Due facce della stessa medaglia

In una spiegazione del presidente Ikeda leggiamo che il Daimoku della pratica consiste «nella battaglia che ha luogo nel nostro cuore per contrastare la nostra condizione interiore illusa, od oscurità [...] una battaglia [...] per aprire un varco nell'oscurità che avvolge la natura di Budda e per far emergere la condizione vitale di Buddità grazie al potere della fede» (D. Ikeda, spiegazione del Gosho Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza, BS, 119, 15-16).
Ma come è possibile che ci siano due nature o due tendenze così diverse, quasi antitetiche, come la Buddità e l'oscurità fondamentale? Noi occidentali facciamo una gran fatica a comprendere quanto nella vita cose apparentemente opposte facciano parte della stessa realtà. In oriente, e nel Buddismo in particolare, il concetto di non dualità, di "due ma non due" (funi in giapponese), è invece molto presente in ogni momento della vita, nella filosofia e nella religione.
Come praticanti sperimentiamo questo concetto tutti i giorni nella recitazione di Nam-myoho-renge-kyo, che riassume in una sola azione due modi di aprire la nostra vita apparentemente in contrasto tra loro: quello di credere (Daimoku della fede) e quello di sperimentare (Daimoku della pratica). La causa (sconfiggere l'oscurità) e l'effetto (far emergere la Buddità) sono presenti in un'unica azione e sono simultanei.
Lo stesso rapporto che c'è tra fede e pratica lo ritroviamo nei due elementi che compongono la parola myoho, che identifica la Legge mistica. Già parlare di una legge che si definisce mistica sembrerebbe un controsenso: come è possibile che una cosa che dovrebbe essere certa, riconoscibile, concreta, una legge appunto, sia anche qualcosa di inesprimibile, di trascendente come l'attributo mistico fa intendere?
Eppure la complessità della vita si compone sia di una parte (myo) che esprime l'aspetto mistico e intangibile, il mondo di Buddità, la natura dell'Illuminazione, la realtà fondamentale, la morte (nella sua caratteristica di ineffabilità), e al contempo di un'altra parte (ho) che rappresenta il mondo fenomenico, la Legge, la vita e le sue manifestazioni, l'oscurità e l'illusione. Nelle nostre giornatee nel nostro Daimoku esistono contemporaneamente sia la "realtà fondamentale" che la realtà quotidiana, sia la causa che l'effetto, la fede e la pratica, l'oscurità e la Buddità, i tremila regni e il singolo istante di vita, myo e ho, la semina e il raccolto, vincere (Buddità) e perdere (oscurità), la Legge (Nam-myoho-renge-kyo) e la persona (che recita la Legge).

Per finire un po' di giapponese: shobutsu-funi vuol dire "non dualità degli esseri viventi e dei Budda", esho-funi vuol dire "non dualità della vita e del suo ambiente", zen'aku-funi vuol dire "non dualità di bene e male".meigo-funi vuol dire "non dualità di illusione e Illuminazione", ninpo-ikka significa "unità di Persona e Legge", shikishin-funi vuol dire "non dualità di corpo e mente"... insomma, dobbiamo rassegnarci all'idea che la nostra mente e il nostro cuore, concetti apparentemente così lontani, siano in realtà la stessa cosa. Tanto che in giapponese il singolo ideogramma kokoro o shin sta a significare sia mente che cuore.

di Jacopo Minio Paluello - Buddismo e Società n.151 - marzo 2012
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