Budda di assoluta libertà

Abbiamo la libertà di recitare Daimoku, cioè di attingere senza limitazioni all'immensa forza vitale dello "stato originale", e di usarla liberamente

«Dovreste capire che il significato fondamentale di questo capitolo [Durata della vita del Tathagata] è che i comuni mortali, proprio come sono nel loro originale stato di esistenza, sono Budda» (Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 117, 43).
La Raccolta degli insegnamenti orali è l'insieme delle lezioni di Nichiren Daishonin sul Sutra del Loto, e il brano citato spiega il significato del sedicesimo capitolo, considerato l'essenza dell'intero sutra, quello in cui Shakyamuni rivela di aver ottenuto l'Illuminazione non in quella vita ma in un passato incommensurabilmente lontano.
C'è da notare che Nichiren dà al capitolo il titolo di "Durata della vita del Tathagata Nam-myoho-renge-kyo" (cfr, BS, 117, 42). Ora Tathagata è una parola sanscrita che significa "colui che è così giunto" [dal regno della Legge fondamentale]: la "durata della vita" a cui il Daishonin si riferisce è quindi quella di "colui che è così giunto" da Nam-myoho-renge-kyo.
E spiega che l'appellativo Tathagata «si riferisce al Budda dello stato originale che è eternamente dotato dei tre corpi», dichiarando che «questi tre corpi sono il nostro unico corpo».

I tre corpi del Budda
Cosa sono i tre corpi del Budda? Secondo il Buddismo mahayana sono tre aspetti che caratterizzano i Budda: il corpo della Legge, che indica l'aspetto essenziale di un Budda, la Legge fondamentale a cui il Budda è illuminato; il corpo della retribuzione, l'aspetto spirituale di un Budda, che indica la saggezza che permette al Budda di risvegliarsi a tale Legge; il corpo manifesto, ossia l'aspetto fisico che il Budda assume per agire, per mettere in pratica la Legge.
Generalmente si riteneva che un Budda possedesse uno solo di questi corpi, e che quindi esistessero tre tipi diversi di Budda. Sulla base del Sutra del Loto il Gran maestro T'ien-t'ai invece affermò che i tre corpi non sono entità separate ma tre aspetti integranti di un singolo Budda.
L'espressione "Budda eternamente dotato dei tre corpi" indica quindi un Budda in carne e ossa, un essere umano che incarna lo stato originale "Nam-myoho-renge-kyo".
Continua la Raccolta degli insegnamenti orali: «Ora Nichiren e i suoi
seguaci comprendono che, parlando in generale, Tathagata si riferisce a tutti gli esseri viventi», cioè tutti gli esseri viventi, così come sono, "giungono" da Nam-myoho-renge-kyo, sono la "forma" di Nam-myoho-renge-kyo, e per questo sono Budda.
Ma perché «Nichiren e i suoi seguaci» lo comprendono? Perché recitano Nam-myoho-renge-kyo.

Credere
Non lo devo capire, ci devo solo credere: «I tre corpi di cui si è eternamente dotati, menzionati qui, sono acquisiti attraverso un'unica parola. E quest'unica parola è "fede" o "credere"» (BS, 117, 44).
Che cosa vuole dire il Daishonin, in sostanza? Che io, così come sono, se credo di essere Budda sono un Budda. Ma cosa vuol dire "credere"? Vuol dire recitare Nam-myoho-renge-kyo e insegnarlo agli altri.
"Budda di assoluta libertà" letteralmente significa "corpo che da sé - per propria volontà - riceve e utilizza".1
Quando, rispetto a qualsiasi problema, decidiamo di ripartire dal Daimoku (di attingere dal Daimoku, "lo stato originale di Nam-myoho-renge-kyo") e dallo shakubuku - ci concediamo la libertà, utilizziamo la libertà che abbiamo, di ripartire dal Daimoku - allora siamo Budda di assoluta libertà. Di conseguenza sperimentiamo nella nostra vita la condizione di "corpo che da sé riceve e utilizza".
Noi siamo Budda di assoluta libertà perché abbiamo la "libertà" di poter recitare Nam-myoho-renge-kyo, cioè di attingere senza alcuna limitazione all'immensa forza vitale dello "stato originale" e di usarla liberamente. Il recipiente con cui attingere è la fede. Tanto più forte è la nostra fede tanto più attingiamo. Non dipende semplicemente da quante ore di Daimoku recitiamo.
Per spiegare questo punto il presidente Ikeda distingue due differenti aspetti del Daimoku: il Daimoku della fede e il Daimoku della pratica. «Il primo riguarda l'aspetto spirituale della nostra pratica e consiste essenzialmente nella battaglia che ha luogo nel nostro cuore per contrastare la nostra condizione interiore illusa, od oscurità. È una lotta contro le forze negative distruttive interiori per aprire un varco nell'oscurità che avvolge la natura di Budda e far emergere la condizione vitale di Buddità grazie al potere della fede.
Il Daimoku della pratica riguarda invece l'azione specifica di recitare Nam-myoho-renge-kyo e di insegnarlo agli altri, gli sforzi che compiamo, con le parole e con le azioni, per la nostra felicità e per quella degli altri, che sono la dimostrazione tangibile della nostra battaglia interiore contro l'illusione e la negatività interne» (BS, 119, 15).

