E' colpa mia, è il mio karma o è la mia missione?

di Suzanne Pritchard, tratto da Art of Living

Il Buddismo è una filosofia fondamentalmente pacifista e qualcuno potrà trovare un po' fuori luogo, in un contesto buddista, l'uso di parole come lotta, battaglia, vittoria. Ma la lotta che si intraprende davanti al Gohonzon è per sostituire al dubbio e alla sfiducia la nostra natura illuminata e la vittoria non è sugli altri ma sulle nostre tendenze e sui modelli comportamentali che ci hanno portato a essere infelici e insoddisfatti. Il presidente Ikeda spiega: «Trasformare il karma non significa altro che cambiare quelle tendenze vitali interiori che ci tengono intrappolati nella negatività e nell'infelicità, dirigendo stabilmente la nostra vita verso un sentiero positivo. [...] La cosa importante è come noi cambiamo il nostro atteggiamento o determinazione interiore in questo istante. Il motivo di ciò è che noi possiamo creare liberamente il nostro futuro attraverso la determinazione che manifestiamo e le azioni che compiamo esattamente in questo istante» (BS, 131, 20). Talvolta ci viene detto che il vero problema non è il problema in sé, quanto piuttosto lo stato vitale con cui lo affrontiamo. Nel Gosho leggiamo spesso che è proprio attraverso le difficoltà che possiamo rafforzarci, e che quindi dovremmo considerarle un'opportunità, ma anche se lo sappiamo bene, di fronte a una difficoltà reale tendiamo a dubitare del Gohonzon e della nostra fede e ci viene da chiederci: «Perché proprio a me?», «Perché questo problema continua a manifestarsi?». Sentirsi scoraggiati di fronte a certi problemi è una reazione del tutto comprensibile e umana, ma sfidarli con la pratica buddista ci porta spesso a scoprire che proprio grazie a quella situazione possiamo cambiare atteggiamenti radicati o modelli comportamentali che possono risalire, per esempio, alla nostra famiglia. Quando nelle difficoltà riusciamo a percepire davvero l'opportunità, siamo sulla strada della trasformazione del karma, ma basta vedere una volta l'opportunità per essere sulla via della trasformazione? Può accadere che riusciamo a intravedere per un attimo questa occasione per poi scivolare di nuovo nella tendenza di vittimismo («Perché proprio a me?»), o in una reazione emotiva («Perché dovrei essere io a cambiare quando è così chiaro che il problema si risolverebbe se fosse l'altro a cambiare per primo?»), o anche nel pessimismo («Per quanto possa avanzare nella mia rivoluzione umana, questa situazione non cambierà mai»). 

(N R n° 464 Apr- 2011)
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