La preghiera

Come attivare la nostra Buddità

«Non c'è felicità più grande che avere fede nel Sutra del Loto. Esso assicura "pace e sicurezza in questa vita e circostanze favorevoli nella prossima". Non permettere mai che le avversità della vita ti preoccupino. Dopotutto nessuno può evitare i problemi, nemmeno i santi o i saggi. Semplicemente recita Nam-myoho-renge-kyo e, quando bevi sakè, stai a casa con tua moglie. Soffri per quel che c'è da soffrire e gioisci per quello che c'è da gioire. Considera entrambe, sofferenza e gioia, come fatti della vita e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo qualunque cosa accada. In questo modo sperimenterai una gioia illimitata derivante dalla Legge»
(Felicità in questo mondo, SND, 4, 157-8)

Non tutto si può spiegare, non tutto si riesce a comprendere. La fede è un salto. È un modo di saltare oltre le domande che la mente ci pone. È una strada, un percorso dove non si procede in modo lineare, susseguente, per deduzione, induzione o analogia. È stare nelle cose con la consapevolezza che le cose, tutte le cose, sono solo una parte della realtà: quella visibile, quella che si tocca. Il resto, tutto il resto, non lo sappiamo. Non sappiamo quando moriremo, se rinasceremo, cosa c'era prima, cosa c'è dopo. Né perché, né come. E, in questo mare così grande di ignoranza, di cecità, così grande quasi da fare male, avere fede è una scelta. È scegliere una bussola, un mezzo per orientarsi, sentire e vivere la propria vita. Può sembrare un ulteriore modo di illudersi, e per chi sceglie altre strade lo è.
Ma per chi sceglie di credere, la fede è un potere. Nel senso buono, nel senso di forza che si aggiunge alle proprie capacità e le moltiplica, le amplifica. Una forza, una potenza, a cui non si accede tramite i pensieri, le riflessioni, i buoni propositi, il sapere, semplicemente perché non bastano. C'è bisogno di altro. C'è bisogno di un gesto semplice e antico, umile e potente. C'è bisogno di pregare. Di cercare altro, al di là di quelli che sono i nostri limiti e le nostre ricchezze personali. C'è bisogno di fidarsi, di consegnarsi completamente, senza riserve, senza dubbi, senza paure. Per questo è così importante decidere in cosa riporre la propria fede. Perché diventiamo come bambini, più che bambini, perché abbandoniamo difese e strutture e sovrastrutture mentali e ci affidiamo. Ci lasciamo andare.
Chi sceglie di credere nel Buddismo di Nichiren spesso all'inizio si fida di qualcuno, dei suoi occhi, delle sue esperienze, della sua gioia di praticare questo Buddismo. Ma è solo una porta che si apre. Varcarla, poi, è un'azione personale. È avere il coraggio e l'umiltà di recitare personalmente Nam-myoho-renge-kyo, malgrado non si sappia ancora bene cosa vuol dire, da dove proviene, a cosa si approderà. È un primo, piccolo, grande salto di fede. Poi, per tutta una vita, lo sforzo sarà quello di credere che attraverso la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo la nostra Buddità può emergere, manifestarsi, riempire la nostra esistenza di una gioia che non dipende dagli eventi, dal bene, dal male che incontriamo. È la gioia stessa della vita, la gioia di sentire ovunque la Buddità esistere, anche nel dolore, anche nella morte, anche nei sorrisi più superficiali. Ma che cos'è la Buddità? Che cos'è questo stato vitale che chi prega cerca nelle profondità del proprio essere? In realtà, non è una "cosa", un nome, una risposta. È una esperienza, una esperienza di fede. Quello per cui pratichiamo c'è già nella nostra vita, e in quella degli altri. C'è come c'è la pelle, la capacità di pensare, di amare, di sognare. C'è la possibilità di vivere e creare libertà, felicità, "pace e sicurezza", come Nichiren scrive, la possibilità di attraversare anche i mali e i dolori di tutta un'esistenza cogliendone la meraviglia, il senso, l'intreccio, e provandone gioia. C'è quando crediamo, quando ogni parte del nostro corpo, della nostra mente, del nostro essere si fida e inizia a cercare proprio ciò che il nostro karma negativo, le nostre illusioni, le nostre limitate percezioni ci nascondono. Proprio lì dove tutto l'universo sembra dirci no, volerci fermare, lì dove è più difficile, più faticoso, lì dove la fede è l'unica possibile apertura. Allora, come Nichiren ci ha insegnato, umilmente e con forza, uniamo le mani, ci inginocchiamo o sediamo, abbandoniamo il nostro io piccolino, i nostri dubbi, i nostri schemi mentali e semplicemente, molto semplicemente, iniziamo a voce alta a recitare Nam-myoho-renge-kyo.
È il nostro modo di cercare. Il modo per sperimentare che potere ha la fede.