Eterno vuol dire non creato
Alla fine della lezione dedicata al capitolo Durata della vita del Tathagata [Nam-myoho-renge-kyo] il Daishonin analizza il termine kuon (remoto passato), che generalmente indica il passato incommensurabilmente lontano in cui Shakyamuni ottenne l'Illuminazione. La sua interpretazione è davvero rivoluzionaria: «La Raccolta degli insegnamenti orali dice: Questo capitolo nel suo complesso tratta del vero conseguimento in kuon. Kuon significa qualcosa che non è stato forgiato, che non è stato migliorato, ma che esiste così come è sempre stato.
Poiché stiamo parlando qui del Budda eternamente dotato dei tre corpi, non si tratta di qualcosa che è stata conseguita per la prima volta in un dato momento, o di qualcosa per cui ci si è sforzati. Questo non è il genere di Buddità adorno delle trentadue caratteristiche maggiori e degli ottanta segni minori, o che deve essere migliorato in qualche modo. Poiché questo è il Budda che permane eternamente nel suo stato originale, egli esiste così com'è sempre stato. Questo è ciò che significa kuon. Kuon è Nam-myoho-renge-kyo, e "vero conseguimento" (jitsu jo) significa risvegliarsi al fatto che si è eternamente dotati dei tre corpi» (BS, 117, 54).
Finora ho sempre associato l'idea di eternità soprattutto a qualcosa che durerà per sempre nel futuro. Qui invece il Daishonin si riferisce soprattutto a qualcosa che c'è da sempre, che è senza inizio, che è non creata. Per noi figli della cultura occidentale, giudaico-cristiana, è davvero difficile scrollarci di dosso l'idea della Creazione (nella nostra lingua creato è sinonimo di universo), e quindi dobbiamo fare uno sforzo in più per comprendere con la vita questa visione.
La Buddità è connaturata alla vita (all'universo), c'è da sempre. Non è creata, non è raggiunta a un certo punto. Potremmo addirittura dire che la Buddità è di per sé la vita, l'universo, noi stessi. O che la vita, l'universo, noi stessi siamo "di per sé" Buddità. È difficile, ma forse solo a parole, la nostra vita profonda lo sa. «"Conseguire" significa aprire o rivelare. Vuol dire rivelare che gli esseri del regno del Dharma sono Budda eternamente dotati dei tre corpi. "Buddità" significa essere illuminati a questo fatto» (Ibidem, 44).
Nichiren Daishonin ci ha offerto la possibilità di risvegliare un immenso potere che già esiste dentro di noi. E quando ci "apriamo" a esso - uno dei significati di jo (conseguire) è giustappunto "aprire" - noi stessi diventiamo il Budda di assoluta libertà, per il quale non esiste alcun limite invalicabile.

L'universo fa un pensiero costante
E a proposito delle parole del sutra che leggiamo tutti i giorni: «Questo è il mio pensiero costante» - letteralmente «Costantemente faccio questo pensiero tra me e me» - il Daishonin dice: «Le parole "questo pensiero" nella frase "faccio questo pensiero" si riferisce all'unico pensiero eternamente intrinseco di Nam-myoho-renge-kyo. La parola "faccio" qui non corrisponde al "fare" di "fatto" o "creato" ma invece al "fare" di "non fatto" o "non creato", cioè eterno o intrinseco» (BS, 117, 52).
Il "pensiero" costante, intrinseco, dell'universo è quindi: «Come posso far sì che tutti gli esseri viventi accedano alla via suprema e acquisiscano rapidamente il corpo di Budda?» (SDL, 305).
È questa cura, questa preoccupazione, che "caratterizza" il Budda, una sorta di "frequenza" fondamentale cosmica, una radiazione di fondo spirituale che pervade e anima l'universo. Nel seguente brano da La saggezza del Sutra del Loto viene così discusso questo punto: «Le nostre vite sono originariamente il Budda. L'universo è originariamente il Budda. [...] L'intero universo è una grande entità vivente che compie atti di compassione dal passato senza inizio all'eterno futuro. Questo vasto organismo di compassione è il Budda eterno. E la vita di ogni essere dei dieci mondi è una solacosa con questo Budda del capitolo Durata della vita del Tathagata. La fede nella Legge mistica ci consente di fare "ritorno" a questa vita originale. Possiamo attingere senza limiti al potere del Budda originale perché lo possediamo da sempre» (Esperia, 2000, vol. 3, p. 175).

