Passare attraverso

Cosa serve per essere buddista?
Fare Daimoku e Gongyo mattina e sera.
Senza paura. Senza disattenzione e negligenza.
"Senza" vuol dire: passare attraverso. Non "evitare", o "fare malgrado", ma passare attraverso.
Io le conosco entrambe: paura e negligenza. Sono parenti strette, nella mia esperienza.
Quella che conosco meglio è la negligenza. Vale a dire non avere una cura continua della vita, sbrindellare i giorni, non avere attenzione alle cose e alle persone, trascurare i gesti di cura, il tempo si inceppa e non fluisce più limpidamente. Pozzanghera.
Da quando pratico la mia cura è non trascurare mai Daimoku e Gongyo.
Perché una cosa ho imparato subito: che puoi sapere tutto della dottrina buddista, condividere tutto l'impianto teorico, la legge di causa ed effetto, il karma, i dieci mondi, le teorie più fascinose e sorprendenti, ichinen sanzen e tutta la meraviglia della dottrina; puoi saperne parlare con dovizia e passione, ma se alla base della giornata non ci sono Daimoku e Gongyo il resto è accessorio. Come l'aria condizionata per una macchina che non s'accende.
La preghiera è il cuore e il senso della giornata.
È il ritmo, la protezione, la musica.
Tutta la mia vita dovrebbe essere lì in quel momento, nella posizione che assumo, nella cura per le offerte al Gohonzon, acqua e frutta, nella direzione della mia mente e del mio cuore mentre suono la campana. Nella voce che va insieme alla mia schiena dritta e al pensiero. Tutto insieme e io compatta e unita.
Ecco, la negligenza è la mancanza di questa compattezza. È la sciatteria e l'indolenza.
È quando prende il sopravvento altro, in genere le urgenze, le preoccupazioni o i pensieri, e allora sono quelli a dettare il ritmo della giornata, diventano loro la musica.
Negligenza è quando dico: «Devo fare Gongyo». E in quel momento un possibile, autentico, dialogo con l'universo si riduce al secco adempimento di un compito.
Succede una cosa strana in questo modo: che un diritto diventa un dovere, che una gioia diventa un'abitudine. Si avvia un processo di impoverimento sottile che, quasi senza accorgersene, può svuotare di senso anche i gesti più importanti.
È un vizio molto presente nella nostra cultura: separare la forma dalla sostanza. Vederle quasi opposte. E se proprio si tratta di scegliere, prevale la forma.
Sparisce il "desidero" e resta il "devo". Resta la regola sparisce il senso.
Il Buddismo non separa mai forma e sostanza. L'atteggiamento fisico, la postura non sono fattori estranei all'atteggiamento interiore, anzi lo rappresentano. Pregare o no, nel Buddismo, è una questione di sostanza strettamente legata alla forma. Non basta che io preghi. Corpo, mente e cuore devono essere tutti lì, insieme. Compatti. La mia attenzione e lo sguardo, il tono della voce. Ma anche l'attenzione a non disturbare la preghiera degli altri. È un momento solenne. Anche quando sono sola.
Il modo in cui tratto il luogo della preghiera, l'ordine e la pulizia, così come la disposizione del butsudan rappresentano anche la posizione che do alla fede nella mia vita.
La pratica è un esercizio continuo di attenzione, chiede di essere presenti, attenti alla realtà più profonda che è la continua trasformazione di ogni aspetto e fenomeno.
Ho imparato nel tempo a riconoscere la negligenza come una forma di ottusità, di mancanza di rispetto per me e per gli altri, l'ho spogliata di ogni forma di illusoria libertà. Se trascuro qualcosa che ho scelto non sono libera.
La negligenza è perdere di vista la sostanza, perdere tempo, non affrontare. Esserci ma non davvero, non del tutto.
La negligenza assomiglia alla paura, anzi nasce dalla paura.
E l'unico modo per sconfiggerla è passarci attraverso, attraversarla.
Passare attraverso è il segreto, ed è una cosa che si impara: significa avere la forza di non cercare scorciatoie, non avere strategie nella mente, non distrarre e non distrarsi, stare lì, nel momento, anche quando fa male, anzi, soprattutto quando fa male.