NAM-MYOHO-RENGE-KYO, LA LEGGE DI CAUSA ED EFFETTO E IL KARMA
Per il Buddismo gli eventi della nostra vita (e in genere ogni cosa nell'universo) non avvengono per caso, né per opera del destino o di un'intelligenza superiore. Ogni cosa succede solo come effetto di una causa, o meglio, di un insieme di cause, a loro volta effetti di cause ecc., in una concatenazione molto simile a quella descritta da una legge della fisica. Ma c'è una particolarità che rende "mistica" questa Legge che sta alla base del pensiero buddista: il fatto che l'effetto (in forma latente) si crea simultaneamente alla causa, anche se si manifesterà successivamente. Questo non è un fatto puramente teorico, ma sostanziale. Soprattutto perché spiega come sia possibile che tutti i comuni mortali siano già Budda, adesso, anche se non se ne rendono conto. Questo è il messaggio più profondo racchiuso nel Sutra del Loto, dove si dice che per realizzare la propria Buddità non occorre aspettare di rinascere innumerevoli volte, né trovarsi un luogo diverso da quello dove si è (vedi box p. 11).
Recitare Nam-myoho-renge-kyo equivale a mettersi in sintonia con questa Legge. Infatti nam significa "dedicare la vita", myoho significa "mistica Legge", renge (il fiore di loto) rappresenta la simultaneità di causa ed effetto, e kyo (sutra) è la nostra voce.
Attraverso la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo facciamo emergere la nostra natura illuminata e ci rendiamo conto di come funziona questa Legge: perché, come dice Shakyamuni «la vera entità di tutti i fenomeni può essere compresa e condivisa solo tra Budda» (SDL, 30).
Inoltre, quando ci poniamo da questo punto di vista illuminato, vediamo noi e il nostro karma da una prospettiva totalmente diversa. La parola karma, che significa "azione compiuta", è l'insieme delle cause e degli effetti che ci portiamo dentro esistenza dopo esistenza, e spiega le tendenze personali, le qualità fisiche e caratteriali, ma anche le circostanze esterne con le quali interagiamo. Normalmente, il karma negativo ci fa soffrire e quello positivo ci fa gioire. Ma affrontando la sofferenza con il DAIMOKU (vedi box a p. 15), manifestando così l'immenso stato vitale del Budda, il karma negativo viene illuminato e privato della sua influenza, come quando il sole di giorno copre totalmente la luce delle stelle. Quando facciamo emergere lo stato di Buddità nella nostra vita cessiamo di soffrire per gli effetti negativi di ogni singola offesa passata. Ciò significa dunque che per "un comune mortale illuminato sin dal tempo senza inizio" (cioè per ognuno di noi che possiede in sé lo stato vitale del Budda) l'esistenza del karma non è la preoccupazione principale.
Esiste addirittura il concetto di "assumere volontariamente il karma appropriato". Quando cambiamo il nostro karma in missione, ovvero utilizziamo la sofferenza che deriva dal nostro karma negativo per approfondire la fede,recitando Daimoku e aumentando così la capacità di affrontare le sofferenze nostre e degli altri, trasformiamo il nostro destino da negativo a positivo. Chiunque cambia il proprio karma in missione è una persona che ha "volontariamente assunto il karma appropriato". Perciò chi affronta le sofferenze considerando qualsiasi cosa come parte della propria missione, sta procedendo verso la trasformazione del proprio destino.

