Giudicare ed essere giudicati

E se una persona mi sta ferendo deliberatamente? Se si comporta così male da procurarmi ferite profonde, come faccio a non giudicare, a desiderare la sua felicità? La prima domanda possibile è: «Cosa desidero per me ora?» e se desidero smettere di patire, con molta saggezza, forse mi allontano. È un allontanarsi metaforico, quasi sempre: faccio in modo davanti al Gohonzon, che quella ferita non si riapra mai più. Divento più forte. Tolgo emotività, e non lo posso fare stando ferma a subire. Il mio giudizio mi serve per proteggermi. E dura un istante. Poi trasformo il mio cuore. E da lontano scorgo anche l’umanità che è alla base di un comportamento malvagio, la debolezza o la sofferenza. E anche il giudizio si trasforma, e la persona diventa un buon amico. Il cuore è libero, la mente è nuova. Ergersi a posizioni di superiorità, criticando gli altri, chiunque essi siano, per vanità, non è un comportamento del Budda. Quando alla base di un mio giudizio scopro qualcosa che ha a che vedere con il mio piccolo io, con la mia voglia di mostrarmi migliore è perché non sono ancora “sveglia”; “la persona risvegliata” afferma Fromm è quella che ha superato completamente il proprio narcisismo (Fromm, The Heart of Man, 1964). Ikeda dice: «Basta essere sinceri con noi stessi e rimanere persone ordinarie, disadorne e semplici. Possiamo ottenere l’Illuminazione rivelando la nostra natura innata, proprio come siamo, come comuni mortali del tempo senza inizio» (Saggezza, 2, 211).
È lo scopo che resta importante. Se il nostro desiderio è diventare felici, e fare in modo che anche gli altri lo siano, qualunque giudizio possiamo ricevere o dare non può definire la vera natura di nessuno. «La vera identità – scrive Ikeda – è quella del Budda, ma nell’aspetto e nelle azioni è un Bodhisattva» (Ibidem).

Nuovo Rinascimento n° 284 del 2003
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