La voce che recita Daimoku

Parto da un assunto: conseguire l'Illuminazione nella forma presente vuol dire vivere con la piena consapevolezza della propria dignità di Budda, e per risvegliarsi profondamente a tale dignità bisogna lottare contro la natura oscurata intrinseca alla vita, che la nasconde e la opprime.
Ciò significa che questa dignità non emerge da sola ma va chiamata con forza, e a questo serve recitare Nam-myoho-renge-kyo davanti al Gohonzon. «La nostra voce che recita il Daimoku - scrive Daisaku Ikeda - è la voce della fede incrollabile e dello spirito di ricerca, che demolisce l'oscurità interiore e attiva la condizione vitale della Buddità» (BS, 119, 29). Qui per spirito di ricerca non si intende un'indagine mentale o intellettuale, bensì un'azione concreta per cercare un'altra condizione vitale, un'altra saggezza.
Sta in ciò la vera grandezza della recitazione di Nam-myoho-renge-kyo: permettere a ogni persona - veramente a ogni persona, senza prerequisiti - di manifestare la stessa condizione vitale del Budda. Non bisogna avere particolari qualità o consapevolezze, ma semplicemente mettere in pratica la fede recitando Daimoku. C'è un'equivalenza sostanziale tra fede e recitazione del Daimoku, perché la nostra è una fede concreta, non mentale o teorica. L'azione fisica di recitare Daimoku concretizza la fede, anche se con la mente non ci crediamo. Come il cibo naturalmente alimenta il nostro corpo, così il Daimoku nutre la nostra Buddità.
La preghiera al Gohonzon è l'azione con la quale affermiamo di essere intrinsecamente entità di Myoho-renge-kyo. «In questo senso la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo è anche la "voce della Buddità". Per questa ragione dovremmo sempre cercare di recitare un Daimoku risonante, con un ritmo vibrante e vigoroso come quello di un cavallo al galoppo» (Ibidem).
Spesso si tende a distinguere tra l'essere fortemente determinati e "affidarsi al Gohonzon". Si pensa che la determinazione sia un atteggiamento mentale, mentre la recitazione del Daimoku una sorta di atto meccanico che non implica scelte o decisioni. In realtà invece la vera determinazione, o decisione, è quella di "investire" sul Daimoku - ciò significa "affidarsi" - costruendo e mantenendo la convinzione che è la preghiera che apre la strada per ogni vittoria.
«Dovreste comprendere - scrive Nichikan Shonin, ventiseiesimo patriarca della Nichiren Shoshu - che "esercitarsi con coraggio e diligenza" (yumyo shojin) si riferisce alla fede e alla recitazione del Daimoku. Significa quindi recitare il Daimoku dell'insegnamento originale. "Con coraggio e diligenza" è riferito alla fede. Perciò un commentario afferma: "Yu (con coraggio) significa agire con coraggio; myo (con diligenza) significa utilizzare tutta la propria saggezza. Quindi "con coraggio e diligenza" significa far emergere coraggiosamente e a pieno il potere della fede. Shojin (esercitarsi) significa recitare Daimoku» (BS, 119, 45).

Il Daimoku "apre" la saggezza del Budda
Esiste nel Buddismo un principio meraviglioso di cui forse non si parla mai abbastanza: la fusione di realtà e saggezza (kyochi myogo). Così lo enuncia il Daishonin: «Realtà è la vera natura di tutti i fenomeni e saggezza significa illuminare e manifestare questa vera natura. [...] Quando realtà e saggezza si fondono, si ottiene la Buddità nella propria forma presente» (Gli elementi essenziali per conseguire la Buddità, RSND, 1, 662).
Per spiegare a livello generale questo principio il presidente Toda diceva: «Se fare il droghiere è la tua realtà, lavorare duramente per far prosperare i tuoi affari equivale a manifestare la fusione di realtà e saggezza» (citato in La saggezza del Sutra del Loto, vol. 2, p. 110). Per noi che vogliamo far emergere la realtà della nostra vita, "lavorare duramente" significa praticare con coraggio e spirito di ricerca.
La nostra Buddità inizia a risplendere quando abbiamo la saggezza di comprendere che è quella la realtà della nostra vita. È il Daimoku che fa sgorgare da dentro di noi la nostra saggezza del Budda, che scorre poi nella nostra vita e ne illumina (nel senso che irradia di luce) la sua realtà oggettiva, cioè la Buddità. Se una luce è interna, nascosta, pur se presente non può illuminare, solo se fuoriesce può farlo.
Realtà oggettiva e saggezza soggettiva sembrano due cose separate, ma tra di loro c'è una sostanziale unità. Consideriamo ad esempio un terreno che abbonda di sorgenti d'acqua sotterranee. Il terreno di per sé è ricco di acqua (è questa la sua realtà oggettiva), ma solo quando le sorgenti vengono individuate e fatte zampillare esso viene irrigato. La nostra vita èla Buddità, ma solo attraverso la recitazione del Daimoku, la preghiera al Gohonzon, possiamo farla emergere e utilizzarla in forma di saggezza.
Come fa una persona a diventare Budda? Trasformando la propria mente - il proprio cuore - da illusa a illuminata. Ciò che rende possibile questa trasformazione è il Daimoku. Una mente illusa, dice il Daishonin, è come uno specchio appannato, che mostra una realtà offuscata, mentre uno specchio pulito la riflette perfettamente.
L'atto di lucidare è indispensabile per ripristinare la proprietà riflettente dello specchio, e inoltre non è sufficiente pulirlo una volta soltanto, ma dobbiamo continuare a lucidarlo.
Recitare Daimoku è l'azione che pulisce lo specchio appannato della nostra vita.

Quando la vita si appanna
Ci sono dei periodi di "bonaccia" in cui la vita appare ferma, e sembra di dover fare degli sforzi immani per spingerla un pochettino avanti. Si cerca dentro di sé la forza, la saggezza, si cercano idee, entusiasmo, ma... non succede niente. Quei momenti in cui si smarrisce la motivazione, si perde il "voto", si cerca di riparare ma... rimane tutto un po' mentale.
«Tuttavia - scrive il Daishonin - io feci il voto di risvegliare in me il potente cuore dell'Illuminazione e di non retrocedere mai» (L'apertura degli occhi, RSND, 1, 212).
Come si fa a rinnovare il voto? E a farlo con sincerità?
Sento che devo fare un salto, ma quale? Cosa devo migliorare, cambiare? Cuore e testa non rispondono, calma piatta. Tocca scavare a fondo, e con questa intenzione vado davanti al Gohonzon. Da questo deserto deve nascere del nuovo, anche se ancora non so cosa sia, anzi proprio perché non lo so sarà meraviglioso e mi stupirà. Rinnovo il mio centro, il Buddismo: «Il Buddismo è come il corpo e la società come l'ombra», dice il Gosho (Confronto tra il Sutra del Loto e gli altri sutra, RSND, 1, 923). Mi sforzo di andare avanti, "con coraggio e diligenza".
E mentre prego mi torna alla mente il mio grande dolore e il grande beneficio della pratica buddista, aver affrancato la mia vita da quel dolore. Provo un'immensa gratitudine per chi mi ha fatto shakubuku. E decido, a mia volta, di fare shakubuku per far sì che altri non abbiano a soffrire di quel mio stesso dolore.
Tutto si alleggerisce, in un attimo. Ho rinnovato il mio voto.

di Maria Lucia De Luca - Buddismo e Società n.147 - luglio agosto 2011
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