LA PRATICA QUOTIDIANA: DAIMOKU E GONGYO MATTINA E SERA
La pratica fondamentale per ottenere l'Illuminazione nel Buddismo di Nichiren Daishonin è la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo. Il Daishonin scrive: «Praticare solamente i sette caratteri di Nam-myoho-renge-kyo può apparire limitato, tuttavia, poiché questa Legge è la maestra di tutti i Budda del passato, presente e futuro, la guida di tutti i bodhisattva dell'universo e la guida che permette a tutti gli esseri umani di raggiungere la Buddità, la sua pratica è incomparabilmente profonda» (I desideri terreni sono Illuminazione, SND, 4, 144).
Talvolta Nam-myoho-renge-kyo viene indicato come il Daimoku (il titolo) del Sutra del Loto. Nichiren afferma che l'essenza di questo sutra è nel suo stesso titolo: «Nel Daimoku, Nam-myoho-renge-kyo, è contenuto l'intero sutra [...]. Recitare Daimoku due volte equivale a leggere due volte l'intero sutra, cento Daimoku equivalgono a cento letture del sutra e mille Daimoku a mille letture» (L'unica frase essenziale, SND, 4, 238-9).
Si recita Daimoku quando si vuole e quanto se ne vuole. All'inizio e alla fine della giornata, inoltre, la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo viene inclusa nella cerimonia di Gongyo, nella quale vengono declamati due brani del Sutra del Loto tratti dal secondo e dal sedicesimo capitolo. Il "libretto di Gongyo" contiene la traduzione in cinese antico dall'originale testo indiano del Sutra del Loto; noi occidentali leggiamo la traslitterazione nella nostra lingua del suono degli ideogrammi, seguendone il ritmo.
Letteralmente, gon vuol dire "sforzarsi con disciplina" e gyo "continuare con costanza". Dunque si tratta di una pratica da seguire con assiduità giorno dopo giorno.

I BENEFICI
«Beneficio significa la ricompensa karmica della purificazione dei cinque organi di senso. Ku (di kudoku) indica felicità. Inoltre sradicare il male è chiamato ku e far sorgere il bene è chiamato doku. Kudoku (o beneficio) significa ottenere la Buddità nella forma presente e purificare i cinque organi di senso» (La raccolta degli insegnamenti orali)

Che cosa significa beneficio? Il Sutra del Loto afferma che significa purificare i cinque sensi e la mente, cioè tutte le funzioni fisiche e mentali, in modo che operino allo scopo di sradicare il male interiore, trasformandolo in bene attraverso un lento processo di rivoluzione individuale. Questi cambiamenti sono graduali e profondi; spesso passano inosservati come la crescita di un albero, per questo sono chiamati anche benefici invisibili (myoyaku). Ma ogni cambiamento interiore produce i suoi effetti sull'ambiente circostante che muta di conseguenza, arrecando buona fortuna ai credenti del Sutra del Loto. Talvolta il cambiamento positivo esplode improvviso e manifesto. In questo caso si parla di beneficio visibile (ken'yaku). Generalmente si verifica quando la vita di un praticante attraversa un momento particolarmente difficile, oppure quando è necessario provare la validità della pratica buddista ai nuovi credenti.
Nella nostra pratica quotidiana si deve mirare essenzialmente al primo tipo di benefici, più profondi e radicali, e soprattutto al più grande beneficio invisibile, l'ottenimento della Buddità.

di Manuela Vigorita  - Buddismo e Società n. 109 - marzo aprile 2005

Commenti

  1. Grazie🙏🏻🙏🏻🙏🏻🙏🏻🙏🏻

    RispondiElimina
  2. Fantastica grazie di cuore per i tuoi incoraggiamenti

    RispondiElimina
  3. Spiegato in modo semplice ma efficace. Come bere un bicchiere d'acqua o semplicemente respirare. Grazie

    RispondiElimina
  4. Sempre grazie. Continuate sempre a pubblicare questi meravigliosi articoli che così possono raggiungere anche chi non sa ancora nella meraviglia in cui è incappato venendo a conoscenza di questa pratica. Sono una responsabile, pratico da cinque anni e la facilità di poter condividere all'occorrenza questi articoli facilmente mj da davvero una grossa mano. Grazie ancora e buona rivoluzione a tutti. Un consiglio dal profondo del cuore a chi già pratica :non fermatevi mai!

    RispondiElimina
  5. Non fermiamoci mai!
    Grazie

    RispondiElimina

Posta un commento