La frase essenziale

Formalmente è il titolo del Sutra del Loto. In realtà esprime l'essenza dell'intero sutra ed è la Legge della vita. Recitarla consente di afferrare la mistica verità dentro di sé

Myoho-ama, una seguace di Nichiren Daishonin, gli domandò un giorno: «È possibile raggiungere la Buddità solo recitando Nam-myoho-renge-kyo?».
Domanda semplice, diretta. Essenziale.
Una delle prime che, in genere, viene in mente quando entriamo in contatto con il Buddismo. Una delle prime che ci viene rivolta quando avviciniamo qualcun altro al Buddismo. «È possibile diventare felici solo recitando questa frase?».
Ma cos'è la Buddità? E cosa vuol dire diventare felici?
La Buddità è una condizione suprema in cui qualunque cosa viviamo è fonte di gioia. La vita come la morte: entrambe fonte di gioia. La soddisfazione come la sofferenza.
Myoho-ama vuole sapere questo: se sia davvero possibile ottenere uno stato vitale così elevato con la semplice recitazione di Nam-myoho-renge-kyo.

Prima di tutto, fare una domanda sul Sutra del Loto è per te una sorgente di rara fortuna. In questa epoca dell'Ultimo giorno della Legge, coloro che fanno domande sul significato anche di una sola frase o verso del Sutra del Loto sono molti meno di quelli che possono scagliare il grande monte Sumeru sopra un'alta terra come se fosse un sasso, o di quelli che possono calciare lontano l'intera galassia come se fosse una palla (L'unica frase essenziale, SND, 4, 237).

Nichiren comincia a risponderle ringraziandola. Perché «fare una domanda sul Sutra del Loto è una sorgente di rara fortuna». Forse Myoho-ama era stata incerta sull'opportunità di fare una domanda tanto semplice, ma la risposta di Nichiren è così limpida da far sentire quanto è importante domandare quello che non capiamo.
Gran parte degli scritti di Nichiren sono proprio risposte ai discepoli che, di fronte alla sua grande disponibilità, potevano chiarire ogni dubbio. Questa cura nel domandare e questa attenzione nel rispondere sono due cose importantissime: perché solo dove è possibile esprimersi liberamente succede quella cosa singolare che è la crescita personale. E senza una crescita personale è difficile che si animi il ritmo dell'attività di propagazione della Legge.

Nam-myoho-renge-kyo è solo una frase, ma contiene l'essenza dell'intero sutra. Tu hai chiesto se si possa raggiungere la Buddità solo recitando Nam-myoho-renge-kyo e questa è la domanda più importante di tutte. È il cuore dell'intero sutra e la sostanza dei suoi otto volumi (ibidem, 238).
La domanda più semplice è anche la più importante: come fa uno stato d'animo tanto largo e profondo come la Buddità a stare dentro sette ideogrammi? Come fa il senso della vita a stare dentro una frase?

Lo spirito di una persona alta cinque o sei shaku può apparire con chiarezza nel suo volto che misura un solo shaku, e nel suo volto può apparire precisamente negli occhi che misurano un solo sun (ibidem).
«Gli occhi sono lo specchio dell'anima - dice il presidente Ikeda - ed esprimono la vita dell'individuo nella sua totalità, così come la semplice espressione E=mc2 esprime l'immensa energia di un'esplosione nucleare» (D. Ikeda, Gli eterni insegnamenti di Nichiren Daishonin, Esperia, p. 52).
E=mc2, ovvero: "l'energia è uguale alla massa moltiplicata per la velocità della luce al quadrato". Non è per niente semplice capire cosa vuol dire. Eppure questa formula è alla base della nostra visione del cosmo. È la formalizzazione di elementi che, anche se sembrano slegati dalle nostre vite, sono dentro il nostro concretissimo mondo: sono l'energia, la materia, la luce, il tempo.
Einstein non ha inventato né i simboli né le idee che essi esprimono. Il suo merito però è essere arrivato a una comprensione profonda della relazione fra quei fenomeni dell'universo e averla sintetizzata in una formula.
Uno shaku misura trenta centimetri. Un sun misura tre centimetri. Lo spirito di una persona alta un metro e ottanta può apparire con chiarezza nel guizzo degli occhi, che misurano solo qualche centimetro. Questo sta dicendo Nichiren: che il senso profondo di un fenomeno si esprime spesso attraverso una cosa piccola, una sintesi, una formula, un codice che contiene intatto tutto il valore di ciò che rappresenta. Ecco perché uno stato vitale così alto può stare in una frase così piccola.
Ma perché proprio "quella" frase?
Sappiamo che Shakyamuni, circa duemilacinquecento anni fa, dopo aver raggiunto la Buddità, risvegliò gradualmente i suoi discepoli mantenendo fedeltà al suo scopo: far capire che l'esperienza che aveva vissuto lui la possiamo vivere tutti, perché tutti possediamo la Buddità. Le sue predicazioni furono compilate nei cosiddetti ottantaquattromila insegnamenti che, nel corso dei secoli, vennero interpretati e reinterpretati. T'ien-t'ai, circa mille anni dopo, elaborò un sistema che classificava i sutra sia sotto il profilo cronologico che dal punto di vista della loro profondità e determinò che il Sutra del Loto conteneva la verità ultima. Restava una questione cruciale: com'era possibile per le persone comuni applicare questo principio nella vita?
Nichiren, nel 1253, diede espressione pratica e concreta al Buddismo che Shakyamuni aveva insegnato e T'ien-t'ai delucidato. Riuscì a esprimere il cuore del Sutra del Loto, e perciò l'Illuminazione del Budda, in una forma accessibile a tutti. Fece qualcosa di paragonabile alla traduzione di una teoria scientifica complessa in una tecnica pratica.

