Quando ideale e realtà sono lontani

Il confronto con gli altri

Nella proposta di pace 2004, Daisaku Ikeda ha messo a fuoco in maniera chiara e semplice, senza utilizzare termini in uso nella comunità buddista, la dinamica che regola i rapporti fra le persone: «L'io richiede l'esperienza dell'altro. Non possiamo impegnarci con l'altro in maniera efficace e produttiva se manchiamo di tensione interiore, della volontà e della forza spirituale per guidare e controllare le nostre emozioni. È riconoscendo ciò che è esterno da noi, percependo la resistenza che offre, che siamo ispirati a esercitare l'autocontrollo che permette alla nostra umanità di realizzarsi» (BS, 103, 15). In sostanza la nostra umanità si manifesta concretamente e si espande, quando la resistenza offerta dagli altri ci stimola a migliorare noi stessi, a cercare le risorse interiori per affrontare questa difficoltà in maniera efficace e produttiva. Perché ciò avvenga sono necessari tre requisiti: la "tensione interiore", la "volontà" e la "forza spirituale" per guidare e controllare le proprie emozioni. Occorre dunque essere consapevoli che la relazione con gli altri è difficoltosa per definizione, perché mette in contatto due mondi diversi. Spesso invece si parte dal presupposto contrario: la cosa più facile e naturale è comprendersi e accordarsi, quindi se l'altro non è all'unisono con noi, sbaglia, soffre o ha un problema da risolvere. In questa prospettiva rovesciata rispetto a quella illustrata da Ikeda, ogni volta che ci si incaglia in un conflitto si è soccorsi dal potere della recitazione del Daimoku. Recitando sinceramente Nam-myoho-renge-kyo finché non si risolve, si scopre inevitabilmente qual è il contributo che si può dare per sciogliere il conflitto e si esce migliorati dalla crisi. Tornando ai tre requisiti individuati da Ikeda, si può verificare che quando coesistono si sviluppano davvero relazioni pacifiche.
Comunque tutto ciò avviene nel momento in cui si fa ricorso al potere del Daimoku. Come scrive Daisaku Ikeda: «Attraverso la fede possiamo trasformare tutto ciò che di negativo esiste nella nostra vita in qualcosa di positivo. Possiamo trasformare qualunque problema in felicità, qualunque sofferenza in gioia, e qualunque preoccupazione nella pace della mente. Non ci troveremo mai davanti a un muro che non siamo in grado di oltrepassare. Nichiren scrive: "Myo significa rivitalizzare, rivitalizzare significa resuscitare." È l'immenso potere della Legge mistica che infonde nuova vita in ogni cosa, inclusi gli individui, le organizzazioni, le società e le nazioni» (Il Gosho e la vita quotidiana, Esperia, 2006, 37). Il potere rivitalizzante di myo consente di guardare le proprie difficoltà in una prospettiva del tutto nuova, proprio mentre le si sta vivendo. E questa nuova prospettiva, guarda caso, coincide sempre con quella "buddista" e fornisce una soluzione concreta e praticabile per ogni problema: cambiare se stessi. In questo incessante processo di trasformazione, nel miglioramento che il potere della Legge mistica è in grado di imprimere nella vita di ogni persona, si verifica un parallelo e naturale cambiamento nel modo di percepire gli altri. Rivitalizzare se stessi è allora la chiave per vedere gli altri sotto una luce positiva.
Il nesso fra questi due aspetti è evidenziato da Ikeda: «La vita è dotata di un potenziale incalcolabile. Per questo motivo non dovremmo giudicare mai nessuno come irrecuperabile. In particolare non dobbiamo mai porre limiti alle nostre possibilità. Nella maggior parte dei casi, i nostri cosìddetti limiti ce li siamo posti noi stessi» (La saggezza del Sutra del Loto, Milano, Mondadori, 2005, vol. 1, pag. 112). Il giudizio che discrimina e che limita è rivolto alla vita in qualunque forma si manifesti, senza alcuna differenza fra la propria e quella altrui. Pensare che qualcuno non cambierà significa pensarlo di se stessi, quindi diventa necessario rivitalizzare il proprio approccio alla vita attraverso il potere di Myoho-renge-kyo.
Anche rispetto a se stessi le aspettative giocano un ruolo determinante. In settembre, quando è iniziato l'anno scolastico, ho pensato che non sarei più riuscita a collaborare con Il Nuovo Rinascimento. Dal punto di vista dell'organizzazione pratica della giornata si trattava di un'aspettativa ragionevole. Tuttavia, soffrendone, mi sono rivolta al Gohonzon. Recitando ho compreso che non era necessario praticare il Buddismo per eliminare un impegno quando ne sopraggiunge un altro. Avevo già anteposto la sconfitta alla sfida, decidendo che non era possibile aumentare le risorse invece che limitare gli impegni. Anche senza scomodare la straordinaria opportunità che Ikeda ha preparato per noi, quella di rinnovarci completamente in questi cinque anni per costruire una solida base al movimento di kosen-rufu nel mondo, le mie aspettative erano davvero lontanissime dalla prospettiva con cui il Buddismo ci aiuta ad affrontare la vita. Una volta compreso che così avrei sciupato un'occasione per aprire, trasformare, rivitalizzare la fede, è stato sufficiente recitare Daimoku con convinzione perché questa difficoltà si rivelasse per ciò che era: un limite posto da me stessa.

Tratto da: Il Nuovo Rinascimento n° 367 - 1° Febbraio 2007
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