Non c'è felicità più grande

Problemi e desideri non sono che un mezzo per recitare Daimoku. La felicità vera non è un effetto della pratica, ma la pratica stessa
«Non c'è felicità più grande per gli esseri umani che recitare Nam-myoho-renge-kyo».
Nella frase che apre questo Gosho (Felicità in questo mondo, SND, 4, 157) il Daishonin dichiara che il massimo della felicità che noi tutti stiamo cercando consiste nel recitare Nam-myoho-renge-kyo. Questa affermazione è sbalorditiva, al tempo stesso semplice e straordinariamente profonda, contenendo l'essenza dell'insegnamento di Nichiren.

Ognuno di noi aspira alla felicità, e più o meno esplicitamente si comporta in modo da poterla ottenere, per lo meno cercando di avvicinarvisi. Tuttavia è estremamente difficile trovare qualcuno che si possa definire felice. Ciò dipende innanzitutto dalle illusioni su cosa sia effettivamente la felicità, cosa ci possa fare davvero felici e quali siano i mezzi per ottenere questa condizione.
La felicità di cui parla il Daishonin è la felicità assoluta dello stato di Budda, che non viene influenzata dalle circostanze esterne poiché scaturisce direttamente dalla vita stessa.
Il Daishonin la chiama anche "gioia che deriva dalla Legge". Questo tipo di gioia «noi la otteniamo e la proviamo in prima persona, dipende solo e unicamente da noi stessi. [...] La vera felicità non significa essere ora contenti e ora disperati. Vincendo la tendenza a incolpare dei propri problemi qualcun altro o qualcos'altro, lo stato vitale si dilata enormemente. [...] Quando si pratica il Buddismo con questa determinazione tutte le lamentele scompaiono e il mondo di Buddità comincia a risplendere. A quel punto è possibile gustare liberamente tutta la gioia che deriva dalla Legge» (Daisaku Ikeda, Gli eterni insegnamenti di Nichiren Daishonin, Esperia, p. 164).

Dunque, recitare Daimoku è la strada per arrivare a provare questo tipo di gioia ma, ancora di più, è di per sé fonte di gioia. Di solito, all'inizio della pratica, si ritiene che il Daimoku sia soprattutto un mezzo per risolvere i problemi e realizzare i desideri, sottintendendo che è la presenza di problemi e desideri a costituire un ostacolo alla nostra felicità. Invece, approfondendo il punto di vista del Buddismo, si scopre che quella che deriva dalla realizzazione dei desideri è una felicità relativa in quanto "in relazione" con i fenomeni e dunque soggetta a continui mutamenti, mentre ciò che resta come felicità più duratura è il modo in cui si è arrivati al cambiamento: l'emergere di quello stato vitale fresco, disincantato, risvegliato. Di quella forza e chiarezza che ridimensiona tutte le paure. Per questo Nichiren spiega che problemi e desideri non sono altro che un mezzo, un'occasione per recitare Daimoku. In altre parole, la felicità vera non è un effetto della pratica, ma la pratica stessa.
Il Sutra del Loto afferma che la vera natura della nostra vita non è altro che la Buddità, e quando recitiamo Daimoku questa natura emerge inesorabilmente, illuminando i nove mondi che rappresentano la realtà del comune mortale. Il principio del mutuo possesso dei dieci mondi spiega che, anche se recitiamo in preda alla sofferenza o alla collera, il Daimoku trasformerà questi stati vitali facendo emergere da essi la Buddità. Quando ci inginocchiamo davanti al Gohonzon possiamo essere posseduti dalla tristezza più profonda o dalla rabbia più feroce, ma la semplice azione di recitare Daimoku sinceramente manifesta il nostro ichinen di voler cambiare, e ci dispone all'ascolto della nostra natura più profonda.