Nella parola Giappone è incluso tutto ciò che si trova nelle sessantasei province: tutte le persone e gli animali. Le risaie e gli altri campi, i poveri e i ricchi, i nobili e le persone comuni, i sette tipi di gemme e tutti gli altri tesori. Allo stesso modo nel Daimoku, Nam-myoho-renge-kyo, è contenuto l'intero sutra che consiste di tutti gli otto volumi, dei ventotto capitoli e dei 69384 caratteri senza eccezione (L'unica frase essenziale, SND, 4, 238).
Il titolo del Sutra del Loto è Myoho-renge-kyo. Nella letteratura buddista il titolo di un sutra, o trattato, è considerato molto importante, perché esprime l'insegnamento contenuto nell'intero testo.
Sempre T'ien-T'ai, ad esempio, dedicò la prima delle sue maggiori opere, Il significato profondo del Sutra del Loto (Hokke Gengi), a spiegare il significato di ciascuno dei cinque caratteri di Myoho-renge-kyo. Una ragione di ciò potrebbe stare nel fatto che la scrittura cinese è molto concisa e che ogni carattere quindi può contenere sfumature di significato diverse. Ma non si tratta solo di questo.
Così come i simboli della formula di Einstein, ciascuno dei cinque caratteri di Myoho-renge-kyo, considerato singolarmente, è l'espressione di un complesso e più profondo aspetto della vita (vedi articolo pp. 20-28).
Messi insieme, i cinque caratteri di Myoho-renge-kyo esprimono la relazione tra la vita stessa e l'intero universo. La formula della vita. È difficile comprenderlo e crederci. Quando si cerca di analizzarlo è inevitabile sentirsi incapaci, proprio come quando un profano pretende di giudicare se E=mc2 sia corretta.
Questa Legge - dice il Sutra del Loto - «può essere compresa e condivisa solo da Budda» (SDL, 30). Esattamente come la formula E=mc2 può essere compresa e condivisa solo da fisici teorici.
Ma se questa Legge può essere utilizzata solo dagli esperti, cioè i Budda, che succede a chi non è già esperto?
E qui c'è la meraviglia. Nichiren Daishonin afferma che chiunque può arrivare a comprendere questa Legge mistica. Non occorre avere un particolare sviluppo intellettuale o saper maneggiare un particolare sapere: «Se vuoi liberarti dalle sofferenze di nascita e morte che sopporti dall'eternità e raggiungere senza alcun dubbio la suprema Illuminazione in questa esistenza, devi risvegliarti alla mistica verità che è sempre esistita nella vita degli esseri umani. Questa verità è Myoho-renge-kyo. Di conseguenza recitare Myoho-renge-kyo ti permetterà di afferrare la mistica verità dentro di te» (Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza, SND, 4, 3).
Mistica, in questo caso, definisce una verità che, sebbene assolutamente reale, sfugge alle categorie consuete della logica e ai limiti dell'espressione verbale.
Come la musica. Che può suscitare gioia, lacrime, serenità, entusiasmo, passioni.
Ma come si spiega che una serie di suoni messi in un certo ordine producano questo effetto?
«Il fatto è che ci riescono», dice Richard Causton. «Possiamo dunque dire che, in questo senso, la musica è mistica. I suoi effetti non si possono spiegare studiando i puntolini sul pentagramma, e nemmeno analizzando o misurando i suoni mentre vibrano nell'aria.
Recitare Nam-myoho-renge-kyo per "afferrare la mistica verità dentro di te" è un'azione in qualche modo paragonabile a quella di chi suona un brano musicale per sperimentare l'effetto di una data musica. Le informazioni scritte sulla copertina del disco possono servire ad approfondire la conoscenza e l'apprezzamento del brano in questione ma nulla può sostituire l'esperienza della musica stessa. La mistica verità di Nam-myoho-renge-kyo oltrepassa i limiti dell'intelletto: una spiegazione teorica può aiutare a capire ma soltanto recitando Nam-myoho-renge-kyo è possibile comprenderla appieno» (DuemilaUno, n. 78, p. 12).

