli occhi, il respiro, un piede. Così come un sorriso. Come la vita.

Non la puoi vedere, non la puoi stringere, non la puoi chiudere in una cassaforte o farne un'opera d'arte. Non è una cosa. Né un arrivo. È una condizione, un punto di partenza, un modo di stare nelle cose, vederle, amarle. Per spiegarla in genere si parla dei dieci mondi, degli stati vitali che dall'Avidità, alla Collera, all'Estasi, alla compassione influenzano il nostro sentire e agire, o delle nove coscienze tramite le quali entriamo in contatto e percepiamo la realtà, sia fisicamente, attraverso il tatto, la vista o l'udito, sia intellettualmente con pensieri, ragionamenti, congetture. Ma parlarne è difficile, le parole non bastano a spiegare la Buddità, l'Illuminazione. Non ci si arriva tramite concetti, con l'intelligenza o la riflessione. Ci si arriva con un salto che solo la fede permette di fare. Un salto che d'un tratto porta oltre i limiti dell'io e nello stesso tempo nel luogo più proprio, più vero e consono al nostro essere umani. Il luogo della libertà assoluta, del tempo senza inizio, quel luogo da cui la realtà, la stessa realtà che ci fa soffrire per una malattia, per un incidente, per un rapporto andato a male, ci appare per quello che veramente è: la terra di un Budda. La terra in cui la nostra Buddità, il nostro amore, la nostra libertà possono manifestarsi. Quella terra è il nostro karma. Il nostro corpo così com'è, il nostro lavoro così com'è, la nostra famiglia, i nostri sogni, le nostre delusioni, il nostro dolore. Quella è la nostra terra, è il terreno dal quale il seme dell'Illuminazione può in ogni istante germogliare, nutrito dalla fede come dall'acqua, come dal sole. Il karma è tutto ciò che abbiamo accumulato per un tempo incommensurabile e che ci permette ora di essere qui e di poter sperimentare qui Nam-myoho-renge-kyo, il potere della fede, il manifestarsi della nostra Buddità.

Cosa succede del karma se cominciamo a guardarlo a partire dalla Buddità che è in noi così come in ogni essere umano? Cosa succede se apriamo gli occhi del Budda?
«Il karma negativo - spiega il presidente Ikeda (MDG, 2, 49) - viene avvolto dal mondo di Buddità e purificato dal suo potere. Per fare un'analogia l'apparizione del mondo di Buddità è come il sorgere del sole. Quando il sole sorge a est le stelle che brillavano così vividamente nel cielo notturno svaniscono immediatamente, come se non esistessero.
In realtà le stelle non hanno cessato di esistere, sono soltanto diventate invisibili.
Se scomparissero, ciò contrasterebbe con il principio di causa ed effetto. Ma, così come la luce delle stelle e della luna sembra svanire quando sorge il sole, quando facciamo emergere lo stato di Buddità nella nostra vita cessiamo di soffrire per gli effetti negativi di ogni singola offesa passata».
È un passo molto importante e ricordo che suscitò parecchi dubbi quando se ne cominciò a parlare, almeno tra le persone che conosco. Forse perché a volte pensiamo al potere di Nam-myoho-renge-kyo come a una magia capace di cancellare ogni cosa brutta che accade e l'idea che le stelle non scompaiano non è consolante. O forse perché erroneamente pensiamo che soffrire è l'inevitabile conseguenza del karma negativo, che cesseremo di stare male solo quando il nostro karma sarà mutato. Eppure quello che Ikeda sta cercando di trasmetterci, e non solo in questo brano, è qualcosa di diverso, che corre per altre strade, vola altrove, scavalca con un balzo ogni ridondante congettura: smettere di soffrire non è un punto di arrivo, ma il punto di partenza.
In qualsiasi situazione siamo incagliati, qualsiasi sciagura o esperienza dolorosa ci troviamo a vivere, la possibilità di liberarci dalla sofferenza che inchioda i pensieri, gli attimi, le mani, esiste nella nostra vita. Ogni volta che davanti al Gohonzon recitiamo Nam-myoho-renge-kyo possiamo aprire la porta della nostra libertà, della nostra gioia incontaminata, del potere della Legge mistica. La fede, e solo la fede, permette di compiere quel salto. Anche se la realtà che ci dà dolore dovesse rimanere immutata, anche se tutto dovesse peggiorare, qualsiasi cosa accada, aprendo ogni giorno la porta alla nostra Buddità possiamo trovare la forza e la gioia di pensare, parlare e agire in maniera libera, in un modo che la catena di cause ed effetti del nostro karma non prevede. Così la nostra terra diventa terra del Budda. Così il karma diventa l'occasione preziosa per cercare e manifestare la nostra Buddità.
Quello che veramente abbiamo l'opportunità di imparare, io credo, sia a vivere questa esistenza basandoci non tanto sugli effetti e sui limiti che il karma ci impone, ma sulle potenzialità della nostra vita.
«Poiché il Budda è la vita stessa, - scriveva Toda - quando ci risvegliamo alla condizione originale della nostra vita tutte le cause e gli effetti intermedi spariscono e il Budda di Myoho renge, la simultaneità di causa ed effetto, diviene manifesto» (MDG, 2, 51).