La parte e il tutto
«Secondo la nostra logica abituale - scrive ancora il presidente Ikeda - un insieme di parti costituisce un intero. Nella visione buddista della vita quest'assunzione non vale più: la parte, o il singolo frammento, così com'è, è l'intero. Per questo ribadisco sempre l'immensa importanza di ogni singolo individuo. La sua vita è vasta come tutto l'universo e degna di supremo rispetto.
È una cosa che le persone faticano a comprendere. Il concetto del vero aspetto della vita, in cui parte e intero sono la stessa cosa, indubbiamente va contro il nostro comune modo di ragionare, e per questo viene definito "insondabile" o "mistico".
Ma la regione dell'insondabile non esiste in qualche luogo lontano. Non esiste alcun luogo mistico o meraviglioso essere mistico diverso dalla realtà delle vite delle persone comuni. In ultima analisi, la regione dell'insondabile non è altro che il Gohonzon e il regno della fede» (Ibidem, p. 190).

Credere nel Gohonzon
Josei Toda affermava: «Ottenere la Buddità non significa semplicemente diventare un Budda o avviarsi a diventarlo. Credendo sinceramente nell'insegnamento del Daishonin secondo cui la persona comune è degna di supremo rispetto e nel principio del vero aspetto di tutti i fenomeni, noi nutriamo la profonda fiducia di essere Budda così come siamo, dall'eterno passato all'infinito futuro. Questo significa essere un Budda» (Ibidem, p. 174). E concludeva: «Cos'è l'Illuminazione in quest'epoca? È credere nel Gohonzon, non dubitare del Gohonzon qualunque cosa accada» (Ibidem, p. 68).

Budda di gioia illimitata
Nelle traduzioni più recenti del Gosho, al posto dell'espressione "Budda di assoluta libertà" si trova "Budda di gioia illimitata", indicando chi "da sé riceve e utilizza" la gioia senza limiti della Legge.2
Un esempio fra tutti è la notissima lettera dal titolo Felicità in questo mondo, che il Daishonin scrisse al suo discepolo Shijo Kingo: «"Felici e a proprio agio" non vuole forse dire che i nostri corpi e le nostre menti, le nostre vite e i nostri ambienti, sono entità dei tremila regni in un singolo istante di vita e il Budda di gioia illimitata? [...] Quando c'è da soffrire, soffri; quando c'è da gioire, gioisci. Considera allo stesso modo sofferenza e gioia, e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo. Come potrebbe non essere questa la gioia senza limiti della Legge? Rafforza il potere della fede più che mai» (RSND, 1, 607).
«La misura in cui "riceviamo" e "usiamo" la gioia immensa e profonda che deriva dalla Legge - spiega Daisaku Ikeda in una lezione su questo Gosho - dipende esclusivamente dalla nostra fede. È solo la fede individuale che determina se attingere dall'oceano quanto basta a riempire un bicchiere d'acqua o una piscina olimpionica, se accontentarsi o se continuare a "ricevere" e "usare" ancora e meglio questa gioia. Se in fondo al cuore, magari in un angolo nascosto, avete deciso che solo voi non riuscirete a essere felici, che solo voi non diventerete mai una persona capace, che solo i vostri problemi non si risolveranno, questo unico fattore mentale, questo ichinen, impedisce il sorgere del beneficio.
[...] La nostra fede - invisibile - ha l'enorme potere di trasformare visibilmente ogni cosa nel miglior modo possibile, nella direzione della felicità e della realizzazione di ogni desiderio.
Il "Budda di assoluta libertà" è un Budda che, pur rimanendo una persona comune, vive e usa liberamente la gioia senza limiti della Legge. In particolare il Budda di assoluta libertà è Nichiren Daishonin; in generale l'espressione si riferisce a chi lotta per realizzare la propagazione della Legge secondo lo spirito del Daishonin» (Gli eterni insegnamenti di Nichiren Daishonin, Esperia, pp. 159-160).
È la fede il nostro tesoro più prezioso.

Note

1) jiju yushin: ji=autonomamente; ju=ricevere; yu=usufruire; shin=corpo.
2) jiju horaku: ji=autonomamente; ju=ricevere; ho=Legge; raku=felicità.

di Maria Lucia De Luca - Buddismo e Società n.165 - luglio agosto 2014

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