Non ottenere ciò che si desidera

Una sofferenza che si ricorda di aver provato da quando si ha memoria di sé: desiderare qualcosa e non riuscire a ottenerla. I bambini e le bambine vogliono con tutto il loro essere quando vogliono: anima e corpo, e non c’è altro all’orizzonte se non il loro desiderio. Poi si cresce, e si desidera in maniera più mediata, raffinata, soffusa, anche se la capacità adulta di soffrire per un desiderio inappagato resta sostanzialmente inalterata. Diventa motivo di sfiducia, disperazione, un’ipoteca sull’esistenza. Può condurre a un pessimismo sistematico di fronte a ogni difficoltà, a una fissazione che distoglie da ogni altro aspetto della realtà, alla totale rinuncia a vivere. […] «Questo Sutra esaudisce i desideri. È l’acqua fresca e limpida del laghetto che placa la sete». Parole di Shakyamuni, scritte nel XXIII capitolo del Sutra del Loto, e riprese da Nichiren Daishonin nel Gosho Risposta a Kyo’o. […] Ma allora perché tra le otto sofferenze c’è quella di non ottenere ciò che si desidera? In effetti, pregando per realizzare un certo desiderio che si considera vitale, può accadere che l’obiettivo diventi sempre più lontano, muto, inafferrabile […]. Ma se l’acqua del laghetto placa la sete, perché ci si ritrova a bocca asciutta? Se ogni preghiera avrà una risposta, perché la voce sembra rimbalzare su un muro sordo? Esistono forse desideri giusti e desideri sbagliati?
[…]
Nichiren lo dice chiaramente: i desideri terreni sono Illuminazione, […] allo stesso modo in cui il Budda e il comune mortale non sono due entità separate, e la vita e l’ambiente del Budda non trascendono l’esistenza dei comuni mortali. […] Però, per avere percezione di questa identità potenziale, occorre ampliare il campo visuale: come dice Nichiren, «purificare i sensi». Dunque non esistono desideri giusti o sbagliati di per sé. Quello che conta è non rimanere troppo affezionati all’ambito percettivo del presente […] Nichiren ci esorta ad avere fiducia nel fatto che potremmo avere un orizzonte molto più allargato, al cui interno anche i nostri desideri possono mostrarsi sotto una nuova luce. […] Come quando si parte per un viaggio: si mettono in valigia molte cose inutili, e si dimentica sempre qualche cosa di essenziale. Solo al ritorno appare tutto chiaro, mentre prima non si immaginava che, in un altro luogo, i desideri sarebbero stati diversi. In modo altrettanto naturale, nel corso della vita accade che i desideri cambino, cambino le graduatorie e le priorità che si attribuiscono ai sogni e alle necessità. È un percorso fondamentale, da cui dipendono lo spessore e l’ampiezza che prenderà la nostra esistenza. Ma tutto sta nella qualità di tale cambiamento: se il percorso si delinea seguendo la direzione della nostra felicità più profonda, se, cambiando, i sogni arrivano ad abbracciare una porzione di mondo sempre più estesa, dove ciò che conta sono le relazioni con gli altri individui, con le piante e gli animali, e dove la più grande soddisfazione risiede nell’esprimere la parte più vera di noi per costruire progetti di pace e di felicità con le altre persone, sicuramente tutte le preghiere avranno risposta e l’acqua del laghetto disseterà.
[…] Quella che va chiarita è la relazione tra noi e il nostro oggetto del desiderio, il modo in cui ci poniamo di fronte a esso e il senso che gli attribuiamo. Illuminare tale relazione è ciò che ci consente di vedere i nostri desideri, perché essi non diventino padroni del nostro destino.

Estratti da “Le otto sofferenze” (DuemilaUno n° 55 marzo - Aprile 1996 pagg 39, 40, 41)
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