Eppure, sebbene la maggior parte di coloro che praticano il Buddismo del Daishonin abbia sperimentato in una o più occasioni l'emergere di una felicità profonda e liberatoria durante la pratica quotidiana, è assai facile dimenticare quelle esperienze quando si presenta una grave difficoltà o quando si scivola in una pratica abitudinaria e formale, come le volte in cui si smette di sfidarsi per riuscire a utilizzare appieno la propria vita e ci si accontenta. A che cosa stiamo dedicando le nostre giornate? Da cosa ricaviamo la nostra soddisfazione quotidiana? Da un lavoro che ci gratifica o da un amore che ci riempie? O magari dalla posizione che ricopriamo nella società o nell'organizzazione? Nonostante questo tipo di piaceri facciano parte della vita, la via che indica il Buddismo per gioire pienamente dell'esistenza in tutti i suoi aspetti è ricercare la gioia che deriva dalla Legge recitando Daimoku davanti al Gohonzon e riconoscendo la nostra missione di bodhisattva. «Come indica l'espressione "la gioia che deriva dalla Legge", la chiave sta nello sviluppare una forza interiore tale da riuscire a vedere tutto dal punto di vista del mondo di Budda, la condizione di felicità suprema. E questo è possibile - dice il Daishonin - recitando Daimoku con costanza» (ibidem, p. 165).

DAL PUNTO DI VISTA DEL BUDDA
I sutra precedenti al Sutra del Loto, così come le interpretazioni più diffuse di alcune grandi religioni, promettono agli esseri umani una ricompensa della fede in luoghi e tempi completamente separati dalle nostre attuali circostanze, come la Pura terra d'occidente del Budda Amida o il paradiso dopo la morte. Al contrario, il Sutra del Loto sostiene che la terra del Budda coincide con il mondo di saha, il mondo "di sopportazione" in cui viviamo. «La mia pura terra non viene distrutta, eppure gli uomini la vedono consumarsi nel fuoco: ansia, paura e altre sofferenze predominano ovunque» (SDL, 303).
Nel Gosho Risposta a Soya Nyudo si legge: «Gli spiriti affamati vedono il fiume Gange come fuoco, gli esseri umani vi vedono l'acqua e gli esseri celesti lo vedono come amrita [ambrosia]. L'acqua è sempre uguale, ma appare diversa secondo la capacità karmica degli individui» (SND, 7, 147). Che la vita ci riservi la sua dose di problemi e sofferenze è un dato immodificabile, ma innalzando il nostro stato vitale attraverso la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo con cuore sincero possiamo utilizzare ogni sofferenza per creare valore, e persino riuscire a gioire delle difficoltà che ci si presentano. Fu proprio durante il durissimo esilio a Sado che il Daishonin scrisse: «Provo una gioia senza limiti anche se adesso sono in esilio» (Il vero aspetto di tutti i fenomeni, cfr. SND, 4, 234), mentre Tsunesaburo Makiguchi, il primo presidente della Soka Gakkai, scrisse dal carcere: «Può esserci gioia anche nell'inferno. Tutto dipende dal nostro spirito».

E tuttavia, pur comprendendo e condividendo teoricamente le parole del sutra e quelle del Daishonin, per noi è estremamente difficile credere nella possibilità di sentire gioia nel pieno della sofferenza. Oscurati dall'ignoranza e dall'illusione, immaginiamo la felicità come un qualcosa di talmente grande e meraviglioso da non poter essere contenuta nella nostra ordinaria esperienza quotidiana, oppure ci lasciamo ingannare dall'idea che solo dopo moltissimi anni di pratica sia possibile sperimentare il tipo di felicità di cui parla il Daishonin. In entrambi i casi commettiamo l'errore di proiettare la nostra felicità in un futuro prossimo o lontano, escludendo di poterla sperimentare nel presente. Invece Nichiren assicura che non esiste situazione, per quanto drammatica, in cui non sia possibile sperimentare la gioia che deriva dalla Legge. Affrontare i problemi della vita recitando Daimoku e sforzandosi di sentire la propria natura di Budda davanti al Gohonzon, sentendo così la Buddità di tutte le altre persone e sviluppando il desiderio sempre più sincero di renderle felici, è esattamente il coraggio nella fede di cui parlano molti scritti del Daishonin.