Ogni cosa ha il suo punto fondamentale e il cuore del Sutra del Loto è il suo Daimoku,Nam-myoho-renge-kyo (L'unica frase essenziale, SND, 4, 238-239).
Secondo il Buddismo di Nichiren Daishonin Nam-myoho-renge-kyo è il nome della Legge che regola l'universo, la Legge di causa ed effetto.
Viviamo, ora, l'effetto di cause messe nel passato e stabiliamo, ora, gli effetti che vedremo in futuro. La vita è un continuo macinare, modificarsi, trasformare.
La Legge di causa ed effetto vale sempre e ovunque: è una regola, un ritmo, un ordine che sta nelle cose. Che esiste a prescindere dal fatto che lo si riconosca o no. E dal momento che lo si riconosce diventa la chiave per cambiare la propria vita e la fonte d'energia più grande che c'è. Nichiren Daishonin le ha dato un nome: Nam-myoho-renge-kyo.
Nam è il nostro riconoscerla, il nostro agire in accordo alla Legge, dedicandocisi. Dicendola. Nei termini della Legge di causalità Nichiren ha affermato che recitare Nam-myoho-renge-kyo è la migliore causa che una persona possa creare. È il modo di chiamare il nostro stato vitale più alto, è il modo di tirare fuori da noi quella meraviglia che è, in ognuno, latente. E che, una volta manifesta, ci fa sentire la gioia di stare al mondo, la gioia di esserci e il desiderio sincero e scalpitante di far sì che anche altri la possano vivere.

In verità, se lo reciti mattina e sera, stai leggendo correttamente l'intero Sutra del Loto. Recitare Daimoku due volte equivale a leggere due volte l'intero sutra, cento Daimoku equivalgono a cento letture del sutra e mille a mille letture (ibidem).
Al tempo del Daishonin il testo del Sutra del Loto si leggeva integralmente. Nichiren qui scrive invece che recitare Daimoku è lo stesso che leggere una volta l'intero sutra e che recitare mille Daimoku vuol dire leggere il sutra mille volte.
Recitare Nam-myoho-renge-kyo è accessibile a tutti, può essere fatto in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. È una pratica nello stesso tempo raffinata e semplice.

Quindi, se reciti incessantemente Daimoku, leggerai incessantemente il Sutra del Loto (ibidem).
"Incessantemente" vuol dire "per tutta la vita". Vuol dire coltivando il desiderio di sentirci limpidi e legati agli altri senza smettere mai. Anche chi ha praticato tanto e per molti anni, nel momento in cui dovesse abbandonare questo filo si troverebbe di nuovo al buio, come una lampada con la spina staccata. Perché secondo il Buddismo di Nichiren Daishonin Nam-myoho-renge-kyo è il nome della Buddità: recitandolo diventiamo consapevoli e ci mettiamo in contatto con l'universo. Ecco perché il presidente Ikeda dice: «La preghiera basata sulla Legge mistica non è astratta, è una realtà concreta sul piano della vita. Pregare vuol dire condurre un dialogo, uno scambio con l'universo. Quando preghiamo la nostra vita, o il nostro ichinen, abbracciano l'universo: la preghiera è una lotta per espandere la vita. La preghiera non è una debole consolazione, ma una convinzione forte e possente» (D. Ikeda, op. cit., p. 60).

Scritto in cinese, pronunciato in giapponese

Myoho-renge-kyo è il titolo del Sutra del Loto.
La prima stesura del Sutra del Loto era in sanscrito, linguaggio letterario dell'antica India dove il testo inizialmente si diffuse. Il titolo sanscrito era Saddharmapundarikasutra, letteralmente "Sutra della perfetta Legge del Loto". Quando il Buddismo si propagò in Cina, tutti i sutra furono man mano tradotti in cinese classico, ovvero il linguaggio utilizzato a corte per l'arte e per l'amministrazione, e talvolta anche dalla gente comune. La migliore versione del Sutra del Loto in cinese classico, tra quelle esistenti, è opera di Kumarajiva, un grande studioso vissuto tra il 344 e il 413, circa duecento anni prima di T'ien-t'ai. Alle notevoli capacità di linguista egli univa una profonda comprensione dei testi. A lui si deve l'ottima traduzione di un considerevole numero di scritti buddisti. Il titolo, in cinese classico, che Kumarajiva diede al Sutra del Loto è Miao-fa Lien-hua Ching.
Intorno al VI secolo il Buddismo si propagò dalla Cina in Giappone, attraverso la Corea. Durante la diffusione, il testo del Sutra del Loto aveva mantenuto la scrittura del cinese classico, ma veniva pronunciato secondo la fonetica giapponese. Così il suo titolo suonava come "Myoho-renge-kyo". Si tratta, anche in questo caso, di un'antica forma letteraria che persino i moderni giapponesi difficilmente comprendono.
Letteralmente Myoho-renge-kyo significa "Legge mistica del Sutra del Loto", traduzione che si avvicina moltissimo al titolo sanscrito.
(Richard Causton, DuemilaUno, n. 78, p. 10)

di Gianna Mazzini - Buddismo e Società n.114 - gennaio febbraio 2006

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