Questo navigare è il coraggio, coincide con il coraggio.
La visione consueta del tempo, quella mondana, quella lineare - cioè il passato zeppo di esperienze che pesa immobile come un macigno o qualcosa a cui tornare con rimpianto, e il futuro ancora inesistente che si proietta davanti a noi come una righina esile e dritta - non basta, non serve.
Dice il presidente Ikeda nella Proposta di pace del 2010: «"Ora" è il punto di partenza di tutto. Il qui e ora è ilfondamento e il cardine, l'alfa e l'omega di tutti gli aspetti dell'attività umana».
Solo qui e ora io posso cambiare. Il resto, passato e futuro, non sono un fattore decisivo. Solo qui e ora io posso rompere l'inerzia e l'illusione, attraversare negligenza e paura e trasformare la mia vita.
Se c'è qualcosa che mi angustia e che voglio trasformare da tanto, se c'è qualcosa che non ho ancora superato e continua a ripresentarsi vuol dire che non l'ho ancora affrontato veramente. C'è sempre una ragione, ognuno ha la propria, personalissima, ragione, ma nel profondo l'origine è per tutte e tutti sempre la stessa: la paura.
Paura che prende la forma della negligenza: allora trascuro, diluisco, non affronto. Il coraggio, invece, è insistere, è assiduità.
"Assiduità", "continuare", sono parole un po' squalificate nel gergo della cultura corrente, parole diventate fuori moda come onestà, serietà e diligenza.
Vorrei tanto ridare onore alle parole fuori moda che descrivono un atteggiamento corretto.
L'onestà, nel Buddismo, non è l'ingenuità del ligio, è il frutto della consapevolezza della Legge di causa ed effetto. Esprime un comportamento, un'intenzione, una direzione.
È parola nobilissima "onestà".
La serietà parla dell'importanza della scelta nel mondo della fede. Scegliere una strada spirituale è una cosa seria, seria nel senso di profonda, importante, da onorare.
E poi c'è "diligenza": la parola dalla quale sono partita quando ho pensato a questo articolo. Parola antica, che sembra più adatta a un film western che al mondo della fede. Eppure l'assalto alla diligenza per derubare la carovana lungo la traversata è una metafora che si adatta comunque: solo che, come sempre nel Buddismo, predatori e predati sono molto legati, quasi coincidono. Perché solo io posso attentare a me stessa, derubarmi della possibilità di diventare felice. Solo io posso impedirmi il privilegio di vivere con coraggio e diligenza. Stop. Desidero trasformare ciò che mi manca in che serve.
Diligente, come quando desideravo imparare a leggere e a scrivere perché intuivo quanta ricchezza mi avrebbe consentito. Diligente, mentre prego, nell'imparare l'istante, unico stralcio di tempo che esiste davvero e per sempre.

di Gianna Mazzini - BS n° 147
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Commenti

  1. Articolo notevole: deciso,armonioso,completo.
    E cio' che e' piu' importante, non lascia spazio ad alcun alibi.
    Bello.

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  2. Fascinoso. Va al succo della nostra vita è dell'essere buddista.
    Grazie!����

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  3. un vero riassunto sintetico della ns. pratica, che annienta in un colpo solo tante incertezze quotidiane di chi vuole essere un buddista del Sutra della Legge. Serve soprattutto questa concentrazione, di cui sopra; anche se ad una prima lettura mi è sembrato un po' manicheo (o tutto o niente), ad una seconda riflessione dico: è davvero proprio così! _Enzo da Taranto

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  4. marilena budroni18 gennaio 2017 15:53

    Grazie. Tutto molto chiaro e la riscoperta di parole desuete é fondamentale per appropriarci, utilizzare e condividere la responsabilità della vita.

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  5. Profondo,ma altrettanto semplice, non facile ma SEMPLICE !

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  6. Profondo,ma altrettanto semplice, non facile ma SEMPLICE !

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