«Nel momento della sofferenza, recitate Daimoku. Nel momento della gioia, recitate Daimoku. Poter recitare Daimoku è di per sé felicità. [...] La sofferenza è inevitabile nell'arco di una vita, quindi è necessario essere preparati e avere la forza interiore per elevarsi oltre i sentimentidi preoccupazione o di ansia. Dobbiamo fare in modo che "la luce serena della luna dell'Illuminazione" (GZ, 1262) - il mondo della Buddità - risplenda in noi. Allora i desideri terreni si trasformano in Illuminazione e qualsiasi cosa ci capiti fa da carburante per la felicità. [...] Chi riesce a provare gioia, chi si sente grato, vede moltiplicarsi questi sentimenti in un effetto a valanga perché è così che funziona il cuore» (Daisaku Ikeda, op. cit., 170).
Principi buddisti come bonno soku bodai (i desideri terreni sono Illuminazione) e shoji soku nehan (le sofferenze di nascita e morte sono nirvana) spiegano anch'essi la funzione del Daimoku. Desideri e sofferenze, inducendoci a recitare Nam-myoho-renge-kyo di fronte al Gohonzon, vengono trasformati in Illuminazione attraverso il potere del Daimoku, esattamente come il fiore di loto emerge dal fango. Soku, il principio di trasformazione, non è altro che Nam-myoho-renge-kyo.
Inoltre, man mano che il nostro ichinen si consolida verso la realizzazione di kosen-rufu, la missione dei Bodhisattva della Terra, ci scopriremo in grado di trasformare il nostro karma sempre più in profondità, fino a toccare le radici stesse delle nostre sofferenze. Se invece con il passare degli anni continuiamo a perseguire esclusivamente o principalmente obiettivi egoistici, i benefici che abbiamo sperimentato all'inizio della pratica cesseranno di manifestarsi: non perché il Daimoku non funzioni più, ma in quanto noi stessi ci opponiamo al nostro cambiamento. Una tale pratica statica si manifesta in un Daimoku distratto e poco incisivo, e l'affermazione sulla gioia di recitare Nam-myoho-renge-kyo diviene pura teoria.

BASTA UN ATTIMO PER CAMBIARE
Il Buddismo descrive la Legge fondamentale della vita come il principio mistico di causa ed effetto. Nel Buddismo del Daishonin il manifestarsi della natura di Budda è un effetto della recitazione di Nam-myoho-renge-kyo al Gohonzon e, a sua volta, causa potenziale di progressive e radicali trasformazioni della vita individuale, le quali originano dal profondo cambiamento a livello dell'ichinen, il modo in cui viviamo il singolo attimo presente. Per fare un esempio, è esperienza abbastanza comune per un praticante che una sofferenza che sembra insopportabile si sciolga naturalmente durante la preghiera e si trasformi, nella nostra percezione, in un problema normale e risolvibile. Nulla è cambiato durante la preghiera se non l'ichinen, cioè il modo di "sentire".
Si può affermare che tutto il Buddismo riguardi questo breve momento presente e vi sia contenuto. «Inoltre, poiché la vita non dura che un momento, il Budda ha esposto i benefici che derivano da un singolo momento di gioia [per avere ascoltato il Sutra del Loto]. Se avesse detto che sono necessari due o tre momenti, non si potrebbe più parlare di voto originale del Budda di grande e indiscriminata saggezza, di unico veicolo dell'insegnamento immediato, di Legge che permette a tutti di raggiungere la Buddità» (Domande e risposte sulla fede nel Sutra del Loto, SND, 7, 20). Èincredibile quanto questa trasformazione, apparentemente così insignificante, possa provocare una vera e propria rivoluzione della vita dell'individuo e dell'ambiente, la "rivoluzione umana". Tutto origina dall'ichinen, il quale, secondo la teoria buddista, contiene in sé tutte le potenziali manifestazioni fenomeniche dell'universo, abbracciando, oltre all'individuo, anche l'ambito sociale e l'ambiente fisico.
«Se solo hai fede in questo Gohonzon e reciti Nam-myoho-renge-kyo anche per un poco, nessuna preghiera rimarrà senza risposta, nessuna colpa rimarrà senza perdono, ogni fortuna sarà concessa e ogni giustizia provata» (Nichikan Shonin, dal suo commento a Il vero oggetto di culto, in Daisaku Ikeda, op. cit., 166).

di Giulio Mario Rampelli e Marina Marrazzi - Buddismo e Società n.114 - gennaio febbraio 2006

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