Non è un sogno, non è un'illusione. La Buddità è una condizione vitale che si manifesta concretamente, nel quotidiano, e che manifestandosi cambia i colori e l'aspetto delle cose che accadono. Non svaniscono, non scompaiono, ma scompare l'ansia, la paura, la preoccupazione. Così quando recito Daimoku cercando con gli occhi della fede la Buddità in me e negli altri, quando non c'è altra via di uscita che credere, che buttare via rabbia, dolore, rassegnazione, paura, la vita si trova d'un tratto oltre la notte. La forza, l'armonia, la libertà iniziano a esistere nel corpo, nellamente, nella voce. Nulla è ancora cambiato, posso essere malata, magari sto invecchiando, magari non ho soldi per arrivare alla fine del mese, ho litigato con mia madre, non sopporto mio figlio, c'è una persona che mi sta veramente facendo del male e il sogno che avevo fin da bimba è ancora un miraggio. Nulla è mutato. Ma io sì. Comincio a sorridere. Comincio a fare qualcosa che non avrei mai pensato possibile: comincio a sentire gioia. E con quella gioia a traversare il fiume della mia malattia, della solitudine. Comincio a vedere in quella persona che mi fa del male le sue potenzialità, il suo essere unica e preziosa, cercherò il suo sorriso domani. Comincio a sentire che il tempo ha un senso e che forse sarà bello imparare a invecchiare, trovare nuove piccole rughe, pelle sottile, pensieri spessi di tempo. Comincio a essere certa che i soldi arriveranno, che arriverà sorridendo la fine del mese. Comincio e ricomincio a lottare per il sogno che ho da tanto tempo, senza rifugiarmi nelle facili rese, perché lottare è bello, è bello fare fatica per qualcosa in cui credi. Comincio a sentire che la mia vita, la mia fatica ha un senso per questo mondo così indifferente e pieno di guerre, di gente che uccide come se fosse niente. E che questa gioia non è mia come un anello o un bracciale. È un filo di luce che mi lega agli altri, che al desiderio della loro gioia mi conduce e mi dà la forza di non arrendermi, non posso: c'è un mondo che dipende da me, dal mio sguardo, da quello che la mia vita crea o non crea, per offrire. E quello che mi commuove, che davvero mi muove, parte da lì. Penso a mia madre, a mio figlio, a quella persona che mi ha ferito, e vedo la bellezza che il loro karma nasconde, che il mio karma non mi permette sempre di vedere, ma che c'è, come la loro Buddità, la loro luce. Sarò capace domani di vederla? Di inchinarmi come faceva il bodhisattva Fukyo di fronte alla Buddità insita nella vita delle persone?
Tempo fa ero a cena con una persona che praticava da poco tempo, una cena normale, come tante, un locale affollato. A un certo punto si guardò intorno, guardò i tavoli vicini, la gente seduta che parlava e mangiava, e a bassa voce si avvicinò e mi chiese: «Ma davvero non sanno niente? Come possono vivere senza sapere quello che hanno? Come si fa a dirglielo?».
Forse si fa così. Forse si fa manifestando il potere della vita, mostrando che si può vivere il karma che abbiamo liberamente, trasformando il dolore in gioia e la gioia in amore per gli altri, in dedizione, in parole che sappiano svelare come un inchino. Nichiren fece così. Così Ikeda mi sembra ci stia fortemente indicando soprattutto negli ultimi anni. Così anche il karma negativo che viviamo prende luce. E che sia malattia, solitudine, mancanza di soldi o di amore, è proprio grazie a quel karma, a quel problema, che posso sperimentare il sapore della libertà più vera. Quella di cambiare, quella di mostrare che si può. Si può uscire dai circoli chiusi della rabbia, del dolore, dell'avidità, della sofferenza che rende ciechi e cattivi. Si può fermare le guerre, insegnare il rispetto, difendere la vita e la sua gioia. Si può usare se stessi, il proprio karma, per cambiare il mondo. Allora, ancora le parole di Ikeda: «Le persone comuni alla mercé del proprio karma diventano "persone comuni che hanno una missione"». È un altro punto bello e importante di quella spiegazione, ma non ne scriveremo qui. Ha bisogno di altre parole.

di Manuela Vigorita - Buddismo e Società n.121 - marzo aprile 2007
stampa la pagina

Commenti

  1. Stupendooooo GRAZIE MILLE, GRAZIE DAVVERO Nam myoho renge kyo.........

    RispondiElimina
  2. GRAZIE☀ GRAZIE☀ GRAZIE☀ NMHRGK

    RispondiElimina
  3. GRAZIE☀ GRAZIE☀ GRAZIE☀ NMHRGK

    RispondiElimina

Posta un commento